martedì 14 aprile 2026

Sedici tiri e un maritozzo: cronache dallo Spigolo Regeni

Racconto per Planet Mountain, Aprile 2026

Partivamo dai pressi di Maso Naranch, quello dove si è sposato Ondra, in quelle fredde mattine d’autunno in cui l’aria gelida aveva già capito tutto e noi no. Sacconi troppo pesanti per la nostra dignità: dentro c’erano chiodi artigianali e dozzine di spezzoni di corda pre-impiombati. Dubbi sparsi come le foglie dei lecci che nascondono le poche tacche buone e le pareti che ci guardavano dall’alto con l’espressione: "Ma davvero siete tornati?".

Lodo, ovviamente, la linea dello spigolo sud del Monte Garda ce l’aveva in testa da mesi. Forse anni. La vedeva persino quando chiudeva gli occhi, tipo screensaver. Io lo seguivo dopo essere stato preso per sfinimento, perché a un certo punto bisogna accettare il proprio destino: se Gaspari decide che quella è la linea, amen, è la linea.

Lodovico addenta un chiodo

L’avvicinamento era sempre la stessa tiritera: sassi, terra, sassi, lecci impenetrabili tipo cler del kebabbaro. Un sentiero, o meglio, l’ex trincea della seconda linea austroungarica, che ti obbligava a ripensare alla scelta sbagliata di attività ludica del fine settimana. Ma poi compariva l’attacco della via e, incredibilmente, ricominciava quella strana follia che ci spingeva a salirci sopra invece di tornare al bar La Prua di S. Ambrogio come le persone normali, a mangiarci un maritozzo con doppia crema anziché star lì a prender freddo.

Aprire dal basso le vie a bassa quota richiede la solita miscela letale di ottimismo immotivato misto incoscienza. La roccia nera dei primi tiri? Una specie di lastra cotta al vapore che ti diceva: "Sì, sali pure, ma poi non lamentarti". Le placche che da lontano sembravano lavorate? Plot twist: non lo erano per nulla, ma a noi, le placche ci basta "che respirino". Le fessure da friend? Ovviamente prendevano sempre e solo quelli che non avevamo messo nella rack.

Uno dei tanti tramonti dallo spigolo

Ci fermavamo spesso a guardarci come due che hanno appena perso il vaporetto per S. Marco ma non vogliono ammetterlo. Poi Lodovico, quando toccava a lui tirare da primo, se ne veniva fuori con una delle sue osservazioni tecniche d’altissima scuola Val d’Adige anni ’90, tipo: "Sicuramente si va di là", indicando il punto opposto di dove sarei andato io. Ma alla fine aveva ragione, e si ricominciava a ridere invece di piangere. Un classico.

Intanto salivamo tiro dopo tiro, in alternata, come se facessimo zapping tra due serie TV che speri migliorino ma restano sempre sullo stesso piano narrativo: lento, ma tutto sommato coinvolgente. La roccia però migliorava davvero: diventava chiara, compatta, quasi incoraggiante. Le cenge rompevano l’arrampicata "ritmica" del buon vecchio Grill, ma noi ci dicevamo che una via senza interruzioni è troppo mainstream. Passando di qua e di là, navigando a vista, alla fine lo spigolo tornava sempre a farsi vedere, tipo mascotte ufficiale della salita.

Sacconi, foglie e lecci..


Poi arrivavano gli "highlight della puntata": la fessura larga che finalmente accettava il friend grigio, quello più grande nella bandoliera, come un portiere rassegnato che lascia entrare un conoscente. Poi la prua del tredicesimo tiro, questa volta non il bar, che io segretamente chiamavo il Tau, per la forma a croce francescana, era davvero bella da scalare. Sì, lo ammetto senza ironia: succede anche questo, di trovare ogni tanto roccia bella, senza avere la fissa di cercare a tutti i costi il calcare più stratosferico, al costo di incrociare anche la propria dignità..mi fermo altrimenti divago. E poi l’ultimo tratto, dove la parete mollava la presa e il bosco poco più su sembrava dire: "Dai, finiamola qui". Ma invece era solo un miraggio e così per sedici, dico se-di-ci, tiri di corda.


Quando finalmente siamo arrivati in cima non sono esplosi i fuochi d’artificio: semmai le nocche delle nostre mani, prese tra disgaggio e martellate mancate sui chiodi. Non è partita nessuna sigla, tantomeno i cori angelici. Solo due tipi un po’ stralunati seduti su una roccia all’imbrunire che si dicono: "Beh, dai è finita… lo vuoi un Sambuca"?

Lodo in apertura

E ogni volta che guardavamo lo spigolo dalla piana ormai rinsecchita dell’ex lago di Loppio, sulla via del ritorno alla luce delle frontali, avevamo quella strana sensazione che la parete stessa custodisse il nostro pensiero. Solo roccia, vento e una memoria, importante, che non doveva essere dimenticata nel rumore della vita frenetica, quella di Giulio Regeni ricercatore, connazionale, barbaramente ucciso in Egitto.

Niente trombe, niente luci sparate in faccia, si torna alla Prua di S. Ambrogio per una birra e una pizza, perché siamo pur sempre umani… orgogliosamente rocciatori della domenica.


4^ ripetizione "d'autore"

domenica 12 aprile 2026

Pezòl, Ciao Rita (5c, 170 m, 5a obb.)

Zona: Monte Pezòl (Arco)
Sviluppo: 170 m
Esposizione: S
Tempo: 2 h 30’ (via), 35’ accesso
Difficoltà: 5c S2, 5a obb.
Materiale: singola, 10 rinvii
Discesa: a piedi
Relazione seguita qui

Via del 2022 dei tedeschi G. Kuen, M. Röck, su una parete che negli ultimi anni sta vivendo una seconda giovinezza. La linea si sviluppa sulla fascia destra, tra placche e tratti appoggiati, con una progressione discontinua ma mai noiosa. La roccia è sempre buona e ripulita, e l’attrezzatura segue bene i passaggi senza banalizzarli. Non è una via “continua” nel senso sportivo del termine: alterna lunghezze facili a tiri più tecnici, con qualche passaggio che richiede un minimo di attenzione nella lettura. Nel complesso resta una salita piacevole, più da giornata tranquilla che da ricerca del grado, con quel classico ambiente del basso Sarca fatto di sole, placche e vegetazione mediterranea che ogni tanto entra nella linea.

Accesso:
Da Arco salire verso Bolognano e poi in direzione Monte Velo lungo la SP48. Superati Gazzi e alcuni tornanti si raggiunge una curva a destra con sbarra e palina CAI, dove si parcheggia lungo la strada. Si prosegue a piedi lungo la sterrata fino a un masso con bollo rosso, quindi si scende a sinistra verso le pareti. Al primo bivio presso una falesia tenere il sentiero di sinistra (bolli azzurri), poi nel bosco fino a un piccolo slargo. Qui piegare a destra seguendo i bolli blu fino a portarsi sotto la parete nei pressi di un ghiaione. Risalirlo e poi traversare verso destra in salita lungo la base superando l'attacco di Clessidra fino alla targhetta di via. 35’.

Descrizione:
L1: salire il pilastro iniziale e spostarsi a destra verso la sosta sopra ad un leccio. 25 m, 5a/5b.
L2: partenza a sinistra, poi traverso a destra e balze facili fino in sosta. 15 m, 3c/4a.
L3: breve lunghezza verticale con uscita leggermente a destra. 15 m, 4a.
L4: traverso facile a destra su roccia lavorata. 30 m, 3c.
L5: placca più tecnica con breve strapiombetto che dà accesso alla sosta. 25 m, 5c.
L6: obliquo a sinistra e poi placca più facile ma continua. 20 m, 4b.
L7: rampe semplici fino alla sosta finale con libro di via. 30 m, 3c.

Discesa:
Dalla sosta finale si segue la traccia evidente verso l’alto fino al dosso con il traliccio, riferimento chiaro anche da lontano. Da qui si piega a destra lungo il sentiero (qualche breve tratto attrezzato) fino alla deviazione del “Garda Trek”; si tiene la sinistra rientrando rapidamente sul percorso dell’avvicinamento. 30’.

Volendo allungare la via di un tiro, dall’uscita si può anche traversare nel bosco verso sinistra e andare a prendere l’ultimo tiro della via "Clessidra", arrivando così direttamente alla “panchina” di vetta.

L1

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domenica 5 aprile 2026

Coste di Loppio, Via Eguies (6b, 220 m, 6a+ obb.)

Zona: Monte Garda
Sviluppo:  220 m
Esposizione: SW
Tempo: 4-5 h
Difficoltà: 6b, 6a+ obb. S2
Materiale: 12 rinvii. Friend rosso e giallo. Cordino per le soste su pianta.
Discesa: a piedi


Via aperta da M.Bernardi e scoperta per caso durante l'apertura della parte alta della vicina Giulio Regeni, percorsa per curiosità e senza una relazione in mano è stata un piacevole sorpresa a testimonianza delle sorprese che può riservare questo angolo di roccia ancora poco battuto. Nel complesso la linea è esigente ma ben protetta, la parte alta più esposta presenta un tiro in fessura che da solo vale la via. Qualche breve tratto delicato potrebbe intimorire chi è avvezzo solo alla roccia monolitica da falesia. 

Accesso: parcheggiato all'ampio parcheggio del Doss Alt (45°52'32.7"N 10°55'26.7"E) si torna indietro a piedi e si prende la strada per Maso Naranch, oltrepassata la chiesetta affrescata di S.Rocco al bivio si tiene la sinistra in discesa fino ad un casa isolata in Loc. Campedello dove la strada finisce. Si continua raggirando la casa da destra e passandogli davanti fino ad intercettare una traccia nel bosco che in discesa e sotto pareti conduce ad un tratto piano nel bosco con dei bunker della grande guerra. Da qui si segue fedelmente la trincea della seconda linea austriaca in leggera salita fino alla grande cengia che corrisponderebbe alla cengia della partenza del terzo tiro della nostra via. Si scende per un canalino ghiaioso (ometti) fino alla base dello zoccolo, qui si seguono dei bolli rossi lungo la base che poi rimontano un'altra piccola cengia esposta, che in breve porta all'attacco. Cordino rosso. 40-45 min.

Descrizione:
L1: dritti poi traversino a destra e poi per roccia sporca ma facile, guadagnare la cengia passando attraverso la pianta. 20 m. 5a.
L2: dritti poi placca compatta con andamento verso destra poi più verticale. 6b, 30 m.
L3: breve tiro di raccordo alla base del masso ciclopico. 15 m. 4c.
L4: si rimonta con un piccolo traverso la faccia est del masso fino alla sommità del masso dove si sosta su pianta poco sotto. 25m, 5b+.
L5: spaccata sulla parete di fronte poi lungo traverso discendente fino a raggirare la pianta (ignorare vecchi spit che salgono da sotto). Poi ancora in verticale fino alla sosta. 30 m, 6a+.
L6: in verticale sopra ad uno spuntone e poi attraversamento di pance svase verso sinista, poi rampa ripida con un piccola sezione delicata fino a sostare comodamente sopra un leccio. 25 m 6a+.
L7: in verticale fino allo spigolo che si rimonta su prese piccole (chiave) poco sopra sosta a spit + clessidra. 6b. 25 m.
L8: si continua in verticale ignorando degli spit a destra, fino a sotto al piccolo strapiombo ammanigliato, sopra una bellissima fessura regolare da pugno porta alla sosta. Utile un friend giallo/rosso. 6a+. 25 m.
L9: Continuare la fessura e poi guadagnare l'uscita per ultimi muretti abbattuti ma un po' sporchi di terra. Sosta su pianta. 6a. 20 m.

Discesa: seguire la traccia verso N che in breve porta ad un bivio, tenendo la destra si raggiunge il parcheggio in 5 min.

L2

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L5, dopo la spaccata

l5 traverso


L6

L7

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Panoramica M.Garda

martedì 31 marzo 2026

Milo Navasa, dalle torture naziste alla Scuola Veronese

Questa è la storia di un uomo la cui vita è stata una ribellione continua contro i confini. Prima quelli orizzontali, segnati dal filo spinato di un campo di transito nazista, dove lo spazio definiva anche il limite della vita. Poi, una volta tornato libero, verso confini di tutt’altra natura: quelli verticali e severi delle grandi pareti dolomitiche. L’uomo è Milo Navasa, nato a Verona nel 1925 da padre bellunese. Ma definirlo semplicemente “alpinista” non basta. È riduttivo, perché le sue imprese non sono mai state separabili dalla sua storia, dalla guerra, dalla Resistenza, da una ferita che non si è mai rimarginata e che ha invece generato una ricerca ostinata.


Lo spartiacque della sua vita arriva presto. È la notte del 13 dicembre 1944. Milo ha diciannove anni quando lui e suo padre Augusto vengono arrestati dai fascisti a Verona. L’accusa è quella di coinvolgimento nella Resistenza. Augusto infatti non è una figura qualunque: è stato capitano degli Alpini nella Prima Guerra Mondiale, decorato, socialista convinto, uno che non ha mai voluto prendere la tessera del Partito Fascista. Un uomo di principi, e proprio per questo un bersaglio. Dopo interrogatori e torture, i due vengono internati. Poi i destini si dividono in modo tragico:  Augusto viene deportato a Mauthausen e morirà nel sottocampo di Gusen. Milo viene trasferito al campo di transito di Bolzano, l’anticamera dei lager del Reich, con il triangolo rosso dei prigionieri politici cucito sulla giacca. La deportazione in Germania sembra solo una questione di tempo.

E invece no. Il convoglio che avrebbe dovuto portarlo a Mauthausen non partirà mai, bloccato dai bombardamenti alleati sulla linea del Brennero. Quando il campo viene liberato, Milo torna a casa a piedi, da Bolzano a Verona. Un viaggio di riconquista fisica e simbolica, un’esperienza che, a diciannove anni, non può che plasmarlo per sempre.

Da quell’incontro ravvicinato con la morte nasce in lui una specie di imperativo categorico: vivere libero, nella bellezza. Se il lager era la massima costrizione orizzontale, uno spazio chiuso e senza speranza, le pareti delle Dolomiti diventano il suo opposto: spazio aperto verticale. L’alpinismo diventa l’estensione diretta dei valori vissuti nella Resistenza: solidarietà, rigore morale, fiducia assoluta nel compagno. La corda che lega due uomini in parete diventa il simbolo di un patto di vita o di morte, lo stesso che unisce chi sceglie di resistere.

Questa visione influenza profondamente anche le persone con cui Navasa decide di scalare. Nasce così quella che passerà nella storia dell'alpinismo locale come la “cordata magica”: Milo Navasa, Claudio Dal Bosco e Franco Baschera. Tre caratteri diversissimi e un’alchimia perfetta. Navasa è il leader, l’intellettuale del gruppo, elegante, logico, quasi matematico nella lettura della roccia. Qualcuno lo descriverà come un incrocio tra Al Pacino e Vittorio Gassman, per l’intensità dello sguardo e la naturale autorevolezza.

Claudio Dal Bosco, cognome tipico cimbro, nativo di Giazza, è istinto puro. Compatto, potentissimo, scanzonato, sempre pronto alla battuta. Si diceva che scalasse quasi solo di braccia. Un personaggio leggendario, capace di gesti che oggi sembrano assurdi: come durante la salita sulla Rocchetta Alta di Bosconero, finì le sigarette e sentì il bisogno irrefrenabile di scendere in doppia per duecento metri, per andare dal tabaccaio del paese a comprarsi le sigarette, per poi risalire e continuare l'ascensione.

Franco Baschera era l’opposto: silenzioso, robustissimo e atletico . Per quasi trent’anni gestirà il rifugio Fraccaroli sul Carega. Di lui dai racconti ne esce un’immagine carismatica: durante i bivacchi in parete, talvolta appesi alle amache, tirava fuori un’armonica a bocca e suonava per tenere alto il morale nelle lunghe notti. Erano veri amici, prima ancora che compagni di cordata. Lo dimostrano anche gli scherzi, come quello memorabile della "grola" morta (una cornacchia) nascosta nello zaino di Milo, scoperta solo giorni dopo a casa a causa dell’odore insopportabile nella sua casa di Volto San Luca. Puoi permetterti uno scherzo simile solo con qualcuno che conosci molto bene, a maggior ragione se lo fai a 400 metri da terra.

Bivacco sulla Rocchetta Alta di Bosconero

Da questa intesa nasce quella che verrà chiamata la “scuola veronese”. A differenza di Lecco o Cortina, Verona a quei tempi non aveva una grande tradizione alpinistica. Loro la costruiscono da zero, basandola su principi ferrei: logica impeccabile nella scelta delle linee, rispetto per l’architettura della roccia, e l’idea che la cordata sia un’entità unica, più importante dei singoli.

E qui entra in scena un luogo che, per capire davvero Navasa, vale quasi quanto una grande Nord dolomitica: Stallavena, l'antesignana delle "palestre" (allora si chiamavano così) proprio alle soglie della città. È tra gli anni Cinquanta e Sessanta che Milo e i suoi compagni, tra cui Franco Chierego e Claudio Dal Bosco, aprono dal basso a chiodi una serie di vie che diventano un piccolo atlante del loro stile: lo Sperone, il Pulpito, l’Albero, la Ferratina, il Gran Diedro, la Verona, la Gialla, la Firenze, il Diedro Giallo, la Peruviana, Ciabatta Pazza. Nomi che, da soli, raccontano di quell'epoca: ironia, concretezza, e amore per l’identità locale. Ma soprattutto raccontano un metodo: partire dal basso, interpretare la parete, cercare la linea giusta senza imporsi troppo sulla roccia, ridiscendere alla base a piedi.

La palestra di Stallavena, con il tracciato de "La Longa" di A.Pojesi


È qui che torna l'eco di un concetto tanto affascinante per quegli anni: la “vera linea della goccia cadente” citato anche da un altro compagno di Milo: Armando Aste. La linea più naturale, più logica, quella che una goccia d’acqua seguirebbe scendendo lungo la parete. Navasa era contrario all’autopromozione e alle linee costruite per stupire e in quel modo di muoversi,“leggere” invece che “forzare”, c’è già tutto il suo carattere: umile e rigoroso.

Le grandi imprese arrivano e fissano questa visione sulle grandi pareti. Nel 1959 Navasa apre con Aste il Gran Diedro Nord al Crozzon di Brenta: tre giorni in parete per seguire una linea di cinquecento metri logica ed elegantissima, dedicata a Giulio Gabrielli. Nel 1964 arriva la Via Città di Verona sulla Parete Rossa della Cima Brenta: una dichiarazione orgogliosa di identità. La difficoltà è tale che la prima ripetizione invernale avverrà solo diciotto anni dopo, e per vederla salita interamente in libera si dovrà aspettare fino al 2002.

Diedro Aste, Crozzon

Via Città di Verona (1) Cima Brenta, Parete E

Nel 1965 la cordata si sposta sulla Rocchetta Alta di Bosconero, parete nord di settecento metri, più alta della famigerata nord della Cima Grande di Lavaredo. Anni dopo Reinhold Messner inserirà queste vie tra le più difficili, logiche e belle delle Dolomiti. È come ricevere una lode pubblica da Martin Scorsese se fai il regista.

La Navasa alla Rocchetta alta di Bosconero

Spalti di Cima Trappola: Via del Diedro (8), una Dal Bosco-Navasa ante litteram?


Ma la via che per Navasa ha il significato più profondo arriva nel 1973, sullo spallone est del Sassolungo. Ottocento metri aperti da lui e Dal Bosco in condizioni durissime, con bivacchi nella bufera. La definirà: “la mia via più bella, la salita più dura”. Si chiama Via Cristina, dedicata alla piccola figlia di Guido Chierego, presidente dell'allora CAI di Verona, morta tragicamente in un incidente stradale poco prima. Un carico emotivo enorme trasformato in gesto verticale.

Spallone del Sassolungo, Via Cristina (n) 

Accanto all’alpinista estremo c’è però anche l’insegnante. Navasa insegna scienze e chimica, ed è Istruttore Nazionale di roccia del CAI. Per decenni dirige la scuola di alpinismo “Gino Priarollo”, formando generazioni di alpinisti. La sua ossessione è la sicurezza, fondata su conoscenza e logica. Poco prima di morire critica duramente l’utilizzo superficiale della “progressione in conserva”, definendola senza mezzi termini: “un potenziale suicidio di massa”. Il suo pensiero si riassume nella celebre frase “Legati ma liberi”, infatti per lui la corda non è mai stata un vincolo ma lo strumento che rende possibile la vera libertà di salire.

La Grola, simbolo della storica Scuola G.Priarolo

I riconoscimenti arrivano anche fuori dall’Italia, con l’ammissione al prestigioso Groupe de Haute Montagne francese. La sua città, o meglio la sua provincia, gli dedicherà una scuola di arrampicata sempre del CAI, a S. Pietro in Cariano, poi una strada, la Via degli Alpinisti Veronesi, a Quinto di Valpantena, sulla strada per Stallavena. Nel 2007 riceve l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica. Tornando un po' indietro, Milo, intorno ai cinquant’anni deciderà di smettere con l’alpinismo estremo, parlando di saturazione psicologica, ma la sua ricerca non si fermò ma cambiò semplicemente elemento. Dall’aria passò all’acqua, dedicandosi all’attività subacquea con lo stesso rigore e lo stesso amore per la bellezza.

Lo stemma della Scuola M.Navasa

Il lascito di Milo Navasa non rimane confinato nelle targhe o nei riconoscimenti ufficiali, chi lo ha conosciuto come Armando Aste, racconta che con lui condivise alcune delle pagine più alte dell’alpinismo dolomitico, e lo ricordava così: «Milo era un uomo di rara virtù, modestia e gentilezza». Una definizione che vale più di qualsiasi curriculum accademico.

Navasa ha attraversato il Novecento dal suo punto più buio e ne è uscito senza cinismo. Ha trasformato la violenza subita in una disciplina interiore volta alla ricerca della bellezza. Forse è per questo che, ancora oggi, le sue linee continuano a parlare ad arrampicatori ed alpinisti, perché, come dimostra la sua vita, la vera libertà non è andare dove si vuole, ma scegliere ogni volta il modo più giusto per andarci.



Credits foto tracciati vie: 
Relazione1 PlaneMountain. 
Relazione2 GognaBlog. 
Relazione3 Scuola Guido della Torre. 
Relazione4 Orsetto Climber Blogspot. 
Relazione 5. Sassolungo - Ivo Rabanser - Guida dei Monti d'Italia

lunedì 23 marzo 2026

Cima Carega, Vajo Nascosto (AD, II+, 330 m)

Zona: Cima Carega
Sviluppo: 330 m
Esposizione: N
Tempo: 4 h
Difficoltà: AD II+, 75°
Discesa: a piedi
Materiale: nda, friend, chiodi a lama.


Linea elegante e poco evidente fino a quando non ci si entra. Le difficoltà cambiano in modo significativo a seconda dell’innevamento. Nel nostro caso, si presentava come un unico scivolo nevoso continuo fino alla sosta che precede l’ultimo tiro su roccia, decisamente più delicato e tecnico.
Da qui si può scegliere tra due opzioni: il diedro di destra, dove sono presenti alcuni cordoni ed è possibile integrare con friend, oppure la placca appoggiata di sinistra, più impegnativa e proteggibile esclusivamente con lamette molto sottili (è presente un solo chiodo di passaggio). Qualche anno fa le guide avevano ipotizzato di attrezzare e mettere in sicurezza questo tratto sovente scoperto, ma purtroppo ho constatato che l’intervento non è ancora stato realizzato forse a causa delle solite polemiche dei "puritani": spit si spit no.
Con un innevamento più abbondante, anche l’uscita tende a risultare meno problematica. La sosta finale si può allestire in forcella su corpo morto, oppure a friend traversando verso le rocce opposte.

Accesso: Partenza dal Rifugio Campogrosso (1433 m). Avvicinamento lungo il sentiero europeo E5 (segnavia n°7), che attraversa il Giaron della Scala e il Prà degli Angeli fino al Boale dei Fondi. Si raggiunge la Selletta dei Cotorni (1687 m), quindi si prosegue sul sentiero n°8 fino all’imbocco del Vajo dei Colori (circa 1560 m), attraversando una fitta zona di mughi.
Dal Vajo dei Colori si risale fino a uno sperone triangolare (circa 1700 m). Si ignora la deviazione a destra per il Vajo Bianco e si prosegue mantenendo la destra, sotto il fianco roccioso, fino a individuare un ampio canale nevoso che piega verso sinistra: qui ha inizio il Vajo Nascosto.

Discesa: Dalla forcella finale si scende sul versante opposto fino a intercettare il sentiero alla base del pendio. Si traversa verso sinistra in direzione Forcella Mosca, mantenendo il sentiero alto sotto Cima Mosca.
Si prosegue fino a individuare il Boale dei Fondi (2079 m), quindi si scende lungo il canale fino a incontrare nuovamente il sentiero E5, che riporta al Rifugio Campogrosso.






Forcella di uscita
Variante sinistra

lunedì 9 marzo 2026

Coste di Loppio, Via Giulio Regeni (415 m, VI+)

Coste di Loppio, Via Giulio Regeni (415 m, VI+)

Zona: Monte Garda
Sviluppo: 415 m 
Esposizione: SW
Quota: 800 m
Tempo: 5-7 h 
Difficoltà: VI+
Materiale: singola, friend fino al 4.
Discesa: a piedi
Apritori: L. Gaspari, M.Leorato, C.Confente.

La linea, idealizzata da Lodovico Gaspari, segue logicamente l’evidente spigolo sud del Monte Garda, sfruttando al meglio lo sviluppo della fascia di pareti che precipita e contorna a nord-est il lago di Loppio, a noi tanto caro per l'impresa "Galeas per Montes". Nella parte basale la via si sviluppa su stratificazioni calcaree scure a scaglie, mentre dalla metà in poi la roccia migliora, offrendo tiri piacevoli tra placche e fessure. Lungo l’intero itinerario sono presenti cenge che interrompono la continuità della scalata. Chiodatura mista fix e chiodi tradizionali, soste a spit. Consigliata una serie di friend fino al n°4 per le fessure. Può rimanere bagnata a lungo dopo le piogge nella parte bassa.
Aperta a più riprese dal basso nel mese di novembre 2024 e 2025. È una via pensata per chi ama percorsi esplorativi e appartati, lontani dagli spot più frequentati.
Abbiamo dedicato la via a Giulio Regeni, a 10 anni dalla sua scomparsa, per dare al nostro alpinismo un significato che va oltre la difficoltà, trasformandolo in un segno di memoria civile, affinché la sua ricerca della verità non venga dimenticata.

Accesso: dalla rotonda nei pressi di Loppio (TN) salire in direzione Val di Gresta fino al paese Valle S. Felice. Passare oltre la chiesetta di S. Anna, strada stretta, fino a dove spiana in corrispondenza di una larga curva destrorsa, loc. Fizana, dove a sx si stacca uno stradello con slargo per parcheggio dove lasciare la macchina (45° 52′ 6.60″ N, 10° 55′ 43.49″ E). Seguire brevemente la strada su sterrato fino a lambire il dirupo verso il lago di Loppio. Al margine sinistro di quel che rimane di una trincea della Grande Guerra parte la traccia a bolli rossi e ometti che scende nel bosco e conduce direttamente all’attacco della via. (25-30 min.) 

Descrizione:

L1: Salire la placca nera delicata con andamento diagonale verso destra, poi la roccia migliora. Sosta a fix oltre la cengia. 25 m IV
L2: Rimontare un muretto e raggirare uno strapiombo sulla sinistra fino alla grande cengia. 20 m V.
L3: Trasferimento di 40 m fin sotto al muro successivo.
L4: Prendere la rampa diagonale sinistra-destra su roccia nera delicata. 20 m IV+
L5: Si continua su balze stratificate. 25 m V+
L6: Ultimo tiro su questa roccia nera fin sotto ad un grande tetto. 30 m V+
L7: Si raggira e rimonta il tetto fino ad una cengia. 30 m V
L8: Trasferimento di 15 m fino al muro successivo. III.
L9: In verticale su fessurina da proteggere poi traverso a sinistra per prendere un diedro. Cengia ripida e sosta sulla sinistra. 20 m VI
L10: Raggirare a destra una fascia di rocce rotte e salire la fessura larga da pugno, da proteggere a friends, fino al pulpito. 25 m V+
L11: Breve trasferimento di 15 m fino al muro successivo. II.
L12: Rimontarlo, mantenendo la prossimità dello spigolo su gradoni fin sotto ad una caratteristica prua rocciosa. 30 m V.
L13: Salire la bella placca sulla destra nel suo centro fino ad uscire da uno strapiombetto su buone prese. Cengia ripida e poi sosta su leccio (corda fissa). 25 m V.
L14: Si supera un piccolo tettino sulla destra e poi si risale interamente un diedro. Uscita su roccia più delicata. 30 m VI+
L15: Si attraversa a sinistra sotto a dei lecci e poi si risale interamente il diedro-fessura. Superato lo strapiombo che lo strozza la roccia torna più delciata. 30 m VI+ A0.
L16: Si mantiene la sinistra per placche abbattute e fessurate fino a sostare su albero sulla sommità. 30 m V.

Discesa: dall’uscita  attraversare tutto il bosco verso nord  senza perdere quota, seguendo i bolli gialli. Raggiunta la strada asfaltata di loc. Naranch, si segue la dir. a dx (est) prima in piano e poi in discesa fino al tornante sulla SP88. Scendere ancora per circa 100 mt verso Pannone ed alla prima deviazione a dx con segnaletica Cai, prendere la strada bianca (att.ne non la scaletta!) subito a destra fino a raggiungere di nuovo ed in breve la sottostante SP88 in corrispondenza della Cappella dei Signori. Sul lato opposto della strada oltre il paracarro, scendere per traccia fino al successivo tornate dove inizia il sentiero F20 del Cammino di S. Rocco. Giunti alla strada asfaltata scendere lungamente a dx evitando ad un certo punto il sentiero F20 che si stacca a sx, mentre noi proseguiamo ancora su asfalto fino al park delle auto in loc. Fizana. (circa 45 min.)

Lo spigolo sud dove corre la via

In apertura su L13

La fessura di L10


Lodovico in apertura


Discesa, prima deviazione

Discesa, seconda deviazione






Pasubio, Forni Alti per il Canevòn di Campiglia (900 m, BSA, 15 km)

Zona: Piccole Dolomiti - Pasubio 
Quota max: circa 2100 m
Dislivello: 900 m
Esposizione: NE
Discesa: NE
Difficoltà: BSA

Gita poco frequentata in una valle nascosta sopra la Strada degli Scarubbi. Il Canevon di Campiglia si apre improvviso sotto l’omonima cima e regala un ambiente ampio e molto estetico nel cuore delle Piccole Dolomiti. L’itinerario si svolge inizialmente lungo la strada militare verso il rifugio Papa e poi devia nel vallone che porta nella valle superiore del Canevòn. Nel tratto sotto la cresta si incontra il pendio più ripido della salita ma mai eccessivamente esposto. Panorama ampio sul Pasubio, sul Carega e su tutte le Prealpi vicentine, con vista ravvicinata sulla Punta del Campanil Fontana d’Oro. 

Accesso
Da Bocchetta Campiglia a quota 1200 m, dove parte la famosa strada delle 52 gallerie, si segue la Strada degli Scarubbi in direzione rifugio Papa. I primi 15-20 minuti possono richiedere portage fino a trovare neve continua. La strada prosegue ben innevata fino a un vallone ripido che supera con numerosi tornanti. Con neve dura conviene salire più diretti usando i rampant oppure si può proseguire sempre sulla strada che rimane più soleggiata. Intorno ai 1700 m, quando la strada piega nettamente a destra, la si abbandona entrando nel Canevon di Campiglia in concomitanza con la traccia estiva della via normale ai Forni Alti. Si risale la valle fino alla cresta, facendo attenzione ad un grosso buco nel suo centro in caso di scarsa visibilità. Con un ultimo pendio ripido si raggiunge una sella dove si traversa verso sinistra fino sotto la cima dei Forni Alti, raggiungibile a piedi o con gli sci.

Discesa
Per l’itinerario di salita. La parte alta del Canevon rimane al sole e quindi può offrire belle curve su firn. Più delicata la sciata nel vallone ripido inferiore dove la neve tende a restare dura. Rientro lungo la Strada degli Scarubbi fino al punto in cui termina l’innevamento, con breve tratto finale a piedi.

Strada degli Scarrubi


Il Canevòn di Cmapiglia

Ultimo tratto ripido

Traverso sotto la cima


Cima Palon

Il cratere nel centro del Canevòn

Cima Forni Alti