lunedì 2 febbraio 2026

Val d'Adige, Quarry Ridge (180 m, III, 1 p. di VI-)

Sviluppo: 180 m (6L)
Esposizione: SE
Tempo: 1 h
Difficoltà: VI- 1 passo resto III
Materiale: singola, cordini.
Discesa: a piedi
Chiodatura: 3 chiodi.

Via didattica su cresta rocciosa affilata creata dall'attività estrattiva sul monte Rocca. Idealizzata come percorso propedeutico alla progressione a conserva media e corta. Sono stati lasciati soli 3 chiodi: 2 di sosta e uno di progressione sul tratto chiave, valutato di VI-. Il resto delle difficoltà si attestano sul III/III+. Presente qualche cordino di passaggio sulle numerose clessidre o per soste alternative. In un punto estremamente banale, dove si cammina, sono stati rinvenuti 3-4 spit raggruppati, l'unica spiegazione è che siano serviti a qualcuno per esplorare la sottostante parete che si tuffa nell'Adige. Percorsa da sud a nord con Nicolò Bolla ed Emma Yardley il 31/1/2026. 

Nota bene: essendo terreno estrattivo privato, anche se in disuso, non condividerò ulteriori informazioni. 

Attacco

La zona con spit



Passo chiave



domenica 1 febbraio 2026

Armentarola, Colada dl Lech (70 m, 3+/4+)

Dislivello: 70 m
Difficoltà: WI3+/4+
Esposizione: SE
Quota: 2100 m
Pendenza: 85°/90°
Discesa: in doppia


Estetica e solare, questa colata se ne sta proprio di fronte alle affollate cascate del Sass Dlacia: in alto a sinistra rispetto al Rifugio Scotoni, sotto (o sopra) gli occhi di chiunque passi di lì. Fa quasi sorridere pensare che un flusso così evidente non sia mai stato salito. Più realisticamente, lo è probabilmente già stato, ma in assenza di informazioni certe gli appiccichiamo un nomignolo “di servizio”: un’etichetta identificativa, nel pieno rispetto della toponomastica e lingua locale e di eventuali veri primi salitori. Nota importante: vista l'esposizione le condizioni vanno lette sul posto: ghiaccio e pendio di accesso possono cambiare parecchio e meritano una valutazione attenta in loco.

Accesso: raggiunto il parcheggio (gratuito in inverno) della Capanna Alpina risalire le piste da sci ai lati come per raggiungere la parete ghiacciata di Sass Dlacia già in vista della nostra  colata in alto sulla sinistra della Cima del Lago. 100 m prima della falesia di ghiaccio prendere la traccia battuta con la slitta per il Rif. Scotoni sulla sinistra. Salire il sentiero fino al settimo tornante in prossimità del canale che scende dalla cascata, risalirlo quindi fino alla base senza traccia obbligata. 1 ora e 20. (46° 33′ 23.52″ N 11° 59′ 51.33″ E)

Descrizione:
L1. Salire il muro dove il ghiaccio è più consistente. Sulla destra difficoltà intorno al 3+, sulla candelina a sinistra 4+. 40 m
L2. Un altro breve risalto nell'ampio canale fino al termine della pendenza. 30 m WI2+

Discesa: con due doppie da abalakov.


La in basso la falesia di ghiaccio

L1


L2



Accesso


sabato 31 gennaio 2026

Con Carlo Claus e i suoi amici, dal Sahara al Cerro Torre

Articolo-Intervista uscito su "Lo Zaino" N°19-2023. In quel periodo (2022) io e Simone eravamo molto presi dalla lettura dei racconti sahariani di Cino Boccazzi come Pagine di Pietra, Città perdute del Deserto, La via dell'incenso, Il Cimitero dei Dinosauri. Grazie all'amicizia comune con il Tony Zanetti abbiamo avuto la preziosa occasione di trascorrere un pomeriggio a conversare non solo con uno dei compagni viventi della spedizione accademica del 1967,  ma addirittura con uno dei sopravvissuti alla "maledizione dell'Uar" citata nei libri, il mitico Carlo Claus. Partendo da questi argomenti siamo andati a tutto tondo parlando della storia della sua vita alpinistica dal gruppo di Brenta, passando per l'Agner fino al Cerro Torre del suo amico fraterno Cesare, toccando con mano i chiodi della via del compressore "ritornati in Italia", premi vari e foto inedite.

.......

Nel novembre 1968 Cino Boccazzi – suprema incarnazione del curioso e del dilettante (nel senso più alto del termine), esploratore di deserti, archeologo, alpinista accademico, scrittore, di professione medico – manda all’amico Fantin una lettera in cui traccia brevemente l’itinerario seguito l’anno prima durante una spedizione del Club Alpino Accademico tra i massicci sahariani dell’Aïr e dell’Hoggar. «Ti ho preparato un pezzo per Africa Sahariana – gli scrive – con delle bellissime foto a colori, spedizione Aïr 1967. […] itinerario: Tripoli, Djanet, Iferuane, Aïr nord, Agades e di qui Bilma, Zoua, Tibesti, Tripoli.» Su un furgoncino Volkswagen targato Vicenza, erano presenti con Boccazzi gli amici Franco Alletto, Paolo Consiglio, Gino Buscaini, Bruno Crepaz, Marco Dal Bianco e il trentino Carlo Claus. «Le carte geografiche della zona erano imprecise e spesso abbiamo dovuto aprirci la via fra le colate di lava, qualche volta spostando a mano i macigni», ricorderà ancora Boccazzi nel suo libro Le donne blu. 

Durante l’esplorazione dell’Aïr, la prima vetta è scalata da Claus e Dal Bianco, che dedicano la cima a Donato Zeni, precipitato sul Sella l’anno prima. Non fu una cima a buon mercato, se non altro perché prima di scendere i due dovettero contenderla per un momento a due aquile che vi proteggevano il nido. 

Importante in quei giorni fu anche l’esplorazione del monte Taha’ o Taghat, dalla sagoma simile al Cimon della Pala – scrive Boccazzi –, la montagna parlante, regno di maledizioni e dei genun, i minacciosi spiriti del vento e della roccia, da cui i tuareg avevano avvisato gli alpinisti di guardarsi. Dal Bianco, Alletto e Claus attaccano direttamente la grande parete, Buscaini e Crepaz lo sperone, Boccazzi e Consiglio mirano invece alla cima passando per la punta Ovest. La notte li sorprende sulla vetta: come un fluido intorno a loro, nel cuore del Sahara la tenebra si coagula rapidamente e li costringe a parlare a bassa voce, prima che laggiù, lontano, torni, con l’alba, a svaporare il rosa del deserto.

Ma già nel 1968 Claus e Boccazzi, insieme a Chiaretta Ramonino e altri, sono di nuovo insieme nell’immensa solitudine del Teneré – un deserto nel deserto del Sahara –, sulla traccia delle balises di Berliet, esili riferimenti piantati su mucchi di pietre in mezzo a un labirinto di sabbia grande quanto un oceano, dalla spedizione Berliet durante la prima traversata del Teneré nel 1960. Lungo antichissime piste carovaniere, passando accanto a città morte, cercando di evitare le razzie dei Tébu che scorrazzano fino al Niger, le Land Rover di Boccazzi e Claus stavolta viaggiano in direzione del massiccio del Tibesti, con il solo ausilio della bussola, di una mappa approssimativa e di un binocolo. Ogni tanto si fermano per raccogliere stupende asce di selce verde e centinaia di punte di freccia e raschiatoi, testimonianze del tempo in cui il Sahara era una sterminata distesa di prati attraversati dai grandi fiumi che portavano le acque dei Tassili al lago Ciad. Ancora oggi Carlo Claus ricorda l’emozione di Boccazzi chinato su quei reperti in quantità da riempire un museo. Anche Pier Paolo Pasolini nel suo ultimo libro, rimasto incompiuto, Petrolio, aveva forse colto e rielaborato la suggestione dei racconti dell’amico Boccazzi: «Dei geologi trovarono il masso nella malinconica valletta di un deserto perduto in mezzo a un altro deserto, forse in altri tempi c’era passato un fiume; da lontano le pallide tinte paradisiache, il rosa venato di rosso arancione, l’ocra, l’indaco, come spennellati teneramente su un velo, facevano pensare appunto a una di quelle valli che racchiudono un piccolo palmizio, col verde dei piccoli orticelli d’orzo. Invece, arrivandoci, non ci si trovava nulla, neanche il silenzio, e il fondo delusorio d’una petraia dal triste colore bruno. […] I geologi caricarono come poterono sulla Land Rover quel prezioso reperto, e lo portarono nel mondo della civiltà per analizzarlo.»

Solo che per Claus, Boccazzi e gli altri esploratori il «mondo della civiltà» era a duemila chilometri oltre l’oceano di sabbia, e il progetto di scalare le vette del Tibesti stava svanendo. La spedizione infatti incappa dapprima nei ribelli a venti chilometri da Zouar, ma per fortuna, grazie a Boccazzi, la tensione si scioglie presto: il caporione degli insorti è malato e Boccazzi può con lui far valere la sua scienza medica. Per la verità può forse più l’aura magica che quegli armati gli riconoscono (un medico in mezzo al Tibesti!) che la cura effettivamente prestata; ma ciò basta e avanza a far guadagnare agli esploratori la loro riconoscenza. Li fanno quindi passare. Ma la penetrazione del Tibesti si interrompe di nuovo, e stavolta definitivamente, al successivo blocco della Legione Straniera, che non si dimostrerà altrettanto commossa per la presenza di un medico: le Land Rover sono quindi costrette a tornare a Misurata senza aver replicato i successi alpinistici dell’anno prima sull’Aïr. 

Nessuno è disposto però a lasciarsi scoraggiare. Meno che meno Carlo Claus, che si trova a suo agio sia con Boccazzi tra i deserti roventi – «le incudini del Sole», li chiamava con i beduini T.E. Lawrence, che sempre di più è il mito di Boccazzi –, sia tra le cime dell’Himalaya. Lasciate le esplorazioni del Sahara, infatti, e mentre Boccazzi sposta i suoi viaggi appunto nel deserto Arabico, nel 1969 Claus è già con Marco Dal Bosco e Ignazio Piussi sul Churen Himal, settemila nepalese. Ma intanto la corda lo lega anche al conterraneo Cesare Maestri. Con lui nel 1970 salirà la via del Compressore sul favoloso Cerro Torre; anch’esso ormai, non diversamente dalle balises della spedizione Berliet, perduto in una vita lontana che però non smette di animare Carlo Claus. Anche ora che è seduto di fronte a noi, nel tinello della sua casa di Cles.

(Di Simone Gianesini)


Nel febbraio del 2022, a Cles (TN), presentato dal comune amico Antonio Tony Zanetti e insieme a Simone Gianesini, Mario Brighente e Damiano Presa, incontro Carlo Claus. La conversazione di Claus, subito appassionata e generosa, sempre ironica e bonaria, spazia dai ricordi delle roventi piste sahariane all’amicizia con Cesare Maestri, dal Brenta alle grandi avventure sul Cerro Torre. 

Carlo, raccontaci come hai iniziato la tua carriera alpinistica.

Avevo diciotto anni e un giorno – ero in bicicletta – ho trovato un amico corridore dilettante, di qualche anno più grande di me, che si allenava per la Trento-Bassano. Gli chiedo se posso aggiungermi e mi fa: «Va bene, domani vieni con me a Bolzano. Sono 50 più 50 chilometri, andata e ritorno». Il giorno dopo, salendo, l’amico mi diceva: «Carlo, per favore vai piano… Carlo, non bisogna sudare». Al ritorno sono passato dal mio amico Elio Andreatta – lui già scalava con Stenico e aveva fatto il Basso – e gli ho chiesto se potevo andare a scalare con lui. Mi fa: «Domando al Marino». E da lì ho fatto passi da gigante. Avevo la forza dei diciotto anni e lavoravo in campagna. La mia prima via con Andreatta è stata la normale alla Paganella, poi abbiamo fatto la Detassis, la Diretta…

Poi hai aperto la Nardelli-Claus alla parete Est della Roda, vero?

Non è mia quella via, l’ha aperta mio fratello Pompeo, che poi è morto con Ferruccio Nardelli nel 1959. In famiglia ero il maggiore dei miei fratelli. Poi ci siamo spostati sull’Altissimo: la Dibona, la Stegher; la Armani ancora non c’era. Il giorno in cui Bonatti faceva la prima della Oppio, io e Andreatta eravamo sulla Stegher e siamo usciti insieme.  Poi con Marino abbiamo salito il Salame alla Ovest.

Altre vie nuove in Brenta che portano la tua firma…

La via che ha fatto Marino sul Basso con Navasa, la doveva fare con me. Un giorno ha telefonato a casa e mia moglie gli ha detto che ero a letto ammalato, allora è andato con Navasa. Quando sono stato ad aprire la Via Naso dei Massodi con Maestri, sistemata di recente da Pinamonti, ho trovato Marino e mi fa: «Come mai non sei venuto sul Basso?» Io non ho voluto questionare con mia moglie, ma da allora non sono più andato con Marino. Nel ’62 ero a Andalo da Cesare Maestri: «Dai, Carlo, – mi fa – che facciamo una via nuova». Ma io non volevo andare perché lui era sempre troppo in vista; mi chiamava ma non mi piaceva essere sotto i riflettori. Mi aveva chiamato anche per il suo exploit sulle cascate del Nardis, ma a me non piaceva e allora è andato con Alimonta. Mi aveva cercato anche per la via del Diedro al Limarò, ma io ero impegnato con il lavoro; con lui poi è andato Settimo Bonvecchio, per il primo tentativo. Mi aveva chiamato anche per la Roda di Vael.

E riguardo alle vie di artificiale?

Non è che allora ci fosse una differenza, molte vie di Cesare avevano dei tratti di artificiale. Così abbiamo fatto la via dedicata a Donato Zeni alla Corna Rossa (Brenta) nel 1965; quella alla Cima della Farfalla, di fronte alla Nord del Crozzon, nel ’67, e molte altre.

Ci racconti della tua via sulla Torre Armena con Dal Bianco?

Eravamo in parete per salire una nuova via, avevamo previsto due giorni con un bivacco in parete. Infatti, giunta la sera del primo giorno ci siamo disposti per il bivacco in un punto dove c’era anche una discreta disponibilità di appoggio e abbiamo fissato i chiodi ai quali imbragare i sacchi per dormire. Purtroppo all’epoca le previsioni del tempo non erano molto affidabili e nessuno di noi poteva immaginare che quella notte si sarebbe scatenato un forte temporale. Si era fatto buio e si faticava a vedere sia il fondovalle che la parete che ci sovrastava. C’era un silenzio profondo, rotto solamente dalle nostre voci: parlavamo delle difficoltà che avevamo incontrato salendo… Poi, all’improvviso, un brontolio lontano nel cielo nero e privo di stelle, la luna non si vedeva. Il brontolio si faceva più vicino, veniva da dietro la parete e cominciammo a vedere di bagliori. Poi ci fu un tremendo temporale, come solo in montagna avviene: tuoni che al fondovalle arrivavano certamente affievoliti, ma che lassù sembravano delle esplosioni, e un attimo dopo ecco la saetta. E non furono un solo tuono e una sola saetta, ma il concerto durò a lungo, non so dirti quanto, perché eravamo talmente spaventati che abbiamo pensato di rannicchiarci, cercando la protezione di invisibili sporgenze. La prima preoccupazione di ogni scalatore sono proprio i fulmini. L’unica cosa che si può fare è calare a una certa distanza tutto ciò che di metallico si ha con sé, e così abbiamo fatto. Tuttavia non fu sufficiente perché un fulmine pensò bene di scaricarsi proprio lungo lo spigolo che stavamo salendo. Dal Bianco la mattina successiva scoprì di avere un’ustione sulla schiena, mentre io mi ritrovai con il sacco perforato. La saetta era passata sotto di noi, fortunatamente senza più gravi conseguenze.

Parliamo delle spedizioni sahariane. Come hai conosciuto Cino Boccazzi?

Prima di conoscerlo bene di persona, andando in spedizione con lui, Cino Boccazzi lo conoscevo di nome. Nel ’67 in Aïr (Niger), Cino, Marco Dal Bianco ed io eravamo gli unici veneto-trentini e ci trovavamo in sintonia anche per il nostro temperamento. Cino era del ’16, io del ’26 e Marco Dal Bianco del ’36. Andavamo d’accordo anche durante le scalate, Boccazzi aveva un bellissimo carattere.

Nella spedizione non andata a buon fine del ’68 invece eravamo in sei: io, Crepaz, Aletto, Consiglio, Boccazzi e Buscaini. Crepaz era un bravo alpinista; insieme abbiamo collezionato molte prime.

Com’è stata organizzata la prima spedizione?

La spedizione è stata organizzata dal Club Alpino Accademico nel 1967. A tirare erano i romani. Con Franco Alletto e Consiglio, capo spedizione, c’era anche una dottoressa. Dal Bianco non voleva donne nel gruppo, ma poi Boccazzi lo ha convinto. Nella successiva del ’68 in Ciad, purtroppo fallita per problemi con i ribelli locali, c’era invece un po’ più di varietà, tra uomini e donne: ha partecipato anche Chiaretta Ramorino, romana anche lei, grande sportiva e per lungo tempo unica figura femminile nel corpo istruttori della scuola SUCAI. In questa seconda spedizione purtroppo non c’era Marco Dal Bianco, che era morto in un incidente in moto.

Durante queste spedizioni non si pensava solo scalare, ma vista la presenza del Boccazzi, grande appassionato di archeologia, ci si concentrava anche su ritrovamenti di reperti antichi. Per caso, durante una pausa, mi ero allontanato dalla comitiva per far pipì e ho trovato un’antica fucina. L’ho subito mostrata a Cino: per me erano sassi qualsiasi. Ci sono anche le foto di questo ritrovamento. Le scoperte delle incisioni rupestri risalgono invece al ’68. Ne avevamo trovate anche nel ’67 nell’Hoggar, in Algeria, passando da Tamanrasset: sapevamo già dove andare perché i coniugi romani Castelli vi erano stati l’anno prima.

Nel ’68 invece come andarono le cose? 

Mentre eravamo diretti verso Bilma, in Niger, abbiamo trovato un posto di blocco di predoni-ribelli, che fermavano tutti nei pressi di una stretta valle. Avevano tirato i reticolati ed erano armati di fucili e lance. Naturalmente hanno fermato anche le nostre Range Rover. Parlavano francese. Siamo così venuti a sapere che il loro capo era gravemente malato, con la febbre alta. Hanno chiesto a Consiglio e ad Alletto se ci fosse un medico nella spedizione, allora con Boccazzi siamo andati nel loro covo con delle pillole che evidentemente, non so come, gli hanno fatto bene. Dopo quattro giorni, eravamo già di ritorno, perché purtroppo a Bilma la Legione Straniera ci ha intimato di tornare sui nostri passi: c’erano degli scontri, era zona di guerra. Rifacendo la strada, i ribelli erano ancora lì, al loro posto di blocco, ma stavolta c’era pure il loro capo in splendida forma, stava  bene ed erano tutti contenti. Così ci hanno fatto passare anche questa seconda volta, nonostante avessimo a bordo due fucili, che neanche la Legione Straniera ci aveva scoperto. Le armi erano vietate.

Qual era l’obbiettivo di questa seconda esplorazione? 

Il percorso era pressappoco lo stesso della prima spedizione: da Tunisi a Tamanrasset, fino ad Agades e poi fino a Bilma, attraverso il Teneré. Purtroppo però non abbiamo scalato niente, l’obiettivo era il Tibesti (fra Ciad e Libia), una catena montuosa di origine vulcanica al centro del Sahara: la roccia in Aïr era invece calcarea, ma c’era anche il porfido, comunque si è sempre trovata roccia solida, ben lavorata dall’aria del deserto. Come per la prima spedizione eravamo sempre in contatto con i coniugi Castelli, amici dell’Alletto. In seguito gli altri sono tornati nel Tibesti a fare delle vie, ma io non c’ero.

Hai visto quindi il famoso albero del Teneré?

Sì, ho avuto la fortuna di vederlo ancora in piedi: visto che eravamo lì vicino, siamo andati a vedere l’acacia poco prima che venisse abbattuta da un camionista libico addormentato. 

Nel deserto vuoto bisogna tenere sempre la destra quando si marcia o si guida, perché si tende naturalmente ad andare verso sinistra. 

Qualche aneddoto su Cino? 

Lui, oltre ai rifornimenti essenziali di acqua e vino, aveva sempre anche diverse bottiglie di whiskey. Servivano dopo il tramonto per movimentare le serate in compagnia, ma anche per sopportare meglio il caldo del deserto.

Successivamente hai scalato ancora con Boccazzi?

Io personalmente, dopo la spedizione in Africa no, ma Marco Dal Bianco sì. Insieme hanno aperto una nuova via sulle Alpi Apuane nel ’67.

Quando l’hai sentito per l’ultima volta?

Ci siamo sentiti per telefono, avevamo la passione comune per la bicicletta, lui andava sempre al lavoro in bici. Quando ci trovavamo alle riunioni degli accademici stavamo sempre insieme.

Ci parli della maledizione del ’67? Nel libro di Boccazzi Il nomade delle Rocce, si racconta che gli indigeni vi avevano avvisati di non salire una cima, dove risiedevano gli spiriti…

Boccazzi e Consiglio trovarono una cima ancora inviolata, l’Uar, allora abbiamo smontato subito il campo e l’abbiamo spostato alla base di questa cima. Abbiamo attaccato in contemporanea: una cordata da Ovest e una da Nord. Sulla Nord abbiamo aperto una via di VI grado: allora era la più difficile di tutta l’Africa. Abbiamo dovuto bivaccare in cima a causa di un temporale che veniva dopo mesi di siccità. Era una cima granitica.

Franco Alletto ci è venuto dietro per filmarci con un Super8, ma poi non ho più visto le pellicole, anche perché poi sono morti quasi tutti. Dal Bianco per un incidente in moto, Crepaz disperso in Himalaya, non si sa come di preciso, era un tranquillone (gli scalatori non sono mai nervosi). Consiglio invece è morto sull’Everest diversi anni dopo. 

Avete raccolto un sacco di materiale, foto e video, in queste spedizioni. Dove si trova adesso, se qualcuno volesse documentarsi su quei giorni?

Non saprei, forse i documenti sono conservati dal CAI di Roma visto che il capo spedizione era Consiglio. 

Venendo al tuo sodalizio con Cesare Maestri, a quale spedizione hai partecipato sul Torre?

Ho partecipato a quella del Compressore nel ’70, avevo 44 anni ed ero appena tornato da 105 giorni in Himalaya, respinto dal meteo e dalle difficoltà a 200 metri dalla vetta. Era ottobre quando mi chiamò Cesare: «No, Cesare, – gli dico – non vengo, devo lavorare». Al tempo lavoravo nell’idraulica e avevo anche una quindicina di operai. «E poi come facciamo con i soldi?»  Cesare allora mi disse di aver avuto quaranta milioni dagli sponsor. Gli dico: «Ma sei matto, Cesare, con quei soldi costruiamo un condominio!» Insomma mi convinse a tribolare una prima volta per sessanta giorni (maggio e giugno), e poi anche una seconda volta nello stesso anno (novembre e dicembre), visto che in primavera eravamo quasi arrivati in cima. La spedizione era composta da sei persone. Io e Cesare arrampicavamo e gli altri recuperavano il compressore Atlas con le taie (un paranco meccanico), perché per i primi 7-800 metri non l’abbiamo usato. La seconda volta invece abbiamo cambiato il motore, invece della corda a strappo, che era difficile ogni volta da azionare, abbiamo installato un motore con la corda avvolgibile, più moderno. Al giorno d’oggi invece il motore si tiene nello zaino.

Siamo arrivati fin dove finiva la roccia perché la montagna finisce lì. Se guardi tante foto del Torre vedi che il fungo c’è e non c’è, in base alle condizioni. Abbiamo fatto comunque una trentina di metri di misto, proteggendoci con dei fittoni, per arrivare al termine delle rocce vere e proprie.

Che cosa pensi della salita in cui è morto Egger nel ’59? Secondo te, Maestri è arrivato in cima? 

Egger era un grande ghiacciatore, come fai a non crederci? Per me la salita l’ha fatta. Io conoscevo intimamente Cesare e credo nella parola di un alpinista. Aveva una forza maledetta, pensa solo che ha ripetuto la Buhl alla Vael e poi è sceso dalla sua via da solo.

E riguardo la schiodatura del Torre che cosa ci dici? 

Quando hanno schiodato la via c’è stata una riunione al Vajolet, c’erano anche Piussi e Detassis, e tutti dicevano la loro. Era un periodo che schiodavano tutto: Lavaredo, Tofane, Salame… C’erano delle vere e proprie squadre che salivano le vie e poi si calavano schiodando. Durante quella serata al Vajolet, ad un certo punto, nel silenzio, Detassis prende la parola e se ne esce con una frase che spiazza tutti: «Per mi i è tut ladri!»  Difatti aveva ragione: il chiodo non è mica tuo, è di chi l’ha piantato! 

E poi ancora altre esperienze himalayane…

Dopo le avventure del ’68, abbiamo fatto una spedizione nel ’69 con il CAAI sul Churen Himal. C’erano anche Ignazio Piussi, Roberto Rampini e Claudio Dal Bosco. Nel 1984 ero con la spedizione «Città di Trento» sul Makalu, il capo spedizione era Almo Giambisi e c’erano tanti alpinisti trentini e non: c’erano Michele Dalla Palma, Sergio Martini, Fausto De Stefani, Tony Valeruz, Ermanno Salvaterra, Fabio Stedile, Italo Nardi, Francesco Mich, Maurizio Giarolli. Poi ancora nell’86 con Giambisi siamo stati sul Nanga Parbat, insieme a Martini, De Stefani e Marco Gonnella. Posso dire che nella mia vita ho avuto la fortuna di partecipare a mote altre spedizioni, conoscendo molte persone ed amici.

In montagna con amicizia quindi.. Grazie mille, Carlo.

(Di Manuel Leorato)





Chiodi della via del Compressore




martedì 27 gennaio 2026

Angelo Pojesi, un eroe silenzioso dell'alpinismo veronese

Frugando tra i volumi della piccola libreria del Rifugio Scarpa-Gurekian ai piedi dell'Agner, tra i libri collezionati negli anni dall'amico e gestore Alessandro, mi sono imbattuto in uno che non è proprio una vera biografia ma più una raccolta di aneddoti legati ad un alpinista veronese che fino a questo momento avevo sempre e solo associato ad una ferrata sul monte Carega o a qualche via storica della falesia di Alcenago come "La Longa". E' così che assieme ad altro materiale raccolto negli anni su altre figure storiche più o meno conosciute in provincia e oltre ho deciso di raccontarne e approfondirne la conoscenza in una serie di tre puntate. Questa è la prima.



Dalle pagine di questo libretto che si intitola "Ricordando Angelo Pojesi", curato dal Gruppo Alpino Cesare Battisti di Verona emergono voci, memorie, frammenti di vita vissuta, racconti di familiari, amici, compagni di cordata e non una biografia alpinistica come siamo solitamente abituati a leggere. Proprio per questo, però, questi brevi testi restituiscono un ritratto forse più autentico di qualunque altro documento ufficiale. Alla fine di questa lettura emerge chiara la figura di un uomo la cui vita si è appoggiata su tre pilastri inseparabili: la famiglia, il lavoro, la montagna. Ma veniamo al dunque e capiamo qualcosa di più su di lui.

Angelo Pojesi entra nel Gruppo Cesare Battisti nel 1923, quando il sodalizio è poco più di un circolo di amici: otto soci appena, impegnati non solo nell’alpinismo ma anche in attività culturali e filodrammatiche. Eppure, fin da subito, emerge con chiarezza che per lui la montagna non è una passione tra le altre... In un’epoca in cui l’alpinismo non è ancora pratica diffusa, al contrario di oggi, il Club Alpino Italiano rimavena un ambiente relativamente elitario, e proprio il quel periodo storico gruppi neonati come il Battisti rappresentano un’alternativa più popolare e inclusiva. Pojesi diventa presto l’anima di questa realtà, il motore capace di trasformarla in un punto di riferimento aperto a tutti, senza distinzioni di ceto o di esperienza.


Per quasi trent’anni, fino al 1959, Pojesi guida il gruppo con una dedizione che va ben oltre il ruolo formale. È lui a promuovere l’aggregazione al CAI nel secondo dopoguerra ed è sempre lui a sostenere, con energia instancabile, la costruzione e la manutenzione di rifugi che oggi sono parte integrante della storia alpinistica veronese: il Rifugio Barana al Telegrafo sul Monte Baldo, il Rifugio Gino Biasi sulle Alpi Breonie e soprattutto il Rifugio Fraccaroli, dedicato all’amico scomparso. In queste opere si coglie una visione chiara: la montagna non come terreno di conquista individuale, ma come spazio da rendere accessibile e condivisibile. Costruire un rifugio significa permettere anche a chi ha meno mezzi o meno esperienza di avvicinarsi al mondo della quota, se pure quella modesta delle massime alture veronesi.

Eppure, dalle testimonianze raccolte, nessuno parla di Pojesi come di un “manager” o di un dirigente. A emergere un uomo essenziale, di poche parole, schivo. Un “uomo giusto”, come lo definisce don Rino Breoni. Questa essenzialità si riflette anche nei ricordi familiari. Le figlie raccontano di un padre che tornava a casa la domenica sera stanco, spesso provato dalla fatica o dal maltempo, ma che non veniva mai meno al senso del dovere: il lunedì si andava a scuola o al lavoro, senza eccezioni. E raccontano anche di un gesto semplice e costante: al ritorno da ogni gita, Angelo portava sempre un mazzo di fiori di campo a sua moglie Emilia. Un gesto silenzioso, concreto, che vale più di molte parole.

La stessa coerenza attraversa il suo rapporto con il lavoro e con l’amicizia. Proprietario di una piccola industria di colori e smalti, Pojesi dedica moltissimo tempo alla montagna, ma trova nella famiglia un sostegno pieno e consapevole. E per lui l’amicizia è un valore assoluto, quasi un culto. Chi lo ha conosciuto si pone una domanda disarmante: come può un uomo che ha guidato un gruppo per trent’anni non essersi fatto nemici? La risposta è semplice quanto eloquente: non ne ha avuti. La sua leadership nasceva dalla fiducia e non dall’imposizione.

Questa fedeltà agli amici emerge con forza anche fuori dall’ambiente alpinistico. Durante l’ultima guerra, mentre era sfollato a Stallavena, Pojesi rischia la vita per portare aiuto e viveri ad amici partigiani nascosti sulle pendici della Lessinia. Non è una scelta ideologica, c’erano degli amici in difficoltà, e andavano aiutati. Punto.

In montagna, questo stesso codice etico si traduce in un modo di andare che rifiuta l’impresa solitaria e la gloria personale. Pojesi predilige la compagnia, spesso quella dei più giovani, non per insegnare dall’alto ma per condividere entusiasmo e gioia. La vetta, per lui, ha senso solo se vissuta insieme. È un’idea profondamente comunitaria dell’alpinismo, quasi rivoluzionaria per un’epoca ancora segnata da una retorica di conquista individuale.


I racconti di soccorso alpino raccolti nel libretto sono forse la testimonianza più potente di questa autorevolezza silenziosa. Nel gennaio del 1935, quando un gruppo di alpinisti è disperso su Cima Posta, nel Carega, Pojesi organizza immediatamente una squadra di ricerca e parte in prima persona, di notte, in condizioni proibitive. Nel suo resoconto, asciutto e privo di enfasi, si avverte tutta la tensione di ore di ricerca nella neve alta e al buio. Quando finalmente i dispersi vengono ritrovati vivi, uno di loro gli si avvicina e gli dice, in dialetto: «Vien qua che te daga un baso; lo savevimo che te saresi vegnudo!». Non speravamo. Sapevamo. È la misura della fiducia che quest’uomo ispirava.

Quindici anni dopo, sullo spigolo nord del Cimon della Pala, la storia si ripete. Due compagni di gita sono bloccati in parete da una bufera violentissima. Quando riescono a scendere, scoprono che Pojesi non si era limitato a coordinare i soccorsi: era salito fino in cima per attenderli, pronto a intervenire. Il giorno dopo, nel suo negozio, si scusano per avergli fatto perdere due giorni di lavoro. La sua risposta è disarmante nella sua semplicità: «...se ai me clienti ghe ocor calcosa i vegnarà a torselo domano qualche altro giorno». Ancora una volta, la gerarchia dei valori è chiarissima.


L’eredità di Angelo Pojesi è concreta: ha contribuito a rendere lo sci accessibile a molti giovani, in un’epoca in cui era considerato uno sport per pochi, ed è stato protagonista nella promozione di gare e iniziative che hanno segnato la storia sportiva locale come il Trofeo Val d'Illasi. Ma l’eredità più profonda è forse quella umana. Le sue figlie raccontano di aver scoperto nuovi aspetti del padre proprio leggendo i ricordi degli amici, come se questo coro di voci avesse restituito loro un’immagine ancora più completa e luminosa.

Un’immagine che si chiude con parole semplici e potenti: Angelo ha raggiunto la più alta delle vette e ora guarda, sereno. Don Rino Breoni affida a una citazione antica la sintesi finale: "quando parole e vita coincidono, diventano sapienza". Angelo Pojesi è stato questo: un uomo sapiente, capace di costruire una comunità, un patrimonio di rifugi e di valori senza senza narrazioni autocelebrative. Solo con la presenza costante e l’azione coerente.

In un tempo in cui tutto tende a essere raccontato e mostrato, la sua storia suggerisce una domanda essenziale: che valore ha un’eredità costruita in silenzio? Forse è proprio l’unica capace di resistere davvero al tempo.


[Il pdf del libretto su Angelo Pojesi è consultabile qui]

Cascata della Fricca (150 m, 3+)

Dislivello: 150 m
Difficoltà: WI3+ 
Esposizione: NE
Quota: 1150 m
Pendenza: 85°/90°
Discesa: in doppia

Colata facile e divertente, di approccio immediato: si trova a poche centinaia di metri dalla strada e, proprio per questo, è spesso molto frequentata (anche con il maltempo, come è successo a noi). Per stile e difficoltà è paragonabile alle cascate della Valle dei Mòcheni. Valutare quante cordate si ha sopra la testa per le corde doppie obbligate sulla linea di salita. 

Accesso: proveniendo da Carbonare si parcheggia ai lati dell'ingresso della galleria del valico della Fricca (SS249). Percorrere la vecchia strada sulla destra per circa 200 m, oltrepassando un area con dei monotiri, fino ad un piccolo ponte. Scendere nel greto del torrente e risalirlo  per 100 m fino all'attacco.

Descrizione:
L1: Breve muretto, poi sezione abbattuta e altro breve muretto. Sosta a spit. 2-3. 45 m.
L2: Altro muretto più verticale un po' più continuo. 3+. Sosta a spit. 25 m.
L3 Trasferimento a piedi corde in mano per 50 m.
L4 Ampio muro con più possibilità di salita. Sosta a spit e cavi di acciaio. 3-3+. 30 m.

Discesa: tutte le soste sono attrezzate a spit per la calata.

L1


L2

L4


lunedì 12 gennaio 2026

Val di Fumo, Seconda Cascata del Sentiero (110 m, WI3+)

Zona: Val di Fumo
Sviluppo: 110 m
Avvicinamento: 4 h
Esposizione: W
Difficoltà: WI3+
Salita: 19-1-2025


Gennaio 2025. Rientriamo da Malga Breguzzo lungo la strada che riporta a Malga Boazzo, immersi in una nevicata fitta, di quelle che ovattano tutto e restringono lo sguardo. A un certo punto, alto nel bosco, compare una macchia bianca. Troppo verticale per essere neve accumulata: deve essere una candela. 
Il cambio di programma è immediato. Cambiamo l'assetto da esploratori artici: stacchiamo la pulka (la slitta da traino), abbandoniamo gli sci per infilare i ramponi. Si risale decisi una colata appoggiata su una placca di granito quasi insignificante, che si scarica in uno scolo diretto verso il lago di Malga Bissina. Dopo una decina di metri troviamo una sosta a spit: estiva o invernale? Domanda lasciata lì, sospesa. 
La colonna si definisce sempre meglio man mano che saliamo, e continuiamo. Attraversiamo il torrente scavando una trincea nella neve, sotto il ghiaccio gorgoglia l'acqua viva, poi entriamo in una goulotte dove il ghiaccio va e viene, lasciando spazio a tratti a roccia marcia e poco rassicurante, qualche friend torna utile. Saranno 60–70 metri complessivi. Sostiamo alla base della colonna.
L’ultimo risalto misura una ventina di metri. Facciamo tutto in fretta, con quella sensazione tipica delle cose trovate per caso e da consumare senza troppe domande. Poi giù, in doppia, abbracciando i larici fino a tornare alla base per percorrere gli ultimi 9 km di strada prima che la neve bagnata si accumuli troppo, costringendoci a spingere con le pulke in discesa.
Non sappiamo se questa cascata sia già stata salita. Se così fosse, gli apritori possono palesarsi sotto questo blog. Nel frattempo, per semplice dovere di catalogazione e conoscenza della valle, la recensiamo come “Seconda Cascata del Sentiero”: un toponimo provvisorio, senza pretese. Non ce ne vogliano.

Avvicinamento: dalla sbarra di malga Boazzo si risale la strada per 9 km, si oltrepassa la diga di Malga Bissina e a circa metà lago (oltrepassata la prima evidente cascata del sentiero che di rado si forma completamente) si nota un flusso scendere da una placca sulla sinistra. Punto gps: 46.0614417N, 10.5198136E.


Descrizione:

L1. Risaltino divertente fino ad una sosta a spit che si oltrepassa per sostare su larice. 30 m.
L2. Facile goulotte mista ghiaccio-roccia. 60-70 m. Friends.
L3. Risalto finale. 20 m.

Discesa: si ritorna alla base calandosi dai larici sulla sinistra idrografica del flusso.

L3

L1

L2

Rientro alla macchina.



mercoledì 7 gennaio 2026

Le cascate di ghiaccio del Circolo del Gelo (Val Daone)

Il Circolo del Gelo è uno dei luoghi che, per quanto remoti e poco frequentati, sono entrati fin da subito nella bibliografia del cascatismo in Val Daone. Nella prima guida dedicata, Righetti lo colloca già con precisione nel contesto geografico e nella logica dell’avvicinamento, lasciando anche traccia di quel simpatico tono “da montagna” alla Popi Miotti, tipico delle pubblicazioni di quegli anni:

"Il circolo del Gelo è posto a monte della Val di Leno, in direzione Sud-Ovest, proprio sotto la Cima di Blumone. Per raggiungerlo percorrere tutta la Val di Leno e proseguire per il sentiero fino alla splendida piana che si apre di fronte al circolo (in inverno, con la neve, seguire il fondovalle, anche se spesso non è molto evidente, ma in fondo non siete alpinisti? Se vi dicessimo sempre tutto non sarebbe così divertente....e poi in fondo noi ci siamo sempre persi....). Sulla sinistra salendo, una volta arrivati al limitare della piana, si trova Malga Gelo (1867 m.); l’organizzazione offre: camera con doccia calda, vista stupenda sulle montagne circostanti, piatti locali, tra i quali eccellono gli scampi alla papaya e il filetto al pepe verde (per le aragoste bisogna prenotare); e poi campi da tennis, piscina, sauna e, con supplemento di prezzo....Siamo i soliti burloni, ma Malga Gelo non la cambieremmo con il miglior albergo; la pace, il silenzio, il profumo della legna che brucia nel camino sono solo alcuni dei momenti che si vivono qui. 

Circolo del Gelo = tempo per respirare. 

NB: il Circolo ha esposizione Nord ed una quota di circa 1900/2000 m., per cui le cascate si formano già a metà Novembre e rimangono generalmente fino ad Aprile."

A questa prima storicissima descrizione (tenete in considerazione il climate change) si affianca anni dopo, una conferma più breve ma esplicita, che mette a fuoco il valore del Circolo del Gelo come meta di riferimento. Francesco Cappellari, nello storico e più mainstream "Ghiaccio verticale", lo riassume senza giri di parole:

"Non può mancare al ghiacciatore una visita al Circolo del Gelo [....] Vale la pena, almeno una volta nella vita, raggiungerlo per l’ambiente solitario e incantevole in cui è inserito."

Insieme, queste due citazioni aiutano a capire perché il Circolo del Gelo sia rimasto, negli anni, un punto fermo nonostante l'ingaggio dell’avvicinamento spesso nella neve alta (circa 900 m D+): non solo per la qualità delle condizioni e per la sua stagionalità, ma per l’identità netta che si è costruito fin dalle prime pagine dedicate al ghiaccio in valle. E, alla luce dell’evoluzione del cascatismo “di massa”, viene quasi spontaneo aggiornare la formula di Righetti: più che "tempo per respirare", qui ora è davvero “tempo per scalare”. Un tempo e un luogo che restano lontani dalle dinamiche delle linee comode a bordo strada, quelle su cui spesso si concentrano tutte le "cordate-social", e di conseguenza, anche da parte dei rischi oggettivi che questa concentrazione inevitabilmente porta con sé.


ACCESSO

Dal parcheggio della centrale di Malga Boazzo in Val Daone si prosegue per la forestale verso sud, si oltrepassa la Regina del Lago (Cascata del Leno) e si prende il sentiero 246 che porta ripidamente a Malga Leno. Dopo la malga si prosegue nel fondovalle che, come ripete spesso Placido Corradi, ricorda un piccolo Canada, tenendosi alla verso sinistra e superando il torrente con una passerella di tronchi. Un successivo pianoro anticipa l'ultimo tratto boscoso ripido che anticipa a sinistra la bella (ma trasandata) malga Gelo (1.5 h con buona traccia altrimenti aumentare di un'ora). Sommare un'ulteriore ora, se si deve tracciare nella neve per raggiungere le cascate, prestando attenzione ai grossi ed insidiosi massi. Utili gli sci o le ciaspole in questo tratto.

LE RELAZIONI


1. Alura?! (150 m, 2+)

S. Conti, Luigi Trippa, Giorgio Carlotti, G. Iotti (19.11.1995)

Facile cascata-goulotte a sinistra del Sogno del Playboy. Discesa in corda doppia da albero e poi su abalakov. A sinistra di Alura si trova un altro flusso dalle caratteristiche simili.

2. Il Sogno del Playboy (70 m, 3)

Stefano Righetti, Andrea Beati, Giuseppe Foscili (21.11.1993)

Da malga Gelo puntare all’estrema sinistra della bastionata che delimita il circolo; si notano quattro bei flussi su placche appoggiate; questa è quella centrale, con due evidenti restringimenti nella parte mediana. Dall’uscita spostarsi a destra per una decina di metri fino ad un ancoraggio per calata; con due corde doppie si torna alla base.

3. Il Ritorno di Cavallo Selvaggio (70 m, 3+)

A destra della precedente, incassata in una stretta forra, dopo un piccolo sperone. Per scendere Salire verso sinistra fino ad un evidente spuntone, obliquare salendo ancora una trentina di metri e attraversare decisamente sempre verso sinistra fino a raggiungere l’ancoraggio di calata dell’itinerario precedente.

4. Carne Salada (80 m, 4)

A destra della precedente, quasi al centro della bastionata, presenta un tratto iniziale innevato e facile. Discesa in corda doppia lungo la via.

5. Lucente Aurora (80 m, 4)

Al centro della bastionata; è riconoscibile per un primo tiro molto ampio, mentre il successivo si insinua in una stretta goulotte, il diedro della parte alta non è sempre collegato con l'ampia parte basale. Discesa in corda doppia, da attrezzare, lungo la via.

6. Cascata di Gall (140 m, 3)

Al centro della bastionata ed è riconoscibile per essere quella di sinistra di due colate con la parte iniziale in comune per un lungo tratto. Discesa in corda doppia sulla destra.

7. La Plecia Secia (100 m, 4+)

Come la precedente; questa è la diramazione di destra. Discesa in corda doppia, da attrezzare, lungo la via.

8. Prosit (85 m, 3)

Si trova nel penultimo canalone sulla destra del circolo e sale per la stretta goulotte a sinistra. Discesa in corda doppia, da attrezzare, lungo la via.

9. Totem (75 m, 3+)

Come la precedente è la ramificazione di destra. Discesa in corda doppia, da attrezzare, lungo la via.

10. Cascate di destra

Si tratta di 3 flussi ghiacciati formati da vari risalti posti sulla destra del grande canalone. Si raggiungono tagliando sul pendio di destra fra la vegetazione evitando così la zona basale con i massi. Discesa in doppia su abalakov.

Prosit e Totem

Prosit

Alura?!

Il Sogno del Playboy a sx, a dx Il Ritorno di Cavallo Selvaggio

Il sogno del Playboy, ramo sx