Sviluppo: 185 m Esposizione: SE Tempo: 4 h Difficoltà: VI+ A1 Materiale: nda, friends fino al 4 Discesa: a piedi
Via classica e molto logica sulla parete sud del Colodri, aperta da Salvaterra e Leviti nel 1980 seguendo una linea evidente che collega spigoli, camini, fessure e il grande tetto della parte alta della parete. Dedicata al “Bepi”, storico personaggio delle marocche di Prabi che viveva ai piedi del Colodri e che per anni fu punto di riferimento per generazioni di arrampicatori di passaggio, ospitati nella sua casa dopo le scalate per un caffè. Arrampicata varia, decisamente alpinistica, con vecchi chiodi e protezioni da integrare nei tratti meno attrezzati. Il ripristino del 2014 ad opera di Grill e soci ha sistemato le soste con fix ad anello e ripulito parte della via, senza però snaturarne il carattere originale. Oggi la scarsa frequentazione si fa sentire soprattutto nei tiri centrali, dove erba, terra e qualche sasso mobile testimoniano una situazione piuttosto comune su diverse classiche della Valle del Sarca, spesso lasciate un po’ all’abbandono. Bello il traverso sotto il tetto e molto elegante la fessura finale, probabilmente il tratto più continuo e riuscito della salita. Ambiente verticale ed esposto sopra la grande Grotta "delle Cavre", una delle strutture più evidenti del Colodri.
Accesso: dalla piscina comunale di Arco (park gratuito) seguire il sentiero e poi la ferrata del Colodri. Quando questa piega decisamente a sinistra in corrispondenza dell’evidente grotta verticale, abbandonarla e traversare per tracce fino ad essa. Attacco sullo spigolo sinistro (fix con cordone).
Descrizione: L1 Salire l’evidente spigolo sopra il grottone fino allo strapiombo terminale. Tiro atletico e un po’ unto. VI+, 30 m. L2 Breve traverso a sinistra su placca a buchi fino al pulpito sospeso. Chiave della via. VII+ o A1, 10 m. L3 Camino con strozzatura fisica, poi obliquare a sinistra fino a un pulpito molto esposto. VI+, 45 m. L4 Aggirare il masso e seguire fessura e diedro continui fino al terrazzo con vegetazione. Tiro sporco. VI+, 30 m. L5 Diedro fessurato più facile, poi traverso verso destra fino alla larga fessura di sosta. Qualche blocco mobile. Tiro sporco. V+, 25 m. L6 Superare la fessura ad incastro facendo attenzione a non strattonare il leccio sradicato. Spostarsi a destra su roccia più solida sostando poco sotto il tetto. V+, 15 m. L7 Tiro molto bello spezzabile in 2. Traverso sotto il tetto su concrezioni e vecchi chiodi, poi ribaltamento e larga fessura finale molto estetica. VI+, 30 m.
Discesa: usciti dalla via raggiungere in breve il sentiero marcato e seguirlo verso sud fino a intercettare la ferrata del Colodri che riporta rapidamente alla base e al parcheggio. 30 min.
L'idea di salire il secondo spigolo del Pastello (sì, secondo Spigolo.. proprio come la Tofana) ci è venuta sfogliando alcune foto riprese dal sentiero che conduce alla croce di vetta, in cui l’autore si interrogava sulla presenza o meno di vie in quella porzione accidentata di parete. Come sempre, l'idea rimase a macerare nei meandri del cervello fino al momento propizio. "Ora tutti salgono ed esplorano sulla Ovest, è il momento di sloggiare e spostarci in nuove aree vergini," dico al mio partner di scorrerie verticali. "Andiamo a vedere quell’anfiteatro sempre in ombra a nord, c’è uno spigolo."
"Ma no" mi dice Christian, "non vedi che è sbarrato da un tetto orizzontale di almeno 4 metri? Come facciamo.. ci tocca salire in artificiale". Fine della discussione.
Il tempo passa, come anche le stagioni “a passo di giava”. Ritorna la primavera, il periodo migliore per scalare in Pastello. Siamo di nuovo qui io, Christian e Lodovico per ripetere la via "Giochi Estivi". È il 18 maggio e sono finalmente riuscito a portar fuori casa Christian, reduce da un periodo che non ho dubbi sia stato il più intenso e traumatico della sua vita: la perdita quasi contemporanea di un genitore e la nascita di un primo figlio. Siamo qui tutti assieme per togliergli la ruggine dagli avambracci e i pensieri dalla testa. Scendendo alla ex cava, durante l’avvicinamento, sulla radura panoramica che dà sullo spigolo Ovest dico ai miei compagni: "Perchè non andiamo a vedere la base di quel monolite?” indicando un sassone prolungato che dal fondovalle durante il tramonto mi è sempre sembrato un dente luccicante e che da sempre ha attirato la mia attenzione. Dente di Satanasso lo chiamavo, come quello sull’Agner. In breve, ci ritroviamo all’attacco dello zoccolo, proprio nei pressi di un riparo di camosci a poca distanza dallo spigolo ovest. L’idea dell’improvvisata è stata mia, perciò parto io. La placca di partenza è un po’ liscia e un po’ bagnata, ma riesco ad agganciare una fessurina da dita che devo ripulire con la punta del martello dalla festuca, per renderla accogliente sia per i miei friend che per le mie dita. Pianto qualche buon chiodo "Sloveno" e, in un tempo indefinito, il lottare con la vegetazione sospende sempre il cronometro, raggiungo una scaglia affilata che mi permette l'uscita sulla cengia, la base vera e propria del monolite. Recupero i compagni che, sotto di me, disgregano i massi pericolanti che avevo evitato. Per ultimo, staccano anche quella scaglia affilata che mi aveva permesso di saltar fuori. Appena arrivano in sosta, mi fulminano: "Ma non eravamo qui per la ripetizione di Giochi Estivi?" Corda doppia e via, verso la parete principale, a fare quello che dovevamo fare.
Passa un mese e il ricordo di quella bella fessurina, e di quanto la compattezza del calcare fosse diversa da quella della Ovest, mi resta fisso in mente. Finalmente, un giorno propizio nel calendario per tornare con Christian e concludere l’opera. L’alta pressione africana sta spazzando via a spallate decise il bel fresco primaverile anche quassù, tra i faggi argentei della Lessinia. Ci carichiamo di acqua e partiamo lo stesso, tanto staremo in ombra tutto il giorno. Sono le ultime occasioni per andare lassù.
Il Gendarme del Pastello
Parto di nuovo io visto che il primo tiro già lo conosco. Christian invece attacca il secondo, che in pochi metri si rivela già ostico: un pilastrino pericolante di qualche quintale incombe sulla sosta. Lo aggira sulla sinistra, piantando un chiodo a pressione artigianale e issandosi sopra lo supera. Segue un diedro appena accennato in spalmo che si trasforma in fessura, dove bisogna traversare decisamente a sinistra per prenderne un’altra formata da una lama enorme, che ora si segue più facilmente fino alla stretta punta del Dente dove recupera me e il sacco. Un breve tiro di cresta di terzo fino al bosco; bosco che si risale ora ripido fino all’attacco del secondo spigolo vero e proprio, dove Christian nota un buco a forma di cuore sotto una fessura gialla. Inizio io ignorandola ma seguendo la logica dello spigolo, e con un tiro facile, purtroppo invaso dall'erba, sono a sostare sotto la prua che anticipa il grande tetto. Successivamente, durante la pulizia, raddrizziamo la partenza originale proprio su questa fessura per evitare la roccia friabile e la festuca. La partenza è in strapiombo. Va Christian. C’è una fessura svasa e strapiombante che si sfalda a cubetti rovesci. Si traffica un po’ con chiodi e friend che saltano via fino ad arrivare ad un altra fessura, ora buona, che si risale fino a sostare di fianco allo strapiombo. Un tiro breve, preparatorio per quello lungo successivo. Sembra che salendo dritti per una placca grigio scuro ora si possa bypassare il tetto, e questo è positivo. Parto, ma dopo cinque metri mi ritrovo su una placca in uno stallo, con un altro blocco instabile che incombe sulla sosta e che sono costretto a calpestare per avere un appoggio per i piedi. Lo supero senza toccarlo piantando un fix e, successivamente oltrepassata la convessità della parete, con grande sorpresa si apre davanti ai miei occhi una fessura pulita e lineare, che continua a vista d’occhio fino all’uscita su un camino strapiombante. Per fortuna ho con me tutta la serie di friends, incluse le misure grandi. Si prosegue con incastri di pugno, non facili per la nostra attitudine orientale, e in un tempo sospeso raggiungo la “zanca” di uscita che mi proietta fuori, in piena esposizione, con un bel grido di soddisfazione. Sosto su spuntone nei pressi di un masso caratteristico che chiameremo “Il gendarme”. La corrente termica sale e ha asciugato sudore e riserve d’acqua. Ora si va al sole in cresta con 30°C; anche se è facile iniziamo a sentire la disidratazione. Saliamo decisi in conserva, con l’unico obiettivo le caratteristiche fontane di Cavalo, che già una volta qui ci hanno salvato dalla sete. Ma la cresta è ancora lunga 100 m e, con sorpresa, a differenza di quanto scalato finora, è particolarmente infida e friabile. Cataste di lastre appoggiate su sé stesse che ci ricordano le Piccole Dolomiti: più disgaggi più ti viene da disgaggiare. In un tratto dove si cammina troviamo anche una fettuccia anni ‘80 nascosta tra l’erba e sotto alle macerie. Di chi sarà? Qualcuno è già passato salendo dal lato del canale boscoso o addirittura in discesa, e ha già percorso questo tratto di cresta di sfasciumi arroventati. Decidiamo quindi di lasciare disattrezzato e “dis-disgaggiato” (passatemi il termine) questo tratto, in virtù della sua facilità e della presenza di quel testimone, il cui proprietario scopriremo qualche tempo dopo, e restando più che certi che la parte ostica della prua non sia mai stata salita prima di oggi. Lo leggiamo nella roccia, ce lo sussurrano le nude fessure. Un ultimo muro a cubetti anticipa la riposante radura della sommità dello spigolo Ovest, dove confluisce anche la storica via di Menegardi. Qui mettiamo un barattolo con il libro di via, soddisfatti per aver salito in giornata una via inedita sul nostro amato Pastello senza ricognizioni precedenti dall’alto e senza pellegrinaggi di ritorno sulle corde fisse.
I "dissetanti" lavandai di Cavalo
Ora ci incamminiamo, stanchi e assetati, sul sentiero in discesa, chiusi ognuno nei propri pensieri. In questo momento, il ricordo del piccolo dettaglio che Christian aveva notato all’inizio del secondo spigolo ci riporta indietro: quel foro a forma di cuore nella roccia, quasi come un sigillo posto dallo stesso Pastello.
Abbiamo trovato la nostra linea, la nostra via d’uscita, proprio quando Christian ne aveva più bisogno. La dedicheremo a Silvana e al piccolo Pietro, perché anche se la perdita e la nascita hanno scavato un vuoto profondo, c’è sempre un varco, un appiglio che testimonia che l'amore, in ogni sua forma, resiste a ogni strapiombo.
Sviluppo: circa 600 m Esposizione: W Tempo: 3-4 h Difficoltà: V4, a1, III Materiale: 2 corde da 50 m
Conosciuta semplicemente come "la cascata" dai volargnesi, si ravviva e torna visibile dopo periodi di piogge abbondanti, percorrendo la SS12 tra Volargne e Ceraino. Dopo qualche passaparola ci aveva incuriosito la possibile presenza di una via di arrampicata nella prima parte, ma anche l’idea che la forra potesse proseguire nel bosco oltre il salto più evidente. Siamo partiti con l’intenzione di esplorarla assieme al compagno di forra Nicola Battilotti, e siamo rimasti piacevolmente colpiti nel trovarla già attrezzata, nonostante alcune guide canyoning locali interpellate non ne conoscessero l’esistenza.
Non risultano notizie certe sulla prima discesa integrale del Vajo Monte, questo è il suo vero nome. È invece documentata la risalita a spit della parte del colatoio-marmitta, corrispondente alle due calate finali, effettuata nel 2003 da E. Cipriani, secondo quanto riportato da Le Alpi Venete. Oggi quegli spit da 8 mm risultano tutti tranciati dalla caduta di sassi; sul posto si individuano ancora soltanto tre soste, su cui non fare sicuramente affidamento.
Lungo il percorso sono presenti ancoraggi speleo e alcune corde fisse, da verificare sempre prima dell’utilizzo. La ricognizione è stata effettuata il 2 maggio 2026 con torrente completamente in secca. In presenza d’acqua le difficoltà possono aumentare sensibilmente, soprattutto nel tratto della profonda marmitta scavata alla base del penultimo grande salto.
Divertente anche in dry canyoning, è una piccola perla che la Val d’Adige riesce ancora a regalare a chi abbia il piacere di esplorarla. Da evitare nei periodi di piena, dopo piogge intense o con portata anche solo incerta.
Accesso: Da Sant’Ambrogio di Valpolicella seguire le indicazioni per la frazione di Monte. Parcheggiare sulla destra nei pressi del tornante di via Quari 45° 33' 57.9" N - 10° 50' 45.1" E.
Dal parcheggio tornare indietro per circa 10 m e imboccare una stradina sterrata in discesa. Raggiunto un bivio, mantenere la destra e attraversare una cava abbandonata. Al termine della cava si supera una zona attualmente coltivata fino a intercettare il sentiero CAI n. 238. Seguirlo fino a un tubo di scolo che immette nel Vajo Monte.
Da qui si entra nel greto e, procedendo tra boscaglia fitta, si raggiunge la briglia con albero attrezzato con cordone, punto di inizio delle calate.
Rientro: Al termine della discesa passare sotto il sottopasso e scavalcare il muretto con passaggio atletico. Proseguire quindi lungo la pista ciclabile verso sud fino al parcheggio della chiesa di Volargne dove si ha lasciato preventivamente una seconda auto.
Zona: Salto del Faraone Sviluppo: 160 m Esposizione: E Tempo: 2 h Difficoltà: V, un passo di VI- Materiale: cordini, friend medi Discesa: a piedi
Via semplice su roccia lavorata con bei passaggi di movimento da intuire. Aperta da Brighente e soci nel Febbraio 2026. Alcuni passaggi sono stati lasciati da proteggere a cordini e friends. Ottimamente ripulita, termina a ridosso della via Roccolo in Fiore della quale si percorre l'ultimo tiro.
Accesso: dal parcheggio di Tessari attraversare il centro abitato verso nord e proseguire per la Grattugia e Parete Rigata. Oltrepassare la parete Salto del Faraone contraddistinta da grande strapiombo. Trovare l'indicazione di un masso "Rocc. in F.", risalire il bosco e individuato l'attacco della via Roccolo in Fiore, spostarsi a sud di circa 50 m.
Descrizione:
L1 Zoccolo con passo aggettante su roccia delicata, sosta su albero. V, 25 m.
L2 Diedrino a cui segue un traverso per poi rimontare un piccolo strapiombetto. Sosta su clessidre. V, 1 passo di VI-, 30 m.
L3 Attraversare la cengia e poi muretto fino alla sosta su clessidre. V, 23 m.
L4 Lungo corridoio molto lavorato. III, 30 m.
L5 Traverso verso destra tra lecci e olivi selvatici in leggera discesa. 25 m, III
L6 Breve e divertente muro fessurato. V+, 25 m.
L7 Tiro finale di Roccolo in fiore. III, 25 m.
Discesa: si continua con l'ultimo facile tiro di Roccolo in Fiore, dopodichè per traccia si raggiunge il comodo sentiero di rientro, recentemente allargato e sistemato, che si percorre in direzione sud.