mercoledì 29 luglio 2026

Zig-Zag tra le classiche

Sono passati quasi dieci anni dall’apertura della via che diede origine a Zig Zag tra le Ombre, l’articolo con cui Alberto Peruffo attaccò la Diretta delle ombre, aperta nel 2017 sulla parete Sud del Baffelàn da Confente, Gianesini e dal sottoscritto. Per molto tempo abbiamo evitato di alimentare quella polemica, ma, ciclicamente riaffiora, sovente alimentata o dai trolls del GognaBlog o da una manciata di nostri haters annidiati nella piazza di facebook. 

Oggi ritengo necessario rispondere, perché la discussione ha superato da tempo il confronto fra differenti modi di intendere l’apertura di una via. Peruffo aveva pieno diritto di ripeterla, criticarla, contestarne la chiodatura e proporre una diversa ricostruzione storica. Nel suo stesso articolo riconosce che si tratta di una bella linea e che merita di essere ripetuta. Poi il tono cambia. La critica tecnica diventa una delegittimazione degli apritori, del loro ruolo di istruttori CAI e perfino del loro diritto di intervenire sul Baffelàn. Il passaggio più grave riguarda la rimozione delle protezioni. Peruffo invitò apertamente gli apritori a togliere gli spit e sostenne che, qualora non lo avessero fatto, altri alpinisti avrebbero avuto il diritto di intervenire. In seguito la Diretta delle ombre è stata schiodata nel settembre 2025 e la scatola con i chiodi e il libro di via è stata ritrovata a 120 km di distanza a Spiazzi nel veronese da Giuseppe Vidali, quasi in concomitanza con l'evento al Malù Bar sui vandalismi alle vie in Val d'Adige...che coincidenza. Non conosco l’identità di chi ha materialmente compiuto l’intervento e non attribuirò incarichi diretti in assenza di prove. 

A. Peruffo durante una ripetizione della Montecchiani

Discutere di una via è normale, anche una critica molto dura può avere una sua utilità, purché resti ancorata alla relazione, alla storia della parete, alle protezioni presenti e ai passaggi effettivamente percorsi. L’articolo di Peruffo entra inizialmente in questo terreno, per poi abbandonarlo quasi subito. Dopo aver contestato il nome, i gradi e l’uso degli spit, definisce la via un “insulto”, parla di “sfregio” e mette in dubbio che gli apritori possano essere considerati veri alpinisti. Arriva infine a domandarsi se fossimo “istruttori o distruttori del CAI”. 

Nella postilla, aggiunta in seguito alle rimostranze verso l'articolo dell’allora direttore della Scuola di Alpinismo di Montecchio, Alessio Gualdo (CAAI), sostiene che sia difficile conciliare il ruolo di istruttore con l’apertura di una via di questo tipo e chiede pubblicamente al CAI di Montecchio Maggiore di richiamare i propri istruttori.

Definire degli istruttori “distruttori” non aiuta certo a stabilire dove passassero le presunte salite perdute dei fratelli Soldà, quelle che secondo i contestatori passavano proprio da quelle placche tra le vie Cocco e Sgreva. Definirci distruttori ha però aiutato il sottoscritto a trovare quella motivazione in più per conseguire il titolo di Istruttore Nazionale di Alpinismo e, in seguito, raccogliere il testimone alla direzione della stessa Scuola. Una realtà oggi più giovane e viva che mai, della quale peraltro, Peruffo in passato ne è stato una meteora. 

Tutta questa vicenda è stata un attacco diretto alla reputazione delle persone coinvolte, alla loro preparazione e al loro ruolo. Personalmente considero quelle parole infamanti, oltre che profondamente ineleganti da parte di un intellettuale. Peruffo avrebbe potuto contestare la via e basta ma ha scelto invece la delegittimazione pubblica, formulando giudizi su persone che non conosceva e non conosce realmente e delle quali, evidentemente, aveva raccolto soltanto opinioni filtrate da terzi, mossi da evidentissimo pregiudizio, indivia e rancore.

Diretta

Sul tema della schiodatura, le parole pubblicate nel 2019 sono chiare: si consiglia agli apritori di tornare sulla via e togliere gli spit e se non lo avessero fatto, ogni alpinista dotato della consapevolezza da lui richiesta avrebbe avuto “il diritto di farlo. Di togliere quegli spit”. Conclude poi: “Perciò, se qualcuno in piena coscienza, decide di toglierli, li tolga.” E aggiunge: “Spero lo facciano gli apritori.” Nello stesso passaggio rivendica per sé e per altri una presunta autorità fondata sui rispettivi percorsi personali. Queste sono frasi ancora leggibili nella pubblicazione sul suo blog

Qualcuno, in seguito, è realmente salito sulla Diretta delle ombre e ha rimosso le protezioni. Chi ha eseguito il lavoro conserva la responsabilità materiale della propria decisione ma sarebbe però poco onesto separare completamente quel gesto dal clima che lo aveva preceduto. Peruffo aveva indicato la schiodatura come un atto legittimo, aveva attribuito ad altri il diritto di compierla e aveva presentato gli apritori come responsabili di uno sfregio indicibile, quasi edipico di Mottiana memoria. Armiamoci e partite insomma.. e chi invita pubblicamente al vandalismo non può considerarsi completamente estraneo quando qualcuno raccoglie quell’invito. 

Una via può essere criticata e può essere evitata, un ripetitore può scegliere di non utilizzare gli spit, ma rimuovere le protezioni collocate dagli apritori è un intervento di natura diversa: modifica materialmente l’itinerario e cambia le condizioni affrontate dalle cordate successive. Può generare un problema di sicurezza quando circola da un decennio la relazione che descrive protezioni in realtà assenti (non tutti guardano la piazza di facebook per rimanere aggiornati). Una decisione simile non dovrebbe appartenere al singolo che si considera più consapevole, più storico, più autorevole degli altri e che ha tra le mani un piccolissimo tribunale privato. 

La questione appare ancora più evidente osservando la Via dei Montecchiani Ribelli, aperta nel 2015 sulla parete Nord del Baffelan dallo stesso Peruffo assieme al suo discepolo prediletto, anch'esso ex istruttore della sopracitata scuola. La via ha uno sviluppo dichiarato di 165 m, difficoltà massima di VIII- e obbligatorio di VI+. Viene descritta come aperta dal basso, con chiodi artigianali e protezioni naturali. La relazione degli stessi apritori riporta dati molto precisi: l'attacco è situato cinque metri a sinistra della Via Vicenza, il terzo tiro parte da una “sosta in comune con la via Thiene”, il quarto tiro parte da una “sosta su golfaro in comune con la Vicenza”. Questi elementi non derivano da una testimonianza orale, da una relazione degli anni '20 difficile da interpretare o da un vecchio chiodo trovato in una zona approssimativa della pareteLa via si sviluppa in un settore già attraversato da 3 itinerari classici e utilizza più punti comuni con 2 degli stessi. La si può considerare una linea bella e difficile, si può apprezzarne lo stile di apertura, la qualità della roccia e il valore dei singoli passaggi. Ma rimane anche questa una via fortemente interconnessa con itinerari precedenti e per alcuni aspetti, a differenza della Diretta, appare più un raccordo, o addirittura una variante, più che una linea dotata di autonomia e identità propria. 

Perché ciò che sulla parete Sud viene definito violazione, insulto e sfregio diventa un'apertura in pompa magna sulla parete Nord? Perché la possibile sovrapposizione con linee non più ricostruibili condanna la Diretta delle ombre, mentre due soste dichiaratamente comuni con la via Thiene e la via Vicenza non sembrano porre alcun problema alla Montecchiani Perché gli "incroci" fantasma degli altri autorizzerebbero una schiodatura, mentre quelli propri reali rientrerebbero nella normale complessità della parete? Una regola può essere severa ma deve valere per tutti. 

Montecchiani

Il problema è il doppio standard: le pareti storiche sono composte da linee che si avvicinano, si allontanano e talvolta si incrociano, condividono cenge, camini, soste e tratti obbligati. Esistono varianti, tentativi interrotti, calate e passaggi dei quali non è rimasta una documentazione sufficiente. Sul Baffelàn, come su molte pareti percorse da quasi un secolo, la separazione geometrica assoluta è spesso impossibile; il punto riguarda il criterio usato per leggere questa complessità. Nel nostro caso, la presenza di vecchi segni sparsi e la possibile interferenza con salite delle quali non era sopravvissuto un tracciato preciso sono state usate per negare dignità all’intera apertura. Nel caso della Montecchiani, la condivisione di soste con 2 vie classiche viene accettata come parte dell’itinerario. La differenza di giudizio sembra dipendere dal nome dell’apritore: nel proprio articolo Peruffo rivendica un’autorità derivante dal suo percorso personale, usandola per sostenere il diritto di ribaltare quanto realizzato da noi. Nessun curriculum attribuisce il diritto di cancellare unilateralmente una via, la storia personale merita rispetto ma per questo una parete non diventa una proprietà privata.

Applicando alla lettera il principio usato contro la Diretta delle ombre, qualcuno potrebbe sostenere che anche la Montecchiani Ribelli debba essere schiodata perchè anch'essa non degna secondo i canoni peruffiani ma sarebbe la prosecuzione dello stesso errore. Una rimozione compiuta per ritorsione trasformerebbe una richiesta di giustizia in una vendetta. Confermerebbe l’idea che ogni alpinista possa modificare le vie degli altri sulla base della propria autorità morale. Lo potremmo fare ma non lo faremo. Chiediamo alla comunità che la Montecchiani Ribelli (ma anche la Arcoiris & Butterfly che in parte si sovrappone sportivamente alla Casara) venga applicata la stessa attenzione riservata alla nostra via, e si sottoscriva che non è una via ma un incrocio, una variante di classiche. 

La vicenda si collega a un problema più ampio e reale: il destino delle vie delle quali sono andati perduti il tracciato, la relazione e ogni riferimento certo, in sostanza una parete, non può rimanere in ostaggio ed è quello che continueremo a portare avantiUna salita storica può essere realmente avvenuta e meritare pieno riconoscimento ma quando nessuno riesce più a localizzarla, il suo ricordo non può congelare per sempre un intero settore e per questo sarebbe necessario istituire un testamento spirituale dell'apritore, come suggerito da Alessio Conz nel suo Spit in Dolomiti, che suggerisco di leggere.

Spit in Dolomiti, A.Conz - Ed. Versante Sud

Rispettare la storia significa fare ricerca, consultare archivi, ricostruire relazioni e raccogliere fotografie e testimonianze, senza però arrogarsi il diritto di parlare al posto dei morti. Le supposizioni non possono diventare confini di comodo larghi decine di metri e allo stesso tempo, una via documentata e riconoscibile non può essere cancellata perché qualcuno si considera investito dell’autorità per farlo.  

Non chiediamo immunità dalle critiche: la Diretta delle ombre può essere discussa, ripetuta, valutata e confrontata con i documenti storici. Qualcuno potrà continuare a considerarla troppo chiodata, altri troppo poco, antri ancora incompatibile con la propria idea di alpinismo. Ma rimane appunto la propria. Rifiutiamo la delegittimazione personale, anche quella recente in cui in un ennesimo scivolone il Peruffo accosta il nostro nome al fascismo ("patacca e stella uncinata"), cosa assai risibile per chi ci conosce veramente visto che personalmente ho frequentato l'ambiente musicale dei centri sociali fino a non meno di 10 anni fa. 

Il Baffelàn non appartiene ad Alberto Peruffo e nemmeno a noi: appartiene alla propria storia geologica prima e alpinistica poi. Una comunità adulta dovrebbe confrontarsi con responsabilità e rispetto reciproco, quindi chiediamo una cosa semplice: lo stesso metro per tutti oltre che a delle scuse formali per tutte le ingiurie sopportate stoicamente in questo decennio.

Il ripristino della Diretta ovviamente sarà eseguito, la via originaria aveva un carattere semi-alpinistico. Le protezioni fisse erano concentrate nei punti ritenuti più delicati, mentre in altri tratti erano presenti i chiodi forgiati dal compianto Franco Sartori CAAI. Se nessuno fosse intervenuto, sarebbe rimasta così. La rimozione anonima delle protezioni ha cambiato le nostre condizioni, per questo la Diretta delle ombre assumerà una nuova identità. Diventerà una via sportiva al 100%, sul modello della vicina Roby Cocco: attrezzatura coerentemente, linea riconoscibile e relazione aggiornata.  

Chi è intervenuto voleva eliminare gli spit e cancellare l’identità della via ma otterrà l’effetto contrario. La Diretta tornerà sulla parete più "diretta" di prima e non sarà più una via semi-alpinistica. Se qualcuno, però, muoverà ancora la mano dopo il restauro della stessa, visto che la misura è ormai colma, è avvisato: la via dei Montecchiani seguirà lo stesso destino, verrà spittata alla stessa maniera ed il complesso edipico troverà la sua degna conclusione.

ML

domenica 26 luglio 2026

Ailefroide, La Raclure (180 m, 5c, 5a obb.)

Zona: Paroi de la Draye 
Sviluppo: 180 m
Esposizione: W
Tempo: circa 3 h
Difficoltà: 5c, 5a obb.; variante finale 6a
Materiale: singola,12 rinvii
Discesa: a piedi

Via aperta dal compianto Jean-Michel Cambon nel 2013 e sale le placche granitiche alla base della Tête de la Draye, in uno dei settori più comodi di Ailefroide, dove si può scalare con la corda singola grazie al rientro a piedi. Il nome gogliardico significa letteralmente “raschiatura” (del muschio molto probabilmente), o “scarto” e, nel francese popolare, può diventare un insulto vicino a “feccia”. La vena goliardica prosegue con le vie vicine: "Mou du Cul" suona come “molle di culo” o "Niveau de Crotte" equivale a un poco lusinghiero “livello di cacca”. L’itinerario, mai esposto, alterna placche di aderenza, piccoli spigoli e brevi muri più ripidi, seguendo una linea ben attrezzata a fix. Le difficoltà rimangono contenute, anche se alcuni passaggi richiedono precisione. Nell’ultima parte è possibile scegliere tra l’uscita più facile verso sinistra e una variante diretta più impegnativa (6a). Unica nota negativa è lo scavo di alcune prese per le mani per mantenere basso l'obbligatorio.


Accesso: Dal ponte sul Torrent de Saint-Pierre prendere l’ampio sentiero quasi in asse con il ponte, seguendo il cartello per Pelvoux–Les Claux. Il percorso passa tra due case sulla sinistra e una sulla destra, quindi piega a destra in direzione della Tête de la Draye.
Abbandonare qui il sentiero principale e proseguire diritto sulla traccia diretta alla Falaise de la Draye. Dopo circa 60 m si raggiunge un bivio con tre diramazioni: scegliere quella di destra, che attraversa il bosco in piano parallelamente alla parete. Dopo circa 250 m il sentiero passa una trentina di metri sotto le vie più occidentali del settore. La Raclure si trova poco prima di Mou du Cul. L’attacco si trova sulla fila di fix più a sinistra, in corrispondenza di un piccolo pilastro che delimita la placca. Circa 10 min.

Descrizione:
L1 – Superare un breve passaggio iniziale e raggiungere il margine sinistro della placca. Seguire i fix lungo lo spigolo, mantenendo una direzione leggermente verso sinistra fino alla sosta. 5b.
L2 – Spostarsi a sinistra su terreno più semplice e raggiungere la seconda sosta. 4a.
L3 – Aggirare lo spigolo verso sinistra, attraversare una breve zona vegetata e salire il successivo speroncino. Prestare attenzione a non seguire i fix che deviano a destra verso Mou du Cul. 5b.
L4 – Traversare a sinistra, passare nei pressi di un larice piegato e continuare sulle placche fessurate, più ripide nella parte finale. 5a.
L5 – Salire direttamente superando due risalti consecutivi. La sosta si trova appesa poco sopra un piccolo terrazzino. 5b+.
L6 – Affrontare la placca e il breve muretto soprastante, quindi obliquare verso destra fino alla sosta posta sotto l’ultimo settore aggettante. 5c.
L7 – Traversare verso sinistra e risalire i facili gradoni che conducono alla sosta finale e al sentiero della Tête de la Draye. In alternativa si può salire direttamente sotto lo strapiombo e superarlo seguendo la linea di fix. 4a; variante diretta 6a.

Discesa: Seguire verso valle il sentiero della Tête de la Draye. Raggiunta la base delle pareti nel settore Petites Dalles, continuare verso destra in direzione di Ailefroide fino a tornare al parcheggio. Circa 20 min.

Ph credits grandevoie.com










martedì 14 luglio 2026

Castore 4.228 m, Via Normale dal Colle Bettaforca (1.550 m, PD)

Zona: Monte Rosa, Gressoney
Sviluppo: circa 15,7 km
Dislivello: 850 m fino al Rifugio, 640 m fino alla vetta
Esposizione: N, SE la cresta
Tempo: 6-7 h
Difficoltà: PD, pendii nevosi fino a 40°
Materiale: da progressione su ghiacciaio
Discesa: 4-5 h dalla vetta al Colle Bettaforca

Il Castore è uno dei quattromila più frequentati del Monte Rosa. La via normale dalla Valle di Gressoney raggiunge il Rifugio Quintino Sella attraverso la cresta della Bettolina e continua sul Ghiacciaio del Felik fino alla sottile cresta sud-est.
Le difficoltà tecniche restano contenute, mentre la quota, i crepacci e l’esposizione della parte sommitale richiedono esperienza alpinistica. La salita va affrontata in cordata, con condizioni meteorologiche stabili.  La prima ascensione documentata risale al 23 agosto 1861 e fu compiuta da William Mathews e Frederick William Jacomb con la guida Michel Croz, seguendo la cresta sud-est.

Accesso: da Staffal, nell’alta Valle di Gressoney, prendere gli impianti diretti al Colle Bettaforca, a circa 2.727 m. Dal colle seguire il sentiero per il Rifugio Quintino Sella al Felik.
La traccia supera pietraie, dossi rocciosi e il Colle della Bettolina. La parte conclusiva percorre una cresta esposta attrezzata con corde fisse, gradini metallici e un breve ponticello. In presenza di neve o ghiaccio questo tratto può risultare delicato. Il rifugio si trova a 3.585 m, sul margine del Ghiacciaio del Felik. (3 h; circa 4,5 km; 850 m D+)

Descrizione: dal Rifugio Quintino Sella entrare sul Ghiacciaio del Felik e procedere verso N su terreno inizialmente poco inclinato, passando sotto Punta Perazzi.
Continuare in direzione del pendio che conduce al Colle del Felik. La linea esatta dipende dall’apertura dei crepacci e dalle condizioni della terminale. Risalire il tratto più ripido con ampie svolte fino a raggiungere il colle, posto a 4.061 m.
Dal Colle del Felik piegare verso NW e seguire l’ampia dorsale nevosa. Superata Punta Felik, la cresta diventa più stretta e marcata. Proseguire lungo il filo, controllando la possibile presenza di cornici sul versante settentrionale.
Oltrepassata l’anticima, continuare sulla cresta sud-est fino alla sommità del Castore. Il tratto conclusivo è aereo e può diventare impegnativo con neve dura, ghiaccio, vento forte o numerose cordate. Dal rifugio calcolare circa 3-3:30 h e 640 m di dislivello.

Discesa: rientrare lungo la cresta sud-est fino al Colle del Felik, prestando attenzione alle cornici e all’incrocio con le cordate in salita. Scendere quindi sul Ghiacciaio del Felik e tornare al Rifugio Quintino Sella seguendo una linea valutata in base alle condizioni dei crepacci.
Dal rifugio ripercorrere la cresta attrezzata e il sentiero della Bettolina fino al Colle Bettaforca. Nelle giornate calde è opportuno attraversare il ghiacciaio nelle prime ore, prima che i ponti di neve perdano consistenza. Verificare anche l’orario dell’ultima corsa degli impianti e l'orario di pausa pranzo degli stessi (12:45 - 1:00). (2-2:30 h fino al rifugio; 4-5 h complessive fino al Colle Bettaforca)














domenica 5 luglio 2026

Corno d’Aquilio, Via Lessinia Crack (75 m, VII+)

Zona: Lessinia orientale
Sviluppo: 75 m
Esposizione: W
Tempo: 2 h
Difficoltà: VII+ (VI+ e A0/A1), R1/R2
Materiale: friend fino al 5; doppiare 1-2-3-4
Discesa: in doppia
Schizzo degli apritori qui

Il ripido versante ovest del Corno d’Aquilio precipita sulla Val d’Adige in un dedalo di piccole e grandi pareti, un angolo appartato della Lessinia dove l’arrampicata conserva un carattere pienamente alpinistico. Lessinia Crack segue una linea breve e molto fisica, quasi sempre in fessura, su calcare di qualità generalmente ottima. La via è stata aperta il 23 maggio 2026 da Walter Polidori, Said Taghipour e New Rocks team. Le protezioni in posto sono ridotte al minimo: poche tracce lungo i tiri, soste attrezzate e il resto da armeggiare con friends e incastri. Itinerario consigliato a cordate abituate alla scalata trad e clean alla valutazione del terreno, con attenzione ad alcuni blocchi incastrati e ai tratti più delicati. 
Dalla cima della torre il colpo d’occhio sulla Val d’Adige è notevole e l'ambiente ombroso, fresco e ricco di piccoli larici fa sembrare di essere almeno 1000 m più in alto. Sulla stessa torre salgono anche Tastasal e Fessur-INA. Nella zona, poco più avanti si trova la Parete dei Lavoratori con Cotechino e Pearà. Periodo consigliato: fine primavera, estate e autunno. La nostra è stata la prima ripetizione (F.Busato, M.Leorato).

Accesso: raggiungere la località Coste 
di S.Anna d'Alfaedo, in Lessinia orientale. Da Coste proseguire fino al grande e gratuito parcheggio “Tommasi 2”. Dal parcheggio prendere la strada asfaltata che sale a sinistra, seguendo le indicazioni del sentiero 234 per il Corno d’Aquilio. Quando la strada piega a destra, continuare dritti passando nei pressi dell’agriturismo Le Coste. La sterrata diventa poi sentiero e raggiunge una palina con indicazione a sinistra per il sentiero 250, Rocca Pia; proseguire invece dritti sul 234.
Al successivo cartello della Riserva Naturale il sentiero 234 piega a destra, ma si può anche continuare dritti per scalinata terrosa. Al bivio seguente tenere la destra e proseguire a lungo, prima in falsopiano e poi in leggera discesa, fino al tratto in cui il sentiero inizia a salire con decisione. In prossimità di una barriera rocciosa, dove il sentiero piega a destra presso un muretto a secco, abbandonarlo e traversare a sinistra su traccia circa orizzontale, sempre vicini alla fascia rocciosa. In breve oltrepassato un bel masso squadrato si trovano gli attacchi delle 3 via. La prima è Tastasal sotto una fessura-lama. Poi la nostra Lessinia Crack sotto ad un diedro evidente con fessura. Poco oltre inizia Fessur-INA. Ometto e cordone su sasso incastrato poco sopra terra. Attacco GPS: 45°41'04.9"N 10°56'45.6"E. 1 h.

Descrizione:
L1 - Attaccare la fessura, inizialmente con bordo buono poi con buoni incastri di pugno. Si raggiungono due cordoni su massi incastrati ed un fix. Più in alto si trovano due chiodi. Uscita su cengia a sinistra. 20 m, VI, VI+, poi VII+ oppure VI+ e A0/A1 su friend.

L2 - Traversare a destra della sosta (fix), quindi rientrare nel diedro fessurato. Seguire la fessura liscia, aperta e leggermente strapiombante, dove sono presenti in alto due chiodi ed un cordino su masso incastrato. Uscire su cengia erbosa e spostarsi a destra fino alla S2 della via Tastasal. 25 m, VI+, fino al VII+ oppure VI+ e A0/A1 su friend.

L3 - Traversare a sinistra e imboccare un ampio camino. Usciti dal camino si raggiunge una zona più appoggiata, dove da destra arriva la via Tastasal. Continuare pochi metri fino alla S3 di Tastasal. Libro di via. 20 m, V+.

L4 - Salire leggermente e poi traversare a sinistra doppiando lo spigolo. Continuare verso sinistra fino a prendere una piccola fessura poco sotto la cima. Salirla e raggiungere la sosta su cordone. 10 m, 1 passo di VI+.

Discesa: dalla cima scendere con brevissima doppia da cordone a sinistra faccia a valle fino all'anello di S3. Da qui una doppia di 50 m riporta alla base della parete, nei pressi dell’attacco.



Fessura Crack

L1

In partenza da S3

Ultima lunghezza oltre lo spigolo


mercoledì 1 luglio 2026

Monte Verena, Via Custodi Erranti (V+, 140 m, V obb.)

Zona: Altopiano dei Sette Comuni
Sviluppo: 140 m
Esposizione: N
Tempo: 3 h
Difficoltà: V+ max, V obb.
Materiale: cordini, friend m.p., dadi
Discesa: 45 min.

Salita breve e da ricercare sul pilastro occidentale della bastionata Orientale del Verena, nel cuore dell’Altopiano dei Sette Comuni di fronte a Cima Portule. Ambiente aperto e panoramico, roccia generalmente buona ma con alcuni tratti dove serve attenzione specialmente nella parte facile centrale. La via è stata aperta da Marco Toldo e Mathias Stefani il 28 agosto 2021, con chiodatura minimale e protezioni da integrare nelle fessure. Attenzione alla gradazione delle difficoltà non bonaria e tipicamente dolomitica.

Accesso: si parcheggia nel piazzale degli impianti del monte Verena, gratuito in estate. Prendere la strada sulla destra dell'impianto che risale la pista. Arrivati nel falsopiano in vista dell'impianto superiore (Pista dei Caprioli) prendere una strada-raccordo con sbarra che si collega alla forestale n°820 che si segue in discesa fino al tornante con una palina CAI (30 minuti). Scendere il canale per 200 m, al bivio (ometti) per Dama Bianca a sinistra viso a valle noi prendiamo la traccia verso destra.
Attraversare lungamente sotto parete su cenge esposte e superando un primo spigolo e un canale, arrivando ad un secondo. Attacco indicato da un chiodo con cordone in prossimità di un grande larice. (1 ora in totale).

Descrizione:
L1 - Salire prima per una piccola fessura e poi per placche compatte ed una strozzatura fino ad una cengia con sosta intermedia su larice. Si forza una fessura verticale (clessidra) e con ancora alcuni metri di fessurine si esce su zolle d'erba. Sosta su 2 chiodi e comoda cengia a sinistra. 30 m, V.

L2 - Proseguire verso destra per superare una fascia aggettante (cordone) fino ad una cengia, poi per diedri e placche in verticale fino a sostare su chiodi nei pressi di un larice. 30 m, V.

L3 - Continuare per diedro facile sulla destra e poi si segue la facile cresta (roccia delicata) fino al penultimo larice dove si sosta (sosta da attrezzare). 25 m IV.

L4 - Continuare sulla crestina (chiodo) e poi attraversare a destra sotto allo strapiombo (cordone) poi in verticale fino alla cengia dove si sosta su 2 chiodi. 30 m V+.

L5 - Rimontare il muretto poi traverso verso sinistra fino ad un diedro formato da dei blocchi che rimontato permette si superare un ultimo muretto fino all'uscita. Sosta su larice e libro di via. 25 m IV+

Discesa: dall’ultima sosta salire pochi metri fino ai prati sommitali. Costeggiare il ciglio della parete verso destra, faccia a monte, per circa 100 m, quindi abbassarsi una cinquantina di metri fino a intercettare la carrareccia erbosa che in pochi minuti riporta al tornante della strada forestale. Da qui rientrare lungo il percorso di accesso. 10 min fino al tornante.



Il Rifugio Verena

Uscita della via

Strapiombo di L4

L2

Uscita da L1

Cengia di attacco

Relazione da bacheca Rif. Verena

giovedì 18 giugno 2026

Fermati Chirocefalo!

Chi frequenta la montagna non solo per le prestazioni da sfoggiare su Strava, Climbook o Escalibur, ma per la cultura e la storia che la permeano, sa che ultimamente pareti e sentieri stanno diventando sempre più lo specchio delle nevrosi della società. 

Più volte, su queste pagine, abbiamo parlato di etica (o fanta-etica), di chiodature, di come il nostro approccio a questo mondo stia cambiando. Ma oltre alle recenti questioni fuffa e clickbait sul mondo delle falesie o delle vie di arrampicata, resta il nodo vero del nostro rapporto con questi ambienti e quel sottile malinteso riguardo il senso di "conservazione", che a volte sfiora il grottesco. Ma andiamo più a fondo.. 

Adoro quando trovo connessioni tra il mondo musicale e quello delle terre alte. Lo spunto, o il LA in questo caso, mi è stato dato ascoltando un album del 2008 che si chiama "Bachelite".

Nella tracklist c'è un pezzo geniale, e ruvido come nel loro stile, quello degli Offlaga Disco Pax che si intitola Fermo!.Paladini del post-punk elettronico e minimal che ha scosso la scena indie italiana degli anni 2000, muovendosi nell'underground emiliano fatto di drum machine, synth analogici e militanza politica, gli Offlaga (che prendono il nome da un comune di 164 abitanti del Bresciano) hanno contribuito all'evoluzione dell'estetica della narrazione teatrale in ambito musicale.

Lo stile è il cosidetto "spoken word", la voce recitante di Max Collini ci porta ai confini della realtà, a 2500 metri di quota, sotto la vetta del Monte Vettore, nel cuore dei Monti Sibillini, nelle Marche. Lì c'è una pozza d'acqua, il Lago di Pilato, ed è in questa conca che si consuma l'allegoria feroce sul nostro concetto moderno di "ambientalismo".


Nel brano, la voce narrante descrive una guardia forestale marchigiana che urla di fermarsi a un minuscolo invertebrato in fuga dalla sua "eterna palude". Il caparbio crostaceo vorrebbe uscire dal pantano per "combattere il pensiero dominante", compiendo un atto di resistenza estrema, ma viene bloccato in nome della sua stessa tutela. 

Gli Offlaga centrano il punto con una frase che è una pugnalata per chiunque rifletta sulle dinamiche di frequentazione della montagna: un sistema che chiama ambientalismo quella che in realtà è un’imbarazzante difesa dello status quo

Fuori dalla metafora musicale, l'invertebrato in questione esiste davvero ed è un endemismo unico al mondo: il Chirocephalus marchesonii. Scoperto e classificato a metà degli anni '50 dal botanico Vittorio Marchesoni, è un minuscolo crostaceo rosso corallo, lungo circa un centimetro, che nuota come gli va, a pancia in su, nelle acque gelide e stagionali del lago a forma di otto rovesciato, incastonato tra i monti Vettore e Redentore.

La sua biologia è affascinante: poiché il bacino è sottoposto a forti stress stagionali, in certi anni si prosciuga totalmente in estate e, vista la quota, ghiaccia completamente in inverno. Il chirocefalo garantisce quindi la sopravvivenza della specie producendo delle uova particolarissime, chiamate "cisti". Queste cisti vengono deposte a riva, nel sedimento, e sono dotate di una parete protettiva che permette all'embrione di resistere a temperature estreme e all'aridità per stagioni intere, schiudendosi solo quando il ciclo idrologico torna favorevole.

Il minuscolo Chirocephalus marchesonii. Fonte: Getty Images

Ed da questo meccanismo di sopravvivenza estrema che nasce il divieto che ha ispirato la canzone: per proteggere le uova invisibili depositate a riva, l'ente Parco vieta severamente la balneazione e impone a escursionisti e alpinisti di tenersi ad almeno 5 metri di distanza dal bordo dell'acqua. 

Un cordone di sicurezza permanente permette di evitare di calpestare quello che sarà il futuro della specie del nostro Chirocefalo. La protezione dell'artropode è doverosa, ci mancherebbe, ma il paradosso sollevato dalla canzone ci costringe a guardare il dito e non la luna, e qui entra in gioco una delle più grandi lezioni della cultura ecologista: l’Etica della Terra (Land Ethic) di Aldo Leopold. 

Aldo Leopold

Nel suo pensiero, Leopold spiegava che un sistema è giusto quando tende a preservare l’integrità, la stabilità e la bellezza della comunità biotica, che include il suolo, le acque, le piante e gli animali. 

Soprattutto, Leopold insisteva sul fatto che l’essere umano deve smettere di considerarsi il "conquistatore" o l'arbitro esterno di questa comunità, per diventarne invece un "membro comune e cittadino". Il nostro ambientalismo burocratico fa l'esatto opposto. Tratta la natura come un reperto archeologico estraneo all'uomo, un museo da recintare per proteggerlo da noi stessi. 

Ci accaniamo sul singolo escursionista che magari si avvicina alla riva per sciacquarsi il viso dopo ore di cammino, sanzionandolo come un eco-terrorista con linee di demarcazione artificiali, e nel frattempo ignoriamo il collasso dell'intera comunità biotica circostante. 

Oggi il Chirocefalo rischia di scomparire non per uno scarpone maldestro, ma perché le estati sono sempre più torride e gli inverni avari. Il riscaldamento globale sta seccando la pozza a ritmi che le stesse cisti-uovo non riescono a tollerare. Ecco dove sta il cortocircuito dello status quo: ci si lava la coscienza posizionando divieti, transenne e cartelli in quota, lasciando però intatto il modello socio-economico ed energetico che sta letteralmente demolendo i ghiacciai e modificando il clima globale: è l'illusione di salvare un frammento ignorando la distruzione dell'insieme.

O.D.P.

La montagna non è una teca di vetro da contemplare nel museo del presente. Si tratta un ambiente vivo, severo, in trasformazione continua, di cui storicamente facciamo parte come "cittadini" responsabili, non come intrusi da multare. Cercare di cristallizzarla, vietando l'interazione per placare il senso di colpa collettivo della pianura, non salverà né il chirocefalo né noi. 

Forse aveva ragione il crostaceo degli Offlaga Disco Pax: meglio provare a uscire dal pantano per combattere il pensiero dominante, piuttosto che morire lentamente in una pozza evaporata, rassicurati da un bel cartello di divieto d'accesso.






lunedì 15 giugno 2026

Pizzetto Ovest, "Facoceri nello Spazio" (200 m, VI-)

Zona: Rifugio Scarpa Agner
Sviluppo: 200 m
Esposizione: Sud
Tempo: 3-4 h
Difficoltà: VI-
Materiale: NDA, friend medi, cordini per clessidre.
Discesa: in doppia

Conosciuta anche come "Borsato-Portaluri" è una delle linee classico/moderne più frequentate dei Pizzetti. Aperta nel 2003 supera la parete sud del Pizzetto Ovest in prossimità dello spigolo sfruttando una successione di placche appoggiate e fessure che offrono un'arrampicata continua ed elegante.
La roccia è quasi sempre eccellente e la chiodatura discreta lascia spazio all'utilizzo delle protezioni veloci. Dopo una prima parte caratterizzata da placche compatte e molto lavorate, la via raggiunge una grande cengia mediana da cui attacca l'evidente sistema di diedri che costituisce il tratto più caratteristico dell'itinerario. 

Accesso
Da Frassenè raggiungere il Rifugio Scarpa lungo la strada forestale (1 ora, utili le biciclette). Dal rifugio seguire il sentiero Miniussi passando per il Col Colander 
fino al bivio con la vecchia via normale dell'Agner e proseguire verso destra fin sotto al Pizzetto Ovest (quello di sinistra). Risalire il pendio erboso alla base del Pizzetto spostandosi sul sul margine sinistro fino ad individuare l'attacco della via. Circa 1 ora dal rifugio.

Descrizione
L1 - Si attacca a destra del cordone seguendo un facile sistema di diedrini e gradoni che porta a una serie di fessure parallele ben evidenti. Sosta su grande clessidra con cordone. 50 m, IV+.
L2 - Traversare leggermente verso destra e risalire un pilastrino articolato. Si continua poi su belle placche lavorate fino a raggiungere un canale-camino che conduce a un albero di sosta. 55 m, IV.
L3 - Per terreno più semplice si superano alcuni risalti rocciosi aggirando una caratteristica quinta sulla sinistra. Sosta in una piccola nicchia attrezzata. 20 m, III.
L4 - Salita diretta su roccia compatta seguendo una marcata colatura scura che funge da riferimento. Uscire sulla cengia superiore e sostare in una nicchia sulla sinistra. 45 m, V.
L5 - Tiro breve ma sostenuto. Superare un piccolo strapiombo sopra la sosta e spostarsi progressivamente verso destra fino ad entrare nel camino soprastante. Sosta su chiodi. 15 m, VI-.
L6 - Risalire il diedro-camino con arrampicata atletica ma ben protetteggibile. Le difficoltà diminuiscono gradualmente fino a una comoda cengia con alberello. 25 m, VI- poi IV.
L7 - Seguire una fessura verticale che richiede qualche movimento più deciso. Una breve placca conduce quindi alla cresta superiore, raggiunta aggirando le ultime difficoltà sulla destra. Sosta tra grandi blocchi. 40 m, IV.
L8 - Ultima lunghezza molto panoramica. Un breve muro conduce a una cengia esposta che va percorsa verso ovest e dalla quale si guadagna la cresta terminale e la vetta per facili rocce. 30 m, IV.

Discesa
Con due rapide doppie da 60 m sul versante occidentale fino al canale che si scende con facile disarrampicata fino all'attacco.




Ph. Credits Sito Rif. Scarpa