Avvicinamento: 40 min
Esposizione: N
Difficoltà: PD, pendii a 60°
Materiale: Piccozza-Ramponi
Il Portule è una muraglia bianca e maestosa che nasconde la
vista del Lagorai e delle Pale di S. Martino a chi proviene da sud: un passo
obbligatorio per ogni scialpinista veneto. Diverse sono le soluzioni per
salirlo e discenderlo, la nostra scelta è ricaduta sull’effettuare un giro ad
anello, più lungo degli altri itinerari di salita classici. Partendo dal Rif.
Malga Cima Larici (ampio parcheggio) si passa per la vicina Cima Larici, si risalgono
i pendii della ex pista da sci rimanendo in prossimità del piloni della vecchia
sciovia. Raggiunta Cima Larici (2033 m) si segue in discesa la cresta fino alla
Porta Renzola (1949 m) per poi risalire dalla parte opposta, sempre vicino alla
cresta, fino alla panoramica croce di vetta
a 2313 m. Diverse le opzioni di discesa, da valutare in base all’innevamento e
alla conformazione della neve: in sostanza se si rimane vicino alla cresta i
pendii sono più facili, al centro parete è presente sovente una difficile
cornice e tratto iniziale molto ripido (exit presente per superare la cornice),
proseguendo verso sud si può scendere da una bella ed evidente dorsale con un
livello di difficoltà intermedia. Il Portule prende sole fin dall’alba e la
cima è molto ventosa, è quindi spesso probabile trovare neve dura e ghiacciata,
per gli snowboarder mi sento di consigliare un paio di ramponi nello zaino e
non aspettare troppi giorni dopo una nevicata. Raggiunta la base del Pendio, si
prende la strada forestale verso destra che con pochi saliscendi permette di
sciare fino a Malga Larici di Sotto. Da li risalire brevemente per strada
asfaltata fino al punto di partenza.
Cascata maestosa ma ancora poco conosciuta, posta
esattamente di fronte all’abitato di Davedino: piccola ed amena frazione di Villalongo
Col di Lana (BL). In base all’innevamento si raggiunge in auto l’abitato
(consigliate le catene se inverno nevoso). Passare in mezzo alle case e proseguire
lungo la valle in direzione N fino a raggiungere una traccia evidente che
rimanendo sempre in costa senza perdere quota, attraversa il torrente e posta
sull’altro versante della valle. A questo punto si scende la valle in direzione
S senza mai perdere quota, si superano due canali valanghivi che scendono sulla
destra, fino a raggiungere l’ultimo (corda fissa) che si risale interamente
fino alla base della cascata. La cascata
si risolve con 3 tiri da 40/50 m, la prima soste dovrebbe trovarsi sulla nicchia
a sinistra. Le altre soste su ghiaccio. Discesa in doppia su abalakov o dagli
alberi sui lati (soluzione non verificata).
È ormai venerdì, dopo mille vicissitudini e imprevisti i programmi sembrano assestarsi per il fine settimana. Così mi sento con Paolo che era già d’accordo con Stefano per la salita del vajo nord dello Spitz di Tonezza, mi aggrego. Una volta imbragati si parte in discesa di fronte al tornante dove abbiamo lasciato l’auto nei pressi del P.so della Vena. Fortunatamente un paio di posti sono stati liberati dallo spazzaneve nei giorni seguenti alle nevicate.
Scendiamo il ripido bosco in direzione della SP83 sommersa dalla neve e una volta raggiunta attraversiamo le tre gallerie verso est. Al termine della terza inizia la nostra salita, il canale valanghivo è ben compatto e in breve raggiungiamo l’attacco del vajo, caratterizzato da un enorme antro scuro. Alla base è già scesa una ingente quantità di neve, già consolidata e la sosta di partenza non è utilizzabile perché sommersa dall’accumulo; così a favore di sicurezza attrezziamo una sosta con un chiodo e un friend e che l’avventura abbia inizio.
Parte Stefano che, con qualche esitazione, riesce a guadagnare i primi metri. Troviamo due chiodi abbastanza vicini: ora c’è il passo chiave. Un friend riesce a trovare il proprio posto e con un mix ben ordinato di movimenti il gigante buono riesce a raggiungere il chiodo poco sopra e ad infilarsi nella canaletta. Da li in poi la corda scorre veloce e anche io e Paolo, un po’ infreddoliti, diamo fuoco alle polveri. Paolo se la cava bene con le picche ma io preferisco affrontare il passaggio in arrampicata e riutilizzare gli attrezzi solo per agganciare lo scivolo ghiacciato dell’uscita. Il tiro termina su un chiodo datato, nonché anche la relazione originale invita a rinforzare la sosta. Così integriamo con due chiodi oltre a quello già presente, avendo un occhio di riguardo per chi passerà dopo di noi. L’inizio del secondo tiro è caratterizzato da un altro saltino, più breve del precedente e decisamente meno impegnativo e prosegue poi verso sinistra seguendo la lingua bianca ben compatta fino all’inizio del successivo canale.
Cambio di regia, scambio di corde e si riparte per le ultime lunghezze che mi costringono a rimanere a sinistra del vajo per poter piazzare qualche friend sulla roccia; giungo così ad un punto dove si presentano tre canalette e quella da prendere è a destra, come la relazione riporta correttamente. Non avendo fittoni o corpi morti con me (che consiglio di avere) pianto qualche chiodo abbastanza aleatorio per poter guadagnare metri in quel restringimento più idoneo alla sosta (friend + chiodo, lasciato in loco). L’ultima lunghezza è la più semplice ma non in termini di proteggibilità, infatti il manto del fondo cambia e richiede delicatezza nei movimenti. Si giunge così a rivedere il sole, recupero Paolo e Stefano e dopo la canonica pacca sulla spalla ci rechiamo alla croce per bere un po’ di the caldo e gustarci il panorama.
Per il rientro seguiamo le tracce ben visibili verso ovest fino alla strada di asfalto, nonché al tornante dell’auto.
L’itinerario è breve ma richiede confidenza con gli agganci, in particolar modo sulla partenza. A detta nostra, e anche di altri, il grado corretto per i primi metri è di M5 e non M4 come da relazione originale. Consigliati fittoni, qualche chiodo universale e un paio di friend medio piccoli.
Ad ogni modo una bella avventura che ci ha fatto riassaporare il gusto di un ambiente isolato dove la natura sta furtivamente prendendo il suo tempo immersa in un freddo mare bianco.
Christian Confente
Campofontana, monti Lessini veronesi, una frazione di Badia
Calavena nella quale fino a pochi anni fa si poteva praticare solo lo sci
alpinismo (quando nevicava..) e la mountain bike oltre che all’escursionismo. Negli
ultimi anni ha visto un esplosione di nuove attività sportive con la nascita di
ottime falesie (vedi falesia del Rif. Torla e falesia dell’ex campeggio); mancava
solo il ghiaccio quindi per poter appagare un alpinista a 360°. Detto fatto,
basta un po’ di freddo e un po’ di sana esplorazione che con un inverno
particolarmente nevoso abbiamo scovato due nuove colate di ghiaccio in un
settore quello del versante NW di Cima Lobbia poco battuto dai ghiacciatori perchè
lontano, alto sulla val Fraselle e con un difficile avvicinamento.
Avvicinamento: esistono 2 soluzioni in base alla provenienza. Prima opzione. Dalla Val Fraselle. Parcheggiata la macchina al tornante di Giazza, si risale a piedi fino ad oltrepassare l’abitazione di Gisòul, dopo aver guadato il torrente si raggiunge la Capanna Forestale Vaizelù, da li abbandonare la carrareccia e seguire il sentiero 284 per 50 m per poi abbandonarlo subito risalendo prima per bosco ripido che via via diventa diventa più rado, le cascate sono ora visibili sul lato opposto della valletta. Seconda opzione. Da contrada Pagani di Campofontana. Seguire il sentiero per il Rifugio Torla, superato un cancelletto e giunti alle Malghe Lobbia sul lato sud del Monte Formica voltare a destra per raggiungere la località Ingroba, ex pista da fondo. Arrivati al limite del bosco oltrepassare il filo spinato e calare con attenzione la valletta sul versante della Val Fraselle fino ad arrivare in vista delle colate.
| Le due candele gemelle |
| Secondo tiro |
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| In rosso avvicinamento da Giazza, in giallo da Campofontana |