giovedì 18 giugno 2026

Fermati Chirocefalo!

Chi frequenta la montagna non solo per le prestazioni da sfoggiare su Strava, Climbook o Escalibur, ma per la cultura e la storia che la permeano, sa che ultimamente pareti e sentieri stanno diventando sempre più lo specchio delle nevrosi della società. 

Più volte, su queste pagine, abbiamo parlato di etica (o fanta-etica), di chiodature, di come il nostro approccio a questo mondo stia cambiando. Ma oltre alle recenti questioni fuffa e clickbait sul mondo delle falesie o delle vie di arrampicata, resta il nodo vero del nostro rapporto con questi ambienti e quel sottile malinteso riguardo il senso di "conservazione", che a volte sfiora il grottesco. Ma andiamo più a fondo.. 

Adoro quando trovo connessioni tra il mondo musicale e quello delle terre alte. Lo spunto, o il LA in questo caso, mi è stato dato ascoltando un album del 2008 che si chiama "Bachelite".

Nella tracklist c'è un pezzo geniale, e ruvido come nel loro stile, quello degli Offlaga Disco Pax che si intitola Fermo!.Paladini del post-punk elettronico e minimal che ha scosso la scena indie italiana degli anni 2000, muovendosi nell'underground emiliano fatto di drum machine, synth analogici e militanza politica, gli Offlaga (che prendono il nome da un comune di 164 abitanti del Bresciano) hanno contribuito all'evoluzione dell'estetica della narrazione teatrale in ambito musicale.

Lo stile è il cosidetto "spoken word", la voce recitante di Max Collini ci porta ai confini della realtà, a 2500 metri di quota, sotto la vetta del Monte Vettore, nel cuore dei Monti Sibillini, nelle Marche. Lì c'è una pozza d'acqua, il Lago di Pilato, ed è in questa conca che si consuma l'allegoria feroce sul nostro concetto moderno di "ambientalismo".


Nel brano, la voce narrante descrive una guardia forestale marchigiana che urla di fermarsi a un minuscolo invertebrato in fuga dalla sua "eterna palude". Il caparbio crostaceo vorrebbe uscire dal pantano per "combattere il pensiero dominante", compiendo un atto di resistenza estrema, ma viene bloccato in nome della sua stessa tutela. 

Gli Offlaga centrano il punto con una frase che è una pugnalata per chiunque rifletta sulle dinamiche di frequentazione della montagna: un sistema che chiama ambientalismo quella che in realtà è un’imbarazzante difesa dello status quo

Fuori dalla metafora musicale, l'invertebrato in questione esiste davvero ed è un endemismo unico al mondo: il Chirocephalus marchesonii. Scoperto e classificato a metà degli anni '50 dal botanico Vittorio Marchesoni, è un minuscolo crostaceo rosso corallo, lungo circa un centimetro, che nuota come gli va, a pancia in su, nelle acque gelide e stagionali del lago a forma di otto rovesciato, incastonato tra i monti Vettore e Redentore.

La sua biologia è affascinante: poiché il bacino è sottoposto a forti stress stagionali, in certi anni si prosciuga totalmente in estate e, vista la quota, ghiaccia completamente in inverno. Il chirocefalo garantisce quindi la sopravvivenza della specie producendo delle uova particolarissime, chiamate "cisti". Queste cisti vengono deposte a riva, nel sedimento, e sono dotate di una parete protettiva che permette all'embrione di resistere a temperature estreme e all'aridità per stagioni intere, schiudendosi solo quando il ciclo idrologico torna favorevole.

Il minuscolo Chirocephalus marchesonii. Fonte: Getty Images

Ed da questo meccanismo di sopravvivenza estrema che nasce il divieto che ha ispirato la canzone: per proteggere le uova invisibili depositate a riva, l'ente Parco vieta severamente la balneazione e impone a escursionisti e alpinisti di tenersi ad almeno 5 metri di distanza dal bordo dell'acqua. 

Un cordone di sicurezza permanente permette di evitare di calpestare quello che sarà il futuro della specie del nostro Chirocefalo. La protezione dell'artropode è doverosa, ci mancherebbe, ma il paradosso sollevato dalla canzone ci costringe a guardare il dito e non la luna, e qui entra in gioco una delle più grandi lezioni della cultura ecologista: l’Etica della Terra (Land Ethic) di Aldo Leopold. 

Aldo Leopold

Nel suo pensiero, Leopold spiegava che un sistema è giusto quando tende a preservare l’integrità, la stabilità e la bellezza della comunità biotica, che include il suolo, le acque, le piante e gli animali. 

Soprattutto, Leopold insisteva sul fatto che l’essere umano deve smettere di considerarsi il "conquistatore" o l'arbitro esterno di questa comunità, per diventarne invece un "membro comune e cittadino". Il nostro ambientalismo burocratico fa l'esatto opposto. Tratta la natura come un reperto archeologico estraneo all'uomo, un museo da recintare per proteggerlo da noi stessi. 

Ci accaniamo sul singolo escursionista che magari si avvicina alla riva per sciacquarsi il viso dopo ore di cammino, sanzionandolo come un eco-terrorista con linee di demarcazione artificiali, e nel frattempo ignoriamo il collasso dell'intera comunità biotica circostante. 

Oggi il Chirocefalo rischia di scomparire non per uno scarpone maldestro, ma perché le estati sono sempre più torride e gli inverni avari. Il riscaldamento globale sta seccando la pozza a ritmi che le stesse cisti-uovo non riescono a tollerare. Ecco dove sta il cortocircuito dello status quo: ci si lava la coscienza posizionando divieti, transenne e cartelli in quota, lasciando però intatto il modello socio-economico ed energetico che sta letteralmente demolendo i ghiacciai e modificando il clima globale: è l'illusione di salvare un frammento ignorando la distruzione dell'insieme.

O.D.P.

La montagna non è una teca di vetro da contemplare nel museo del presente. Si tratta un ambiente vivo, severo, in trasformazione continua, di cui storicamente facciamo parte come "cittadini" responsabili, non come intrusi da multare. Cercare di cristallizzarla, vietando l'interazione per placare il senso di colpa collettivo della pianura, non salverà né il chirocefalo né noi. 

Forse aveva ragione il crostaceo degli Offlaga Disco Pax: meglio provare a uscire dal pantano per combattere il pensiero dominante, piuttosto che morire lentamente in una pozza evaporata, rassicurati da un bel cartello di divieto d'accesso.






lunedì 15 giugno 2026

Pizzetto Ovest, "Facoceri nello Spazio" (200 m, VI-)

Zona: Rifugio Scarpa Agner
Sviluppo: 200 m
Esposizione: Sud
Tempo: 3-4 h
Difficoltà: VI-
Materiale: NDA, friend medi, cordini per clessidre.
Discesa: in doppia

Conosciuta anche come "Borsato-Portaluri" è una delle linee classico/moderne più frequentate dei Pizzetti. Aperta nel 2003 supera la parete sud del Pizzetto Ovest in prossimità dello spigolo sfruttando una successione di placche appoggiate e fessure che offrono un'arrampicata continua ed elegante.
La roccia è quasi sempre eccellente e la chiodatura discreta lascia spazio all'utilizzo delle protezioni veloci. Dopo una prima parte caratterizzata da placche compatte e molto lavorate, la via raggiunge una grande cengia mediana da cui attacca l'evidente sistema di diedri che costituisce il tratto più caratteristico dell'itinerario. 

Accesso
Da Frassenè raggiungere il Rifugio Scarpa lungo la strada forestale (1 ora, utili le biciclette). Dal rifugio seguire il sentiero Miniussi passando per il Col Colander 
fino al bivio con la vecchia via normale dell'Agner e proseguire verso destra fin sotto al Pizzetto Ovest (quello di sinistra). Risalire il pendio erboso alla base del Pizzetto spostandosi sul sul margine sinistro fino ad individuare l'attacco della via. Circa 1 ora dal rifugio.

Descrizione
L1 - Si attacca a destra del cordone seguendo un facile sistema di diedrini e gradoni che porta a una serie di fessure parallele ben evidenti. Sosta su grande clessidra con cordone. 50 m, IV+.
L2 - Traversare leggermente verso destra e risalire un pilastrino articolato. Si continua poi su belle placche lavorate fino a raggiungere un canale-camino che conduce a un albero di sosta. 55 m, IV.
L3 - Per terreno più semplice si superano alcuni risalti rocciosi aggirando una caratteristica quinta sulla sinistra. Sosta in una piccola nicchia attrezzata. 20 m, III.
L4 - Salita diretta su roccia compatta seguendo una marcata colatura scura che funge da riferimento. Uscire sulla cengia superiore e sostare in una nicchia sulla sinistra. 45 m, V.
L5 - Tiro breve ma sostenuto. Superare un piccolo strapiombo sopra la sosta e spostarsi progressivamente verso destra fino ad entrare nel camino soprastante. Sosta su chiodi. 15 m, VI-.
L6 - Risalire il diedro-camino con arrampicata atletica ma ben protetteggibile. Le difficoltà diminuiscono gradualmente fino a una comoda cengia con alberello. 25 m, VI- poi IV.
L7 - Seguire una fessura verticale che richiede qualche movimento più deciso. Una breve placca conduce quindi alla cresta superiore, raggiunta aggirando le ultime difficoltà sulla destra. Sosta tra grandi blocchi. 40 m, IV.
L8 - Ultima lunghezza molto panoramica. Un breve muro conduce a una cengia esposta che va percorsa verso ovest e dalla quale si guadagna la cresta terminale e la vetta per facili rocce. 30 m, IV.

Discesa
Con due rapide doppie da 60 m sul versante occidentale fino al canale che si scende con facile disarrampicata fino all'attacco.




Ph. Credits Sito Rif. Scarpa

Spiz de la Lastia, "Spigolo Est" Santomaso-Zilio (270 m, V)

Zona: Rifugio Scarpa Agner
Sviluppo: 270 m
Esposizione: Est - Sud-Est
Tempo: 4-5 h
Difficoltà: V
Materiale: NDA, friend dal BD 0.5 al 3, cordini per clessidre.
Discesa: in doppia


Arrampicata piacevole e panoramica sul versante meridionale dell'Agner: aperta nel 2007 da Sergio Santomaso e Luca Zilio, segue con logica l'affilato margine orientale dello Spiz de la Lastia, alternando fessure, diedri e placche compatte sempre ben proteggibili. Le difficoltà rimangono contenute e distribuite lungo tutto il percorso. Il lungo avvicinamento potrebbe scoraggiare a prima vista, ma una volta raggiunta la base dello spigolo il contesto ripaga ampiamente della fatica. La vista sulla Conca Agordina e sulle Pale di San Lucano accompagna la salita dall'attacco fino all'anticima e contribuisce a rendere l'itinerario uno dei più interessanti del settore per chi cerca una giornata di arrampicata classica in totale isolamento nonostante la vicinanza quasi palpabile con la valle.

Accesso
Da Frassenè raggiungere il Rifugio Scarpa lungo la strada forestale (1 ora, utili le biciclette). Dal rifugio seguire il sentiero Miniussi passando per il Col Colander fino alla Pala della Madonna, riconoscibile per la presenza dei paravalanghe. Risalire il pendio erboso passando tra le strutture fino al loro termine fino a raggiungere l'evidente spigolo orientale dello Spiz de la Lastia. Circa 1h e 10 dal rifugio.

Descrizione
L1 - Si attacca sopra a dei mughi prendento lo spigolo sulla destra e seguendo un evidente diedro ben proteggibile. Sosta su 2 chiodi. 40 m, V-.
L2 - Rimontare la sosta e attraversare a destra poi dritti in direzione di un cordino (passo di V). Un caminetto svaso deposita in cengia dove si sosta su clessidra 35 m, V.
L3 - Per terreno facile si supera in conserva una fascia articolata di gradoni, mughi e cenge fino alla forcella con masso incastrato. Sosta su spuntone. 80 m, II. (in caso di emergenza si può scendere a piedi da questo punto in direzione dei paravalanghe).
L4 - Si affronta il pilastro su bellissima placca a buchi. Sosta su 2 chiodi. 40 m, V.
L5 - Si risalgono due diedri in successione separati da una forcelletta. Sosta su clessidra. 30 m, IV.
L7 - Un'ultima fessura seguita da una serie di camini conduce all'anticima dove si sosta su spuntone, 40  m, IV.

Chi desidera raggiungere la vetta principale può calarsi per circa 30 metri nella forcella tra anticima e cima e risalire le facili placche del versante opposto. Il rientro avviene percorrendo lo stesso itinerario.

Discesa
Dall'anticima seguire la cresta verso sud per circa 50 m (ometto) fino a raggiungere la sosta della prima calata. Due doppie lineari da 60 m sul versante sud-est riportano direttamente alla base della parete nei pressi dei paravalanghe.




A. Gualdo su L1


Da S1

Verso la forcella

Bellissima placca di L4 

martedì 9 giugno 2026

Pizzetto Est, Spigolo Liberalato (200 m, V)

Zona: Rifugio Scarpa Agner
Sviluppo: 200 m
Esposizione: Sud
Tempo: 3-4 h 
Difficoltà: V
Materiale: NDA, friend medi, cordini.
Discesa: in doppia 


Lo Spigolo Liberalato (o Spigolo Sud-Ovest) è una di quelle vie di arrampicata classica che andrebbero percorse all'inizio della frequentazione dell'Agner perché racchiude molte delle caratteristiche che rendono unico questo gruppo: roccia generalmente compatta, ambiente ampio e severo e necessità di saper leggere il percorso e di muoversi con autonomia nelle protezioni. Aperto nel 1967 da Liberalato, Barina e Bonato, l'itinerario segue con grande evidenza il margine meridionale del Pizzetto Est, sfruttando la linea più naturale della parete. Le difficoltà si mantengono costanti lungo tutta la salita e soltanto un breve tratto in camino può risultare più impegnativo, soprattutto dopo periodi piovosi. Per il resto si arrampica con continuità su un calcare compatto, a tratti intervallato da erba e detriti, ma sempre in un contesto di grande respiro. Pur con uno sviluppo contenuto, la via regala una piacevole sensazione di montagna selvaggia e rappresenta un ottimo primo incontro con le immense architetture rocciose che circondano l'Agner.

Accesso
Da Frassenè seguire la strada forestale che conduce al Rifugio Scarpa-Gurekian (1 ora a piedi). Dal rifugio imboccare il sentiero Miniussi in direzione dell'Agner fino al Col Colander. Superato un breve risalto roccioso si raggiunge il bivio tra la vecchia normale all'Agner e il Miniussi, continuare a destra fino alla base del pendio sottostante i Pizzetti. Risalire i prati e i ghiaioni puntando all'evidente spigolo meridionale (cordino viola). Circa un'ora dal rifugio.

Descrizione
L1 - Si sale direttamente sopra al cordino e si supera subito una placca compatta e poi per fessure erbose. Sosta su clessidre oltre un canale. 50 m, III.
L2 - Affrontare la fessura verticale (cordino visibile) e ricca di clessidre che conduce ad un canaletto sotto ad una nicchia, si traversa a sinistra e si sale una fessura (chiodo) che porta ad una comoda cengia di sosta sotto al camino umido. 40 m, IV+
L3: Salire il camino (V) che sgrada man mano fino al piccolo larice dove si sosta. 20 m.
L4 - Si continua prima per placche e poi a cavallo della dorsale girando a sinistra un evidente masso. 35 m,  IV-.
L5 - Si prosegue sempre in direzione dell'evidente Naso sommitale, per placche compatte, fino ad entrare nel canale detritico che va risalito fin sotto al diedro. IV+, 50 m.
L6 - Si sale il diedro sul margine destro (cordino) e poi per i bei camini sommitali si giunge alla sosta su clessidre. 45 m, IV+.

Discesa
Dalla sosta di vetta su clessidre effettuare una prima doppia di 20 metri fino all'intaglio con la torre vicina. Seguire una stretta cengia esposta verso ovest ed effettuare una calata di 20 m da chiodi su un diedro fessurato fino al gande terrazzo. Da qui con una calata da 50 m si arriva ad una sosta nel canale. Effettuare un'altra calata per superare un risalto strapiombante, poi valutare se disarrampicare su III detritico
 oppure continuare con altre 2 da 60 m fino all'attacco.


Bellissima fessura di L2


L5

L4

Ph. Credits Sito Rif. Scarpa

Cimoncello, Moreie n'tel Formaio (VII, 250 m, VI+ obb.)

Zona: Valdastico
Sviluppo: 250 m
Esposizione: E
Tempo: 3-4 h
Difficoltà: VI- obbligatorio e A0, 6a+ in libera
Materiale: friend medi, cordini.
Discesa: a piedi


Delle numerose vie di arrampicata che solcano la parete est del Cimoncello, "Morèie n' tel formaio" ("topolini nel formaggio" in dialetto locale) è, a detta degli apritori, una delle più riuscite. Il team di Balasso nel 2013 ha letto la parete, sfruttando cenge, punti deboli e traversi che permettono di superare una muraglia molto compatta. Ne esce una via lunga, varia e continua, che attraversa la grande placconata grigia all'estrema destra della parete.
Non aspettatevi una salita tutta verticale: a metà troviamo una gran cengia erbosa che spezza la continuità dei primi tiri e dove si intuisce la forte ricrescita vegetativa dovuta alla scarsa frequentazione (la nostra è la prima ripetizione dal 2024) e alle temperature sempre più alte a queste quote. Chiodatura presente ma non invasiva che lascia ancora spazio alla possibilità di integrare con protezioni veloci.

Accesso
Da Arsiero salire verso Tonezza del Cimone. Poco prima dell'abitato seguire le indicazioni per Contrà Campana e il Sacrario Militare del Monte Cimone, dove conviene parcheggiare.
Ritornare lungo la strada per qualche centinaio di metri e imboccare il sentiero CAI 547 sulla destra. Dopo circa venti minuti, quando il percorso diventa più pianeggiante (Larice isolato, bollo e grande ometto), abbandonarlo e scendere verso destra. Un ripido canalone (attenzione se bagnato), attrezzato in un tratto con corde fisse, conduce alla base delle pareti. Da qui tenendo la destra viso a valle si raggiunge l'Antro delle Liane, una grande cavità ben visibile. L'attacco si trova 30 m a sinistra, presso un grosso albero incurvato. 40 minuti dal parcheggio.

Descrizione
L1 Tiro facile in comune con la “via dei Diedri” e la via “Fora dai Pensieri”. Dritti per 35 m fino alla cengia erbosa dove si sosta su pianta. IV.
L2 Davanti a noi la difficile placca di Fora dai Pensieri. La nostra via va in traverso a destra. Chiodo molto alto. Si integra con friend e cordino su pianta. 25 m sosta a fix sopra alla pianta. V.
L3 Forzare il muro, poi traverso a dx e scala rovesciata fino alla cengia. 20 m, VI, sosta su fix.
L4 Traverso a destra, fessura non banale e poi traversone tutto a sinistra. 15 m VI+. Sosta su fix.
L5 Placca compatta poi strapiombo di VII. Si entra nel mondo vegetale: guadagnare alla meglio la grande cengia rocciosa sopra sulla verticale, protezioni poco visibili. 20 m.
L6 Traversone tutto a destra fino ad una pianta in spigolo. 30 m II
L7 Diedro poi spostamento a sinistra e poi balze. 30 m IV+
L8 Bel tiro a balze, con un singolo passo difficile (VII) ma ben proteggibile. 25 m.
L9 Traverso a sinistra sotto i tetti, non banale specialmente se umido. 25 m VI+
L10 Tiro molto bello, partenza boulderosa (VII) poi tutto V godibile fino al bosco sommitale. 30 m

Discesa
Dall'uscita seguire il bosco verso ovest fino a intercettare il sentiero CAI 547. Percorrerlo in salita fino al Sacrario del Monte Cimone e al parcheggio. Circa 20 minuti.

Ph. Credits GRRC

L3

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giovedì 4 giugno 2026

Vierge du Flambeau, Via normale (150 m, III)

Zona: Bacino del Gigante
Sviluppo: 150 m
Esposizione: Sud
Tempo: 1 h 45 min 
Difficoltà: III 
Materiale: singola, friend mp, cordini

Tra le guglie minori che punteggiano il Bacino del Gigante, la Vierge rappresenta una meta ideale per chi desidera combinare ambiente d'alta quota e arrampicata senza impegnarsi in lunghe ascensioni. L'itinerario si sviluppa lungo una cresta articolata, con passaggi mai difficili ma sempre piacevoli, immersi in uno dei panorami più spettacolari del massiccio del Monte Bianco. Una salita poco considerata rispetto alle classiche della zona, perfetta per una mezza giornata.

Accesso
Dal Rifugio Torino dirigersi verso il Col Flambeaux e scendere sul ghiacciaio in direzione del Petit Flambeau. Costeggiarne la cresta sulla sinistra sempre in discesa puntando all'evidente guglia della Vierge. Raggiungere la selletta posto tra la guglia e la cresta del Petit Flambeau. 20-30 min

Descrizione
Ad eccezione del primo tiro di 30 metri di III, abbastanza verticale che conduce ad una sosta attrezzata il resto della salita si percorre in conserva fino alla doppia sosta attrezzata sulla vetta che consente di effettuare la prima doppia. Il percorso non è mai obbligato ma abbastanza logico, le difficoltà sono variabili in base a dove si decide di passare. Nell'ultimo tratto se si sta sulla destra risulta meno impegnativo. Sono sempre presenti ottime fessure e spuntoni su tutto il percorso. 

Discesa
Dalla cima effettuare una doppia di 30 m in leggera diagonale verso destra fino ad un terrazzo. Da qui si disarrampica brevemente e si risale fino ad uno spit con moschettone per una doppia di 30 m sul ghiacciaio che deposita sul ghiacciaio. In alternativa si arrampica ancora per un breve tiro fino a raggiungere una sosta a cordoni che con una doppia di 25 m deposita direttamente alla sella iniziale. Rientrare quindi al Col Flambeaux a piedi o per la cresta.

In rosso il nostro percorso, in giallo le soste per le doppie

Sull'ultimo tiro sotto ad una nevicata

La prima calata dalla cima


La prima parte della cresta


domenica 17 maggio 2026

Colodri, Via del Bepi (VI+ A1, 185 m)

Zona: Arco
Sviluppo: 185 m
Esposizione: SE
Tempo: 4 h
Difficoltà: VI+ A1
Materiale: nda, friends fino al 4
Discesa: a piedi

Via classica e molto logica sulla parete sud del Colodri, aperta da Salvaterra e Leviti nel 1980 seguendo una linea evidente che collega spigoli, camini, fessure e il grande tetto della parte alta della parete. Dedicata al “Bepi”, storico personaggio delle marocche di Prabi che viveva ai piedi del Colodri e che per anni fu punto di riferimento per generazioni di arrampicatori di passaggio, ospitati nella sua casa dopo le scalate per un caffè. Arrampicata varia, decisamente alpinistica, con vecchi chiodi e protezioni da integrare nei tratti meno attrezzati. Il ripristino del 2014 ad opera di Grill e soci ha sistemato le soste con fix ad anello e ripulito parte della via, senza però snaturarne il carattere originale. Oggi la scarsa frequentazione si fa sentire soprattutto nei tiri centrali, dove erba, terra e qualche sasso mobile testimoniano una situazione piuttosto comune su diverse classiche della Valle del Sarca, spesso lasciate un po’ all’abbandono. Bello il traverso sotto il tetto e molto elegante la fessura finale, probabilmente il tratto più continuo e riuscito della salita. Ambiente verticale ed esposto sopra la grande Grotta "delle Cavre", una delle strutture più evidenti del Colodri.

Accesso: dalla piscina comunale di Arco (park gratuito) seguire il sentiero e poi la ferrata del Colodri. Quando questa piega decisamente a sinistra in corrispondenza dell’evidente grotta verticale, abbandonarla e traversare per tracce fino ad essa. Attacco sullo spigolo sinistro (fix con cordone). 

Descrizione:
L1 Salire l’evidente spigolo sopra il grottone fino allo strapiombo terminale. Tiro atletico e un po’ unto. VI+, 30 m.
L2 Breve traverso a sinistra su placca a buchi fino al pulpito sospeso. Chiave della via. VII+ o A1, 10 m.
L3 Camino con strozzatura fisica, poi obliquare a sinistra fino a un pulpito molto esposto. VI+, 45 m.
L4 Aggirare il masso e seguire fessura e diedro continui fino al terrazzo con vegetazione. Tiro sporco. VI+, 30 m.
L5 Diedro fessurato più facile, poi traverso verso destra fino alla larga fessura di sosta. Qualche blocco mobile. Tiro sporco. V+, 25 m.
L6 Superare la fessura ad incastro facendo attenzione a non strattonare il leccio sradicato. Spostarsi a destra su roccia più solida sostando poco sotto il tetto. V+, 15 m.
L7 Tiro molto bello spezzabile in 2. Traverso sotto il tetto su concrezioni e vecchi chiodi, poi ribaltamento e larga fessura finale molto estetica. VI+, 30 m.

Discesa: usciti dalla via raggiungere in breve il sentiero marcato e seguirlo verso sud fino a intercettare la ferrata del Colodri che riporta rapidamente alla base e al parcheggio. 30 min.


L1

L2

L2

L3


L7



martedì 12 maggio 2026

Un cuore di roccia sul Monte Pastello

Racconto per Up-Climbing, Maggio 2026

L'idea di salire il secondo spigolo del Pastello (sì, secondo Spigolo.. proprio come la Tofana) ci è venuta sfogliando alcune foto riprese dal sentiero che conduce alla croce di vetta, in cui l’autore si interrogava sulla presenza o meno di vie in quella porzione accidentata di parete. Come sempre, l'idea rimase a macerare nei meandri del cervello fino al momento propizio. "Ora tutti salgono ed esplorano sulla Ovest, è il momento di sloggiare e spostarci in nuove aree vergini," dico al mio partner di scorrerie verticali. "Andiamo a vedere quell’anfiteatro sempre in ombra a nord, c’è uno spigolo." 
"Ma no" mi dice Christian, "non vedi che è sbarrato da un tetto orizzontale di almeno 4 metri? Come facciamo.. ci tocca salire in artificiale". Fine della discussione. 



Il tempo passa, come anche le stagioni “a passo di giava”. Ritorna la primavera, il periodo migliore per scalare in Pastello. Siamo di nuovo qui io, Christian e Lodovico per ripetere la via "Giochi Estivi".
È il 18 maggio e sono finalmente riuscito a portar fuori casa Christian, reduce da un periodo che non ho dubbi sia stato il più intenso e traumatico della sua vita: la perdita quasi contemporanea di un genitore e la nascita di un primo figlio. Siamo qui tutti assieme per togliergli la ruggine dagli avambracci e i pensieri dalla testa.
Scendendo alla ex cava, durante l’avvicinamento, sulla radura panoramica che dà sullo spigolo Ovest dico ai miei compagni: "Perchè non andiamo a vedere la base di quel monolite?” indicando un sassone prolungato che dal fondovalle durante il tramonto mi è sempre sembrato un dente luccicante e che da sempre ha attirato la mia attenzione. Dente di Satanasso lo chiamavo, come quello sull’Agner.
In breve, ci ritroviamo all’attacco dello zoccolo, proprio nei pressi di un riparo di camosci a poca distanza dallo spigolo ovest. L’idea dell’improvvisata è stata mia, perciò parto io. La placca di partenza è un po’ liscia e un po’ bagnata, ma riesco ad agganciare una fessurina da dita che devo ripulire con la punta del martello dalla festuca, per renderla accogliente sia per i miei friend che per le mie dita. Pianto qualche buon chiodo "Sloveno" e, in un tempo indefinito, il lottare con la vegetazione sospende sempre il cronometro, raggiungo una scaglia affilata che mi permette l'uscita sulla cengia, la base vera e propria del monolite.
Recupero i compagni che, sotto di me, disgregano i massi pericolanti che avevo evitato. Per ultimo, staccano anche quella scaglia affilata che mi aveva permesso di saltar fuori. Appena arrivano in sosta, mi fulminano: "Ma non eravamo qui per la ripetizione di Giochi Estivi?"
Corda doppia e via, verso la parete principale, a fare quello che dovevamo fare.

Passa un mese e il ricordo di quella bella fessurina, e di quanto la compattezza del calcare fosse diversa da quella della Ovest, mi resta fisso in mente. Finalmente, un giorno propizio nel calendario per tornare con Christian e concludere l’opera. L’alta pressione africana sta spazzando via a spallate decise il bel fresco primaverile anche quassù, tra i faggi argentei della Lessinia. Ci carichiamo di acqua e partiamo lo stesso, tanto staremo in ombra tutto il giorno. Sono le ultime occasioni per andare lassù.

Il Gendarme del Pastello


Parto di nuovo io visto che il primo tiro già lo conosco. Christian invece attacca il secondo, che in pochi metri si rivela già ostico: un pilastrino pericolante di qualche quintale incombe sulla sosta. Lo aggira sulla sinistra, piantando un chiodo a pressione artigianale e issandosi sopra lo supera. Segue un diedro appena accennato in spalmo che si trasforma in fessura, dove bisogna traversare decisamente a sinistra per prenderne un’altra formata da una lama enorme, che ora si segue più facilmente fino alla stretta punta del Dente dove recupera me e il sacco.
Un breve tiro di cresta di terzo fino al bosco; bosco che si risale ora ripido fino all’attacco del secondo spigolo vero e proprio, dove Christian nota un buco a forma di cuore sotto una fessura gialla. Inizio io ignorandola ma seguendo la logica dello spigolo, e con un tiro facile, purtroppo invaso dall'erba, sono a sostare sotto la prua che anticipa il grande tetto. Successivamente, durante la pulizia, raddrizziamo la partenza originale proprio su questa fessura per evitare la roccia friabile e la festuca.
La partenza è in strapiombo. Va Christian. C’è una fessura svasa e strapiombante che si sfalda a cubetti rovesci. Si traffica un po’ con chiodi e friend che saltano via fino ad arrivare ad un altra fessura, ora buona, che si risale fino a sostare di fianco allo strapiombo. Un tiro breve, preparatorio per quello lungo successivo.
Sembra che salendo dritti per una placca grigio scuro ora si possa bypassare il tetto, e questo è positivo. Parto, ma dopo cinque metri mi ritrovo su una placca in uno stallo, con un altro blocco instabile che incombe sulla sosta e che sono costretto a calpestare per avere un appoggio per i piedi. Lo supero senza toccarlo piantando un fix e, successivamente oltrepassata la convessità della parete, con grande sorpresa si apre davanti ai miei occhi una fessura pulita e lineare, che continua a vista d’occhio fino all’uscita su un camino strapiombante.
Per fortuna ho con me tutta la serie di friends, incluse le misure grandi. Si prosegue con incastri di pugno, non facili per la nostra attitudine orientale, e in un tempo sospeso raggiungo la “zanca” di uscita che mi proietta fuori, in piena esposizione, con un bel grido di soddisfazione. Sosto su spuntone nei pressi di un masso caratteristico che chiameremo “Il gendarme”.
La corrente termica sale e ha asciugato sudore e riserve d’acqua. Ora si va al sole in cresta con 30°C; anche se è facile iniziamo a sentire la disidratazione. Saliamo decisi in conserva, con l’unico obiettivo le caratteristiche fontane di Cavalo, che già una volta qui ci hanno salvato dalla sete. Ma la cresta è ancora lunga 100 m e, con sorpresa, a differenza di quanto scalato finora, è particolarmente infida e friabile.
Cataste di lastre appoggiate su sé stesse che ci ricordano le Piccole Dolomiti: più disgaggi più ti viene da disgaggiare. In un tratto dove si cammina troviamo anche una fettuccia anni ‘80 nascosta tra l’erba e sotto alle macerie. Di chi sarà? Qualcuno è già passato salendo dal lato del canale boscoso o addirittura in discesa, e ha già percorso questo tratto di cresta di sfasciumi arroventati. Decidiamo quindi di lasciare disattrezzato e “dis-disgaggiato” (passatemi il termine) questo tratto, in virtù della sua facilità e della presenza di quel testimone, il cui proprietario scopriremo qualche tempo dopo, e restando più che certi che la parte ostica della prua non sia mai stata salita prima di oggi. Lo leggiamo nella roccia, ce lo sussurrano le nude fessure.
Un ultimo muro a cubetti anticipa la riposante radura della sommità dello spigolo Ovest, dove confluisce anche la storica via di Menegardi. Qui mettiamo un barattolo con il libro di via, soddisfatti per aver salito in giornata una via inedita sul nostro amato Pastello senza ricognizioni precedenti dall’alto e senza pellegrinaggi di ritorno sulle corde fisse.

I "dissetanti" lavandai di Cavalo

Ora ci incamminiamo, stanchi e assetati, sul sentiero in discesa, chiusi ognuno nei propri pensieri. In questo momento, il ricordo del piccolo dettaglio che Christian aveva notato all’inizio del secondo spigolo ci riporta indietro: quel foro a forma di cuore nella roccia, quasi come un sigillo posto dallo stesso Pastello.

Abbiamo trovato la nostra linea, la nostra via d’uscita, proprio quando Christian ne aveva più bisogno. La dedicheremo a Silvana e al piccolo Pietro, perché anche se la perdita e la nascita hanno scavato un vuoto profondo, c’è sempre un varco, un appiglio che testimonia che l'amore, in ogni sua forma, resiste a ogni strapiombo.

M. Leorato 6/2025




venerdì 8 maggio 2026

Canyoning alla Chiusa: il Colatoio di Ceraino

Zona: Monte di S.Ambrogio di Valpolicella
Sviluppo: circa 600 m
Esposizione: W
Tempo: 3-4 h
Difficoltà: V4, a1, III
Materiale: 2 corde da 50 m

Conosciuta semplicemente come "la cascata" dai volargnesi, si ravviva e torna visibile dopo periodi di piogge abbondanti, percorrendo la SS12 tra Volargne e Ceraino. Dopo qualche passaparola ci aveva incuriosito la possibile presenza di una via di arrampicata nella prima parte, ma anche l’idea che la forra potesse proseguire nel bosco oltre il salto più evidente. Siamo partiti con l’intenzione di esplorarla assieme al compagno di forra Nicola Battilotti, e siamo rimasti piacevolmente colpiti nel trovarla già attrezzata, nonostante alcune guide canyoning locali interpellate non ne conoscessero l’esistenza.
Non risultano notizie certe sulla prima discesa integrale del Vajo Monte, questo è il suo vero nome. È invece documentata la risalita a spit della parte del colatoio-marmitta, corrispondente alle due calate finali, effettuata nel 2003 da E. Cipriani, secondo quanto riportato da Le Alpi Venete. Oggi quegli spit da 8 mm risultano tutti tranciati dalla caduta di sassi; sul posto si individuano ancora soltanto tre soste, su cui non fare sicuramente affidamento.
Lungo il percorso sono presenti ancoraggi speleo e alcune corde fisse, da verificare sempre prima dell’utilizzo. La ricognizione è stata effettuata il 2 maggio 2026 con torrente completamente in secca. In presenza d’acqua le difficoltà possono aumentare sensibilmente, soprattutto nel tratto della profonda marmitta scavata alla base del penultimo grande salto.
Divertente anche in dry canyoning, è una piccola perla che la Val d’Adige riesce ancora a regalare a chi abbia il piacere di esplorarla. Da evitare nei periodi di piena, dopo piogge intense o con portata anche solo incerta.

Accesso: Da Sant’Ambrogio di Valpolicella seguire le indicazioni per la frazione di Monte. Parcheggiare sulla destra nei pressi del tornante di via Quari 45° 33' 57.9" N - 10° 50' 45.1" E.
Dal parcheggio tornare indietro per circa 10 m e imboccare una stradina sterrata in discesa. Raggiunto un bivio, mantenere la destra e attraversare una cava abbandonata. Al termine della cava si supera una zona attualmente coltivata fino a intercettare il sentiero CAI n. 238. Seguirlo fino a un tubo di scolo che immette nel Vajo Monte.
Da qui si entra nel greto e, procedendo tra boscaglia fitta, si raggiunge la briglia con albero attrezzato con cordone, punto di inizio delle calate.

Rientro: Al termine della discesa passare sotto il sottopasso e scavalcare il muretto con passaggio atletico. Proseguire quindi lungo la pista ciclabile verso sud fino al parcheggio della chiesa di Volargne dove si ha lasciato preventivamente una seconda auto.



Calata dalla briglia

Seconda calata

Scivoli

Vista dall'ultima sosta "Cipriani"

Marmitta

Ancora visibili gli spit Cipriani tranciati

Ultimo grande salto



lunedì 4 maggio 2026

Tessari, Via Lo Sceriffo (VI-, 160 m, V obb.)

Zona: Salto del Faraone
Sviluppo: 160 m
Esposizione: E
Tempo: 2 h
Difficoltà: V, un passo di VI-
Materiale: cordini, friend medi
Discesa: a piedi

Via semplice su roccia lavorata con bei passaggi di movimento da intuire. Aperta da Brighente e soci nel Febbraio 2026. Alcuni passaggi sono stati lasciati da proteggere a cordini e friends. Ottimamente ripulita, termina a ridosso della via Roccolo in Fiore della quale si percorre l'ultimo tiro.

Accesso: dal parcheggio di Tessari attraversare il centro abitato verso nord e proseguire per la Grattugia e Parete Rigata. Oltrepassare la parete Salto del Faraone contraddistinta da grande strapiombo. Trovare l'indicazione di un masso "Rocc. in F.", risalire il bosco e individuato l'attacco della via Roccolo in Fiore, spostarsi a sud di circa 50 m.

Descrizione:
L1 Zoccolo con passo aggettante su roccia delicata, sosta su albero. V, 25 m.
L2 Diedrino a cui segue un traverso per poi rimontare un piccolo strapiombetto. Sosta su clessidre. V, 1 passo di VI-, 30 m.
L3 Attraversare la cengia e poi muretto fino alla sosta su clessidre. V, 23 m.
L4 Lungo corridoio molto lavorato. III, 30 m.
L5 Traverso verso destra tra lecci e olivi selvatici in leggera discesa. 25 m, III
L6 Breve e divertente muro fessurato. V+, 25 m.
L7 Tiro finale di Roccolo in fiore. III, 25 m.

Discesa: si continua con l'ultimo facile tiro di Roccolo in Fiore, dopodichè per traccia si raggiunge il comodo sentiero di rientro, recentemente allargato e sistemato, che si percorre in direzione sud.







lunedì 27 aprile 2026

Dente & Secondo Spigolo del Pastello (VII+, 340 m, VI obb.)

Dente & Secondo Spigolo del Monte Pastello

Cavalcata alpinistica nell'anfiteatro nord del Pastello, una zona ancora poco esplorata. Si tratta delle vie di arrampicata con l’avvicinamento più breve dell’area e, grazie al concatenamento, di quelle con il maggiore sviluppo in arrampicata del piccolo "massiccio".
La roccia del Dente si è rivelata una scoperta tanto casuale quanto piacevole, grazie alla sorprendente qualità del suo calcare, così come inaspettata è stata la presenza delle fessure nascoste lungo il secondo spigolo: esse si svelano solo durante la scalata e hanno permesso di bypassare il grande tetto che lo sbarra sul lato destro, apparentemente invalicabile.
La parte finale, costituita da una facile ma delicata cresta di sfasciumi, risulta già percorsa in passato come testimoniato da una fettuccia risalente agli anni ’80-’90 rinvenuta tra l’erba in un tratto pianeggiante. A causa della compattezza del calcare, le difficoltà si attestano intorno al 6a-6b tradizionale. I passaggi più impegnativi sono protetti da chiodi normali, ma è necessario integrare le protezioni nelle sezioni più facili e dove sono presenti buone fessure.
Le vie sono state dedicate al figlio di Christian e alla madre scomparsa.



DENTE DEL PASTELLO  (top. proposto) - Via Pietro25

Zona: Monte Pastello
Sviluppo: 70 m 
Esposizione: W
Quota: 1000 m
Tempo: 1 h 
Difficoltà: VII+ o A0
Materiale: nda, serie di friend
Discesa: a piedi
Apritori: Manuel Leorato, Christian Confente, Lodovico Gaspari

Monolite con roccia molto compatta; arrampicata prevalentemente su fessure e placche a buchi con molto spalmo di piedi. La prima lunghezza è stata salita per curiosità il 18 maggio 2025 assieme a Lodovico Gaspari prima di una ripetizione sulla parete ovest, trovando delle fessurazioni invitanti si è deciso di ritornare e salire la porzione monolitica soprastante. Il chiodo a pressione all'inizio della seconda lunghezza è stato aggiunto per aggirare un masso pericolante sopra la sosta, ora disgaggiato.

Accesso: 700 metri prima di Forte Masua arrivando da Cavalo (frazione di Fumane, VR) prendere una strada sterrata sulla sinistra in località Molane (880 m), palina CAI del sentiero Molane-Dolcè. Parcheggiare al bivio o seguire brevemente la sterrata fino alla sbarra con slargo. Si segue il sentiero CAI 236 in discesa prima per pascoli, poi per faggeto. Poco dopo aver oltrepassato un cancello per il pascolo si trova un cartello naturalistico sulla sinistra, abbandonare quindi il sentiero CAI che scende ripido e prendere la traccia sulla sinistra. Questa mantiene la quota per poi perderla brevemente nei pressi di un vecchio fronte di cava. Oltrepassato un vecchio rudere si continua in piano e poi in leggera salita fino a scavalcare una sella in salita fino ad una radura di caccia, l'attacco del Dente si trova 50 metri sopra. Chiodo. (40').

Descrizione:
L1: Salire interamente la bella fessura fino a raggiungere delle belle lame che anticipano la cengia erbosa. Sosta su albero. (3 chiodi, 1 cordino) 20 m  V+.
L2: Rimontare a sinistra della sosta (ch. a pressione) salire la placca compatta impegnativa fino ad un chiodo con cordone, qui traversare a sinistra (chiave). Seguire tutta la lama da friends fino alla sommità dove si tiene la sinistra. Sosta su 2 spit. (3 clessidre. 7 Chiodi). 30 m VII+.
L3: Cresta erbosa e muretto che conduce nel bosco. Sosta su albero non attrezzato. (1 cordone). II, 20 m

Discesa: Scendere dal canale a sinistra per ritornare alla base del dente oppure seguire una traccia in salita con degli ometti per una settantina di metri fino alla base dello spigolo per continuare la cavalcata su Mamma Silvana.

L1

L2

SECONDO SPIGOLO (top. proposto) - Via Mamma Silvana

Zona: Monte Pastello
Sviluppo: 215 m 
Esposizione: N
Quota: 1000 m
Tempo: 2-3 h 
Difficoltà: VII- 
Materiale: nda, friend fino al 4
Discesa: a piedi
Apritori: M.Leorato, C.Confente (15/6/2025)

L'attacco si trova 10 m sulla destra dello spigolo vero e proprio in prossimità di una fessura. Segue un breve trasferimento. I 50 metri della Prua fino all'evidente gendarme si svolgono su roccia e fessure molto belle. I successivi 100 metri di cresta appoggiata, presentano sfasciumi poco stabili per cui serve attenzione. Questo tratto facile è già stato esplorato in passato (rinvenuta una vecchia fettuccia persa tra l'erba) ed è stato quindi lasciato disattrezzato. Salita one-push da Manuel e Christian il 15/6/2025 e successivamente risistemata.

Accesso: consigliato l'accesso dalla via sul Dente in modo da evitare la ravanosa risalita del bosco-ghiaione.

Descrizione: 
L1:  Attaccare a destra dello spigolo sulla verticale di una fessura, segue un traverso a sinistra per raggiungere lo spigolo più facile. Sosta su albero non attrezzato sotto alla Prua. VI+, 
30 m
L2: Alzarsi sullo strapiombo a cubetti utilizzando i 2 chiodi a pressione dopodiché scalare la bella fessura su bella roccia fino ad una piccola cengia sul lato sinistro del tetto. Sosta a spit. (4 chiodi, 1 cordone) VI e A0, 15 m
L3: Salire grazie a delle lame e superare la fessurazione che si restringe, oltre il tratto verticale la fessura si allarga e diventa regolare e ideale per la tecnica ad incastro di mano (friend grandi utili). Al termine un dietro bloccato da un masso si supera a destra prendendo una cornice. Sosta a spit poco oltre. (6 chiodi, 1 spit) VII, 
30 m
L4:  Proseguire per un canaletto per poi
 doppiare lo spigolo a destra compiere una traversata sempre verso destra con leggera discesa fino alla base di un diedro. (1 chiodo, 2 cordini). IV+, 20 m.
L5:  Salire il bel diedro fessurato e sostare su un muretto ora in cresta. (2 chiodi, 1 cordino). V, 20 m. 
L6: Affrontare il muretto molto friabile (IV, 1 chiodo) e poi proseguire per cresta elementare fino ad uno spuntone. 30 m.

L7: Proseguire per cresta per 40 m fino al libro di via sotto all'ultimo muro, II.
L8: Muretto finale su roccia a cubetti evitabile a piedi sulla destra. Breve ma impegnativo fino a sostare su una grossa clessidra. (2 chiodi) VI A0. 15 m.

Discesa: seguire una buona traccia nella radura verso sinistra (ometti) fino ad intercettare il sentiero CAI 240 che seguito verso nord per dorsale conduce alla Croce prima e poi in discesa per mulattiera con alcuni tornanti fino al punto di partenza. (30')

Il secondo spigolo


L2

Il Gendarme in apertura


L3