Chi frequenta la montagna non solo per le prestazioni da sfoggiare su Strava, Climbook o Escalibur, ma per la cultura e la storia che la permeano, sa che ultimamente pareti e sentieri stanno diventando sempre più lo specchio delle nevrosi della società.
Più volte, su queste pagine, abbiamo parlato di etica (o fanta-etica), di chiodature, di come il nostro approccio a questo mondo stia cambiando. Ma oltre alle questioni fuffa e clickbait sul mondo delle falesie o delle vie di arrampicata, resta il nodo vero del nostro rapporto con questi ambienti e quel sottile malinteso riguardo il senso di "conservazione", che a volte sfiora il grottesco. Ma andiamo più a fondo..
Adoro quando trovo connessioni tra il mondo musicale e quello delle terre alte. Lo spunto, o il LA in questo caso, mi è stato dato ascoltando un album del 2008 che si chiama "Bachelite".
Nella tracklist c'è un pezzo geniale, e ruvido come nel loro stile, quello degli Offlaga Disco Pax che si intitola Fermo!.Paladini del post-punk elettronico e minimal che ha scosso la scena indie italiana degli anni 2000, muovendosi nell'underground emiliano fatto di drum machine, synth analogici e militanza politica, gli Offlaga (che prendono il nome da un comune di 164 abitanti del Bresciano) hanno contribuito all'evoluzione dell'estetica della narrazione teatrale in ambito musicale.
Lo stile è il cosidetto "spoken word", la voce recitante di Max Collini ci porta ai confini della realtà, a 2500 metri di quota, sotto la vetta del Monte Vettore, nel cuore dei Monti Sibillini, nelle Marche. Lì c'è una pozza d'acqua, il Lago di Pilato, ed è in questa conca che si consuma l'allegoria feroce sul nostro concetto moderno di "ambientalismo".
Gli Offlaga centrano il punto con una frase che è una pugnalata per chiunque rifletta sulle dinamiche di frequentazione della montagna: un sistema che chiama ambientalismo quella che in realtà è un’imbarazzante difesa dello status quo.
Fuori dalla metafora musicale, l'invertebrato in questione esiste davvero ed è un endemismo unico al mondo: il Chirocephalus marchesonii. Scoperto e classificato a metà degli anni '50 dal botanico Vittorio Marchesoni, è un minuscolo crostaceo rosso corallo, lungo circa un centimetro, che nuota come gli va, a pancia in su, nelle acque gelide e stagionali del lago a forma di otto rovesciato, incastonato tra i monti Vettore e Redentore.
La sua biologia è affascinante: poiché il bacino è sottoposto a forti stress stagionali, in certi anni si prosciuga totalmente in estate e, vista la quota, ghiaccia completamente in inverno. Il chirocefalo garantisce quindi la sopravvivenza della specie producendo delle uova particolarissime, chiamate "cisti". Queste cisti vengono deposte a riva, nel sedimento, e sono dotate di una parete protettiva che permette all'embrione di resistere a temperature estreme e all'aridità per stagioni intere, schiudendosi solo quando il ciclo idrologico torna favorevole.
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| Il minuscolo Chirocephalus marchesonii. Fonte: Getty Images |
Ed da questo meccanismo di sopravvivenza estrema che nasce il divieto che ha ispirato la canzone: per proteggere le uova invisibili depositate a riva, l'ente Parco vieta severamente la balneazione e impone a escursionisti e alpinisti di tenersi ad almeno 5 metri di distanza dal bordo dell'acqua.
Un cordone di sicurezza permanente permette di evitare di calpestare quello che sarà il futuro della specie del nostro Chirocefalo. La protezione dell'artropode è doverosa, ci mancherebbe, ma il paradosso sollevato dalla canzone ci costringe a guardare il dito e non la luna, e qui entra in gioco una delle più grandi lezioni della cultura ecologista: l’Etica della Terra (Land Ethic) di Aldo Leopold.
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| Aldo Leopold |
Nel suo pensiero, Leopold spiegava che un sistema è giusto quando tende a preservare l’integrità, la stabilità e la bellezza della comunità biotica, che include il suolo, le acque, le piante e gli animali.
Soprattutto, Leopold insisteva sul fatto che l’essere umano deve smettere di considerarsi il "conquistatore" o l'arbitro esterno di questa comunità, per diventarne invece un "membro comune e cittadino". Il nostro ambientalismo burocratico fa l'esatto opposto. Tratta la natura come un reperto archeologico estraneo all'uomo, un museo da recintare per proteggerlo da noi stessi.
Ci accaniamo sul singolo escursionista che magari si avvicina alla riva per sciacquarsi il viso dopo ore di cammino, sanzionandolo come un eco-terrorista con linee di demarcazione artificiali, e nel frattempo ignoriamo il collasso dell'intera comunità biotica circostante.
Oggi il Chirocefalo rischia di scomparire non per uno scarpone maldestro, ma perché le estati sono sempre più torride e gli inverni avari. Il riscaldamento globale sta seccando la pozza a ritmi che le stesse cisti-uovo non riescono a tollerare. Ecco dove sta il cortocircuito dello status quo: ci si lava la coscienza posizionando divieti, transenne e cartelli in quota, lasciando però intatto il modello socio-economico ed energetico che sta letteralmente demolendo i ghiacciai e modificando il clima globale: è l'illusione di salvare un frammento ignorando la distruzione dell'insieme.
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| O.D.P. |
La montagna non è una teca di vetro da contemplare nel museo del presente. Si tratta un ambiente vivo, severo, in trasformazione continua, di cui storicamente facciamo parte come "cittadini" responsabili, non come intrusi da multare. Cercare di cristallizzarla, vietando l'interazione per placare il senso di colpa collettivo della pianura, non salverà né il chirocefalo né noi.
Forse aveva ragione il crostaceo degli Offlaga Disco Pax: meglio provare a uscire dal pantano per combattere il pensiero dominante, piuttosto che morire lentamente in una pozza evaporata, rassicurati da un bel cartello di divieto d'accesso.




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