martedì 12 maggio 2026

Un cuore di roccia sul Monte Pastello

Racconto per Up-Climbing, Maggio 2026

L'idea di salire il secondo spigolo del Pastello (sì, secondo Spigolo.. proprio come la Tofana) ci è venuta sfogliando alcune foto riprese dal sentiero che conduce alla croce di vetta, in cui l’autore si interrogava sulla presenza o meno di vie in quella porzione accidentata di parete. Come sempre, l'idea rimase a macerare nei meandri del cervello fino al momento propizio. "Ora tutti salgono ed esplorano sulla Ovest, è il momento di sloggiare e spostarci in nuove aree vergini," dico al mio partner di scorrerie verticali. "Andiamo a vedere quell’anfiteatro sempre in ombra a nord, c’è uno spigolo." 
"Ma no" mi dice Christian, "non vedi che è sbarrato da un tetto orizzontale di almeno 4 metri? Come facciamo.. ci tocca salire in artificiale". Fine della discussione. 



Il tempo passa, come anche le stagioni “a passo di giava”. Ritorna la primavera, il periodo migliore per scalare in Pastello. Siamo di nuovo qui io, Christian e Lodovico per ripetere la via "Giochi Estivi".
È il 18 maggio e sono finalmente riuscito a portar fuori casa Christian, reduce da un periodo che non ho dubbi sia stato il più intenso e traumatico della sua vita: la perdita quasi contemporanea di un genitore e la nascita di un primo figlio. Siamo qui tutti assieme per togliergli la ruggine dagli avambracci e i pensieri dalla testa.
Scendendo alla ex cava, durante l’avvicinamento, sulla radura panoramica che dà sullo spigolo Ovest dico ai miei compagni: "Perchè non andiamo a vedere la base di quel monolite?” indicando un sassone prolungato che dal fondovalle durante il tramonto mi è sempre sembrato un dente luccicante e che da sempre ha attirato la mia attenzione. Dente di Satanasso lo chiamavo, come quello sull’Agner.
In breve, ci ritroviamo all’attacco dello zoccolo, proprio nei pressi di un riparo di camosci a poca distanza dallo spigolo ovest. L’idea dell’improvvisata è stata mia, perciò parto io. La placca di partenza è un po’ liscia e un po’ bagnata, ma riesco ad agganciare una fessurina da dita che devo ripulire con la punta del martello dalla festuca, per renderla accogliente sia per i miei friend che per le mie dita. Pianto qualche buon chiodo "Sloveno" e, in un tempo indefinito, il lottare con la vegetazione sospende sempre il cronometro, raggiungo una scaglia affilata che mi permette l'uscita sulla cengia, la base vera e propria del monolite.
Recupero i compagni che, sotto di me, disgregano i massi pericolanti che avevo evitato. Per ultimo, staccano anche quella scaglia affilata che mi aveva permesso di saltar fuori. Appena arrivano in sosta, mi fulminano: "Ma non eravamo qui per la ripetizione di Giochi Estivi?"
Corda doppia e via, verso la parete principale, a fare quello che dovevamo fare.

Passa un mese e il ricordo di quella bella fessurina, e di quanto la compattezza del calcare fosse diversa da quella della Ovest, mi resta fisso in mente. Finalmente, un giorno propizio nel calendario per tornare con Christian e concludere l’opera. L’alta pressione africana sta spazzando via a spallate decise il bel fresco primaverile anche quassù, tra i faggi argentei della Lessinia. Ci carichiamo di acqua e partiamo lo stesso, tanto staremo in ombra tutto il giorno. Sono le ultime occasioni per andare lassù.

Il Gendarme del Pastello


Parto di nuovo io visto che il primo tiro già lo conosco. Christian invece attacca il secondo, che in pochi metri si rivela già ostico: un pilastrino pericolante di qualche quintale incombe sulla sosta. Lo aggira sulla sinistra, piantando un chiodo a pressione artigianale e issandosi sopra lo supera. Segue un diedro appena accennato in spalmo che si trasforma in fessura, dove bisogna traversare decisamente a sinistra per prenderne un’altra formata da una lama enorme, che ora si segue più facilmente fino alla stretta punta del Dente dove recupera me e il sacco.
Un breve tiro di cresta di terzo fino al bosco; bosco che si risale ora ripido fino all’attacco del secondo spigolo vero e proprio, dove Christian nota un buco a forma di cuore sotto una fessura gialla. Inizio io ignorandola ma seguendo la logica dello spigolo, e con un tiro facile, purtroppo invaso dall'erba, sono a sostare sotto la prua che anticipa il grande tetto. Successivamente, durante la pulizia, raddrizziamo la partenza originale proprio su questa fessura per evitare la roccia friabile e la festuca.
La partenza è in strapiombo. Va Christian. C’è una fessura svasa e strapiombante che si sfalda a cubetti rovesci. Si traffica un po’ con chiodi e friend che saltano via fino ad arrivare ad un altra fessura, ora buona, che si risale fino a sostare di fianco allo strapiombo. Un tiro breve, preparatorio per quello lungo successivo.
Sembra che salendo dritti per una placca grigio scuro ora si possa bypassare il tetto, e questo è positivo. Parto, ma dopo cinque metri mi ritrovo su una placca in uno stallo, con un altro blocco instabile che incombe sulla sosta e che sono costretto a calpestare per avere un appoggio per i piedi. Lo supero senza toccarlo piantando un fix e, successivamente oltrepassata la convessità della parete, con grande sorpresa si apre davanti ai miei occhi una fessura pulita e lineare, che continua a vista d’occhio fino all’uscita su un camino strapiombante.
Per fortuna ho con me tutta la serie di friends, incluse le misure grandi. Si prosegue con incastri di pugno, non facili per la nostra attitudine orientale, e in un tempo sospeso raggiungo la “zanca” di uscita che mi proietta fuori, in piena esposizione, con un bel grido di soddisfazione. Sosto su spuntone nei pressi di un masso caratteristico che chiameremo “Il gendarme”.
La corrente termica sale e ha asciugato sudore e riserve d’acqua. Ora si va al sole in cresta con 30°C; anche se è facile iniziamo a sentire la disidratazione. Saliamo decisi in conserva, con l’unico obiettivo le caratteristiche fontane di Cavalo, che già una volta qui ci hanno salvato dalla sete. Ma la cresta è ancora lunga 100 m e, con sorpresa, a differenza di quanto scalato finora, è particolarmente infida e friabile.
Cataste di lastre appoggiate su sé stesse che ci ricordano le Piccole Dolomiti: più disgaggi più ti viene da disgaggiare. In un tratto dove si cammina troviamo anche una fettuccia anni ‘80 nascosta tra l’erba e sotto alle macerie. Di chi sarà? Qualcuno è già passato salendo dal lato del canale boscoso o addirittura in discesa, e ha già percorso questo tratto di cresta di sfasciumi arroventati. Decidiamo quindi di lasciare disattrezzato e “dis-disgaggiato” (passatemi il termine) questo tratto, in virtù della sua facilità e della presenza di quel testimone, il cui proprietario scopriremo qualche tempo dopo, e restando più che certi che la parte ostica della prua non sia mai stata salita prima di oggi. Lo leggiamo nella roccia, ce lo sussurrano le nude fessure.
Un ultimo muro a cubetti anticipa la riposante radura della sommità dello spigolo Ovest, dove confluisce anche la storica via di Menegardi. Qui mettiamo un barattolo con il libro di via, soddisfatti per aver salito in giornata una via inedita sul nostro amato Pastello senza ricognizioni precedenti dall’alto e senza pellegrinaggi di ritorno sulle corde fisse.

I "dissetanti" lavandai di Cavalo

Ora ci incamminiamo, stanchi e assetati, sul sentiero in discesa, chiusi ognuno nei propri pensieri. In questo momento, il ricordo del piccolo dettaglio che Christian aveva notato all’inizio del secondo spigolo ci riporta indietro: quel foro a forma di cuore nella roccia, quasi come un sigillo posto dallo stesso Pastello.

Abbiamo trovato la nostra linea, la nostra via d’uscita, proprio quando Christian ne aveva più bisogno. La dedicheremo a Silvana e al piccolo Pietro, perché anche se la perdita e la nascita hanno scavato un vuoto profondo, c’è sempre un varco, un appiglio che testimonia che l'amore, in ogni sua forma, resiste a ogni strapiombo.

M. Leorato 6/2025




venerdì 8 maggio 2026

Canyoning alla Chiusa: il Colatoio di Ceraino

Zona: Monte di S.Ambrogio di Valpolicella
Sviluppo: circa 600 m
Esposizione: W
Tempo: 3-4 h
Difficoltà: V4, a1, III
Materiale: 2 corde da 50 m

Conosciuta semplicemente come "la cascata" dai volargnesi, si ravviva e torna visibile dopo periodi di piogge abbondanti, percorrendo la SS12 tra Volargne e Ceraino. Dopo qualche passaparola ci aveva incuriosito la possibile presenza di una via di arrampicata nella prima parte, ma anche l’idea che la forra potesse proseguire nel bosco oltre il salto più evidente. Siamo partiti con l’intenzione di esplorarla assieme al compagno di forra Nicola Battilotti, e siamo rimasti piacevolmente colpiti nel trovarla già attrezzata, nonostante alcune guide canyoning locali interpellate non ne conoscessero l’esistenza.
Non risultano notizie certe sulla prima discesa integrale del Vajo Monte, questo è il suo vero nome. È invece documentata la risalita a spit della parte del colatoio-marmitta, corrispondente alle due calate finali, effettuata nel 2003 da E. Cipriani, secondo quanto riportato da Le Alpi Venete. Oggi quegli spit da 8 mm risultano tutti tranciati dalla caduta di sassi; sul posto si individuano ancora soltanto tre soste, su cui non fare sicuramente affidamento.
Lungo il percorso sono presenti ancoraggi speleo e alcune corde fisse, da verificare sempre prima dell’utilizzo. La ricognizione è stata effettuata il 2 maggio 2026 con torrente completamente in secca. In presenza d’acqua le difficoltà possono aumentare sensibilmente, soprattutto nel tratto della profonda marmitta scavata alla base del penultimo grande salto.
Divertente anche in dry canyoning, è una piccola perla che la Val d’Adige riesce ancora a regalare a chi abbia il piacere di esplorarla. Da evitare nei periodi di piena, dopo piogge intense o con portata anche solo incerta.

Accesso: Da Sant’Ambrogio di Valpolicella seguire le indicazioni per la frazione di Monte. Parcheggiare sulla destra nei pressi del tornante di via Quari 45° 33' 57.9" N - 10° 50' 45.1" E.
Dal parcheggio tornare indietro per circa 10 m e imboccare una stradina sterrata in discesa. Raggiunto un bivio, mantenere la destra e attraversare una cava abbandonata. Al termine della cava si supera una zona attualmente coltivata fino a intercettare il sentiero CAI n. 238. Seguirlo fino a un tubo di scolo che immette nel Vajo Monte.
Da qui si entra nel greto e, procedendo tra boscaglia fitta, si raggiunge la briglia con albero attrezzato con cordone, punto di inizio delle calate.

Rientro: Al termine della discesa passare sotto il sottopasso e scavalcare il muretto con passaggio atletico. Proseguire quindi lungo la pista ciclabile verso sud fino al parcheggio della chiesa di Volargne dove si ha lasciato preventivamente una seconda auto.



Calata dalla briglia

Seconda calata

Scivoli

Vista dall'ultima sosta "Cipriani"

Marmitta

Ancora visibili gli spit Cipriani tranciati

Ultimo grande salto



lunedì 4 maggio 2026

Tessari, Via Lo Sceriffo (VI-, 160 m, V obb.)

Zona: Salto del Faraone
Sviluppo: 160 m
Esposizione: E
Tempo: 2 h
Difficoltà: V, un passo di VI-
Materiale: cordini, friend medi
Discesa: a piedi

Via semplice su roccia lavorata con bei passaggi di movimento da intuire. Aperta da Brighente e soci nel Febbraio 2026. Alcuni passaggi sono stati lasciati da proteggere a cordini e friends. Ottimamente ripulita, termina a ridosso della via Roccolo in Fiore della quale si percorre l'ultimo tiro.

Accesso: dal parcheggio di Tessari attraversare il centro abitato verso nord e proseguire per la Grattugia e Parete Rigata. Oltrepassare la parete Salto del Faraone contraddistinta da grande strapiombo. Trovare l'indicazione di un masso "Rocc. in F.", risalire il bosco e individuato l'attacco della via Roccolo in Fiore, spostarsi a sud di circa 50 m.

Descrizione:
L1 Zoccolo con passo aggettante su roccia delicata, sosta su albero. V, 25 m.
L2 Diedrino a cui segue un traverso per poi rimontare un piccolo strapiombetto. Sosta su clessidre. V, 1 passo di VI-, 30 m.
L3 Attraversare la cengia e poi muretto fino alla sosta su clessidre. V, 23 m.
L4 Lungo corridoio molto lavorato. III, 30 m.
L5 Traverso verso destra tra lecci e olivi selvatici in leggera discesa. 25 m, III
L6 Breve e divertente muro fessurato. V+, 25 m.
L7 Tiro finale di Roccolo in fiore. III, 25 m.

Discesa: si continua con l'ultimo facile tiro di Roccolo in Fiore, dopodichè per traccia si raggiunge il comodo sentiero di rientro, recentemente allargato e sistemato, che si percorre in direzione sud.







lunedì 27 aprile 2026

Dente & Secondo Spigolo del Pastello (VII+, 340 m, VI obb.)

Dente & Secondo Spigolo del Monte Pastello

Cavalcata alpinistica nell'anfiteatro nord del Pastello, una zona ancora poco esplorata. Si tratta delle vie di arrampicata con l’avvicinamento più breve dell’area e, grazie al concatenamento, di quelle con il maggiore sviluppo in arrampicata del piccolo "massiccio".
La roccia del Dente si è rivelata una scoperta tanto casuale quanto piacevole, grazie alla sorprendente qualità del suo calcare, così come inaspettata è stata la presenza delle fessure nascoste lungo il secondo spigolo: esse si svelano solo durante la scalata e hanno permesso di bypassare il grande tetto che lo sbarra sul lato destro, apparentemente invalicabile.
La parte finale, costituita da una facile ma delicata cresta di sfasciumi, risulta già percorsa in passato come testimoniato da una fettuccia risalente agli anni ’80-’90 rinvenuta tra l’erba in un tratto pianeggiante. A causa della compattezza del calcare, le difficoltà si attestano intorno al 6a-6b tradizionale. I passaggi più impegnativi sono protetti da chiodi normali, ma è necessario integrare le protezioni nelle sezioni più facili e dove sono presenti buone fessure.
Le vie sono state dedicate al figlio di Christian e alla madre scomparsa.



DENTE DEL PASTELLO  (top. proposto) - Via Pietro25

Zona: Monte Pastello
Sviluppo: 70 m 
Esposizione: W
Quota: 1000 m
Tempo: 1 h 
Difficoltà: VII+ o A0
Materiale: nda, serie di friend
Discesa: a piedi
Apritori: Manuel Leorato, Christian Confente, Lodovico Gaspari

Monolite con roccia molto compatta; arrampicata prevalentemente su fessure e placche a buchi con molto spalmo di piedi. La prima lunghezza è stata salita per curiosità il 18 maggio 2025 assieme a Lodovico Gaspari prima di una ripetizione sulla parete ovest, trovando delle fessurazioni invitanti si è deciso di ritornare e salire la porzione monolitica soprastante. Il chiodo a pressione all'inizio della seconda lunghezza è stato aggiunto per aggirare un masso pericolante sopra la sosta, ora disgaggiato.

Accesso: 700 metri prima di Forte Masua arrivando da Cavalo (frazione di Fumane, VR) prendere una strada sterrata sulla sinistra in località Molane (880 m), palina CAI del sentiero Molane-Dolcè. Parcheggiare al bivio o seguire brevemente la sterrata fino alla sbarra con slargo. Si segue il sentiero CAI 236 in discesa prima per pascoli, poi per faggeto. Poco dopo aver oltrepassato un cancello per il pascolo si trova un cartello naturalistico sulla sinistra, abbandonare quindi il sentiero CAI che scende ripido e prendere la traccia sulla sinistra. Questa mantiene la quota per poi perderla brevemente nei pressi di un vecchio fronte di cava. Oltrepassato un vecchio rudere si continua in piano e poi in leggera salita fino a scavalcare una sella in salita fino ad una radura di caccia, l'attacco del Dente si trova 50 metri sopra. Chiodo. (40').

Descrizione:
L1: Salire interamente la bella fessura fino a raggiungere delle belle lame che anticipano la cengia erbosa. Sosta su albero. (3 chiodi, 1 cordino) 20 m  V+.
L2: Rimontare a sinistra della sosta (ch. a pressione) salire la placca compatta impegnativa fino ad un chiodo con cordone, qui traversare a sinistra (chiave). Seguire tutta la lama da friends fino alla sommità dove si tiene la sinistra. Sosta su 2 spit. (3 clessidre. 7 Chiodi). 30 m VII+.
L3: Cresta erbosa e muretto che conduce nel bosco. Sosta su albero non attrezzato. (1 cordone). II, 20 m

Discesa: Scendere dal canale a sinistra per ritornare alla base del dente oppure seguire una traccia in salita con degli ometti per una settantina di metri fino alla base dello spigolo per continuare la cavalcata su Mamma Silvana.

L1

L2

SECONDO SPIGOLO (top. proposto) - Via Mamma Silvana

Zona: Monte Pastello
Sviluppo: 215 m 
Esposizione: N
Quota: 1000 m
Tempo: 2-3 h 
Difficoltà: VII- 
Materiale: nda, friend fino al 4
Discesa: a piedi
Apritori: M.Leorato, C.Confente (15/6/2025)

L'attacco si trova 10 m sulla destra dello spigolo vero e proprio in prossimità di una fessura. Segue un breve trasferimento. I 50 metri della Prua fino all'evidente gendarme si svolgono su roccia e fessure molto belle. I successivi 100 metri di cresta appoggiata, presentano sfasciumi poco stabili per cui serve attenzione. Questo tratto facile è già stato esplorato in passato (rinvenuta una vecchia fettuccia persa tra l'erba) ed è stato quindi lasciato disattrezzato. Salita one-push da Manuel e Christian il 15/6/2025 e successivamente risistemata.

Accesso: consigliato l'accesso dalla via sul Dente in modo da evitare la ravanosa risalita del bosco-ghiaione.

Descrizione: 
L1:  Attaccare a destra dello spigolo sulla verticale di una fessura, segue un traverso a sinistra per raggiungere lo spigolo più facile. Sosta su albero non attrezzato sotto alla Prua. V+, 
30 m
L2: Alzarsi sullo strapiombo a cubetti utilizzando i 2 chiodi a pressione dopodiché scalare la bella fessura su bella roccia fino ad una piccola cengia sul lato sinistro del tetto. Sosta a spit. (4 chiodi, 1 cordone) VI e A0, 15 m
L3: Salire grazie a delle lame e superare la fessurazione che si restringe, oltre il tratto verticale la fessura si allarga e diventa regolare e ideale per la tecnica ad incastro di mano (friend grandi utili). Al termine un dietro bloccato da un masso si supera a destra prendendo una cornice. Sosta a spit poco oltre. (6 chiodi, 1 spit) VII-, 
30 m
L4:  Proseguire per un canaletto per poi
 doppiare lo spigolo a destra compiere una traversata sempre verso destra con leggera discesa fino alla base di un diedro. (1 chiodo, 2 cordini). IV+, 20 m.
L5:  Salire il bel diedro fessurato e sostare su un muretto ora in cresta. (2 chiodi, 1 cordino). V, 20 m. 
L6: Affrontare il muretto molto friabile (IV, 1 chiodo) e poi proseguire per cresta elementare fino ad uno spuntone. 30 m.

L7: Proseguire per cresta per 40 m fino al libro di via sotto all'ultimo muro, II.
L8: Breve muretto finale, breve ma impegnativo fino a sostare su una grossa clessidra. (2 chiodi) V+/VI. 15 m.

Discesa: seguire una buona traccia nella radura verso sinistra (ometti) fino ad intercettare il sentiero CAI 240 che seguito verso nord per dorsale conduce alla Croce prima e poi in discesa per mulattiera con alcuni tornanti fino al punto di partenza. (30')

Il secondo spigolo


L2

Il Gendarme in apertura


L3




lunedì 20 aprile 2026

Monte Lefre-Fracena, La scala di Penrose (A1, 350 m, VII obb.)

Zona: Lefre-Fracena, Valsugana (TN)
Sviluppo: 350 m
Esposizione: SW
Tempo: 8-10 h
Difficoltà: A1 (
IX-?); VII obb.
Materiale: friend fino al 4, 1 staffa.
Discesa: 1h30 a piedi
Apritori: F.Sartori, A.Rossi

Una linea di arrampicata evidente infilata nel punto più logico di una parete che per anni ha respinto ogni tentativo anche solo pensato, complice la fama della roccia. Qui si segue il diedro meno appariscente rispetto a quello dei primi salitori più a sinistra sui grigi (Sent e Melchiori, via Lino della Maria, 1954), quelli che definirono la roccia del Fracena “putrida”, e non avevano torto.. Il diedro guida tutto: continuo, fisico, a tratti ostile. Un piccolo “Diedro Casarotto”, come lo ha battezzato a caldo il mio compagno di cordata Federico, che da solo vale la via, assieme anche all'ultimo tiro forse il più solido e lavorato.
Nella parte terminale del grande diedro arriva la sequenza più caratteristica: cinque tetti in scala rovesciata che definiscono il carattere della via oltre che il suo nome. Tetti superati con logica ed intuito, mentre la roccia vira al giallo e assume un aspetto quasi terroso. La libera, pur con chiodatura ottima, resta ancora troppo delicata: le prese non danno quasi mai fiducia e tendono a sfaldarsi. In artificiale invece il ritmo cambia, più fluido, con numerosi tratti alternati alla libera che risultano divertenti.
La roccia nonostante la grande opera di pulizia, alterna tratti solidi a molte sezioni dove serve attenzione e sensibilità specialmente nei primi tiri. L'ambiente è appartato, caldo e selvaggio nonostante la vicinanza al paese, e con una certa rusticità che a momenti mi ha evocato sentori di Supramonte sardo nonostante la bellissima vista sui Lagorai ancora imbiancati di neve.

La nostra è stata la prima ripetizione assieme a Federico, Lodovico e Stefano, il 18 aprile 2026, in memoria di Franco Sartori, accademico, co-apritore della via e storico fornitore di solidi chiodi artigianali, deceduto per un malore fatale proprio alla base di questa parete 2 giorni prima. R.I.P.

Accesso: Da Villa Agnedo seguire le indicazioni per Castello Ivano e imboccare Via Scura. Salire fino al termine della strada dove si parcheggia (46.061177 N, 11.535257 E). Dopo la sbarra traccia a destra con bolli rossi e ometti che traversa nel bosco sotto vecchi muri a secco. Superare una zona con alberi abbattuti fino a una piccolo ghiaione, quindi salire e prendere il sentiero a zig-zag seguendo sempre i bolli fino alla base della parete. Circa 45 minuti.

Descrizione: lascio alla relazione precisa di Alessandro Rossi qui.

Discesa: Dalla cima seguire a destra una traccia che porta ad un intaglio. Risalire il sentiero bollinato di rosso nel bosco fino a intercettare una specie di totem. Da qui un sentierino ripido conduce alle trincee e in breve alla strada asfaltata del Monte Lefre. Si segue in discesa abbandonandola prendendo i sentieri CAI che riconducono alla base, stando attenti a tenere sempre la sinistra. (circa 1h30 dalla cima).
In alternativa, possibile discesa in doppia al lato della via (da S10), veloce ma meno interessante e con qualche tratto ancora delicato. In alternativa potete lasciare una seconda auto alle trincee (46°03'40.9"N 11°32'57.6"E).

L1

L3

L5

L7

Diedro esigente e di soddisfazione

Lodovico quasi in sosta

Prosecuzione del diedro

Uscita dal primo tetto






Penultima lunghezza.


martedì 14 aprile 2026

Sedici tiri e un maritozzo: cronache dallo Spigolo Regeni

Racconto per Planet Mountain, Aprile 2026

Partivamo dai pressi di Maso Naranch, quello dove si è sposato Ondra, in quelle fredde mattine d’autunno in cui l’aria gelida aveva già capito tutto e noi no. Sacconi troppo pesanti per la nostra dignità: dentro c’erano chiodi artigianali e dozzine di spezzoni di corda pre-impiombati. Dubbi sparsi come le foglie dei lecci che nascondono le poche tacche buone e le pareti che ci guardavano dall’alto con l’espressione: "Ma davvero siete tornati?".

Lodo, ovviamente, la linea dello spigolo sud del Monte Garda ce l’aveva in testa da mesi. Forse anni. La vedeva persino quando chiudeva gli occhi, tipo screensaver. Io lo seguivo dopo essere stato preso per sfinimento, perché a un certo punto bisogna accettare il proprio destino: se Gaspari decide che quella è la linea, amen, è la linea.

Lodovico addenta un chiodo

L’avvicinamento era sempre la stessa tiritera: sassi, terra, sassi, lecci impenetrabili tipo cler del kebabbaro. Un sentiero, o meglio, l’ex trincea della seconda linea austroungarica, che ti obbligava a ripensare alla scelta sbagliata di attività ludica del fine settimana. Ma poi compariva l’attacco della via e, incredibilmente, ricominciava quella strana follia che ci spingeva a salirci sopra invece di tornare al bar La Prua di S. Ambrogio come le persone normali, a mangiarci un maritozzo con doppia crema anziché star lì a prender freddo.

Aprire dal basso le vie a bassa quota richiede la solita miscela letale di ottimismo immotivato misto incoscienza. La roccia nera dei primi tiri? Una specie di lastra cotta al vapore che ti diceva: "Sì, sali pure, ma poi non lamentarti". Le placche che da lontano sembravano lavorate? Plot twist: non lo erano per nulla, ma a noi, le placche ci basta "che respirino". Le fessure da friend? Ovviamente prendevano sempre e solo quelli che non avevamo messo nella rack.

Uno dei tanti tramonti dallo spigolo

Ci fermavamo spesso a guardarci come due che hanno appena perso il vaporetto per S. Marco ma non vogliono ammetterlo. Poi Lodovico, quando toccava a lui tirare da primo, se ne veniva fuori con una delle sue osservazioni tecniche d’altissima scuola Val d’Adige anni ’90, tipo: "Sicuramente si va di là", indicando il punto opposto di dove sarei andato io. Ma alla fine aveva ragione, e si ricominciava a ridere invece di piangere. Un classico.

Intanto salivamo tiro dopo tiro, in alternata, come se facessimo zapping tra due serie TV che speri migliorino ma restano sempre sullo stesso piano narrativo: lento, ma tutto sommato coinvolgente. La roccia però migliorava davvero: diventava chiara, compatta, quasi incoraggiante. Le cenge rompevano l’arrampicata "ritmica" del buon vecchio Grill, ma noi ci dicevamo che una via senza interruzioni è troppo mainstream. Passando di qua e di là, navigando a vista, alla fine lo spigolo tornava sempre a farsi vedere, tipo mascotte ufficiale della salita.

Sacconi, foglie e lecci..


Poi arrivavano gli "highlight della puntata": la fessura larga che finalmente accettava il friend grigio, quello più grande nella bandoliera, come un portiere rassegnato che lascia entrare un conoscente. Poi la prua del tredicesimo tiro, questa volta non il bar, che io segretamente chiamavo il Tau, per la forma a croce francescana, era davvero bella da scalare. Sì, lo ammetto senza ironia: succede anche questo, di trovare ogni tanto roccia bella, senza avere la fissa di cercare a tutti i costi il calcare più stratosferico, al costo di incrociare anche la propria dignità..mi fermo altrimenti divago. E poi l’ultimo tratto, dove la parete mollava la presa e il bosco poco più su sembrava dire: "Dai, finiamola qui". Ma invece era solo un miraggio e così per sedici, dico se-di-ci, tiri di corda.


Quando finalmente siamo arrivati in cima non sono esplosi i fuochi d’artificio: semmai le nocche delle nostre mani, prese tra disgaggio e martellate mancate sui chiodi. Non è partita nessuna sigla, tantomeno i cori angelici. Solo due tipi un po’ stralunati seduti su una roccia all’imbrunire che si dicono: "Beh, dai è finita… lo vuoi un Sambuca"?

Lodo in apertura

E ogni volta che guardavamo lo spigolo dalla piana ormai rinsecchita dell’ex lago di Loppio, sulla via del ritorno alla luce delle frontali, avevamo quella strana sensazione che la parete stessa custodisse il nostro pensiero. Solo roccia, vento e una memoria, importante, che non doveva essere dimenticata nel rumore della vita frenetica, quella di Giulio Regeni ricercatore, connazionale, barbaramente ucciso in Egitto.

Niente trombe, niente luci sparate in faccia, si torna alla Prua di S. Ambrogio per una birra e una pizza, perché siamo pur sempre umani… orgogliosamente rocciatori della domenica.


4^ ripetizione "d'autore"

domenica 12 aprile 2026

Pezòl, Ciao Rita (5c, 170 m, 5a obb.)

Zona: Monte Pezòl (Arco)
Sviluppo: 170 m
Esposizione: S
Tempo: 2 h 30’ (via), 35’ accesso
Difficoltà: 5c S2, 5a obb.
Materiale: singola, 10 rinvii
Discesa: a piedi
Relazione seguita qui

Via del 2022 dei tedeschi G. Kuen, M. Röck, su una parete che negli ultimi anni sta vivendo una seconda giovinezza. La linea si sviluppa sulla fascia destra, tra placche e tratti appoggiati, con una progressione discontinua ma mai noiosa. La roccia è sempre buona e ripulita, e l’attrezzatura segue bene i passaggi senza banalizzarli. Non è una via “continua” nel senso sportivo del termine: alterna lunghezze facili a tiri più tecnici, con qualche passaggio che richiede un minimo di attenzione nella lettura. Nel complesso resta una salita piacevole, più da giornata tranquilla che da ricerca del grado, con quel classico ambiente del basso Sarca fatto di sole, placche e vegetazione mediterranea che ogni tanto entra nella linea.

Accesso:
Da Arco salire verso Bolognano e poi in direzione Monte Velo lungo la SP48. Superati Gazzi e alcuni tornanti si raggiunge una curva a destra con sbarra e palina CAI, dove si parcheggia lungo la strada. Si prosegue a piedi lungo la sterrata fino a un masso con bollo rosso, quindi si scende a sinistra verso le pareti. Al primo bivio presso una falesia tenere il sentiero di sinistra (bolli azzurri), poi nel bosco fino a un piccolo slargo. Qui piegare a destra seguendo i bolli blu fino a portarsi sotto la parete nei pressi di un ghiaione. Risalirlo e poi traversare verso destra in salita lungo la base superando l'attacco di Clessidra fino alla targhetta di via. 35’.

Descrizione:
L1: salire il pilastro iniziale e spostarsi a destra verso la sosta sopra ad un leccio. 25 m, 5a/5b.
L2: partenza a sinistra, poi traverso a destra e balze facili fino in sosta. 15 m, 3c/4a.
L3: breve lunghezza verticale con uscita leggermente a destra. 15 m, 4a.
L4: traverso facile a destra su roccia lavorata. 30 m, 3c.
L5: placca più tecnica con breve strapiombetto che dà accesso alla sosta. 25 m, 5c.
L6: obliquo a sinistra e poi placca più facile ma continua. 20 m, 4b.
L7: rampe semplici fino alla sosta finale con libro di via. 30 m, 3c.

Discesa:
Dalla sosta finale si segue la traccia evidente verso l’alto fino al dosso con il traliccio, riferimento chiaro anche da lontano. Da qui si piega a destra lungo il sentiero (qualche breve tratto attrezzato) fino alla deviazione del “Garda Trek”; si tiene la sinistra rientrando rapidamente sul percorso dell’avvicinamento. 30’.

Volendo allungare la via di un tiro, dall’uscita si può anche traversare nel bosco verso sinistra e andare a prendere l’ultimo tiro della via "Clessidra", arrivando così direttamente alla “panchina” di vetta.

L1

L2

L4

L5

L6