martedì 27 gennaio 2026

Angelo Pojesi, un eroe silenzioso dell'alpinismo veronese

Frugando tra i volumi della libreria del Rifugio Scarpa, tra i libri collezionati dall'amico e gestore Alessandro, mi sono imbattuto un uno che non è proprio una biografia ma una raccolta di aneddoti legati ad un alpinista veronese che fino a questo momento avevo sempre e solo associato ad una ferrata sul monte Carega o a qualche via storica della falesia di Alcenago come "La Longa". E' così che assieme ad altro materiale raccolto negli anni su altre figure storiche più o meno conosciute ho deciso di raccontarne e approfondirne la conoscenza in una serie di tre puntate. Questa è la prima.



Dalle pagine di questo libretto che si intitola "Ricordando Angelo Pojesi", curato dal Gruppo Alpino Cesare Battisti di Verona emergono voci, memorie, frammenti di vita vissuta, racconti di familiari, amici, compagni di cordata e non una biografia alpinistica come siamo solitamente abituati a leggere. Proprio per questo, però, questi brevi testi restituiscono un ritratto forse più autentico di qualunque altro documento ufficiale. Alla fine di questa lettura emerge chiara la figura di un uomo la cui vita si è appoggiata su tre pilastri inseparabili: la famiglia, il lavoro, la montagna. Ma veniamo al dunque e capiamo qualcosa di più su di lui.

Angelo Pojesi entra nel Gruppo Cesare Battisti nel 1923, quando il sodalizio è poco più di un circolo di amici: otto soci appena, impegnati non solo nell’alpinismo ma anche in attività culturali e filodrammatiche. Eppure, fin da subito, emerge con chiarezza che per lui la montagna non è una passione tra le altre... In un’epoca in cui l’alpinismo non è ancora pratica diffusa, al contrario di oggi, il Club Alpino Italiano rimavena un ambiente relativamente elitario, e proprio il quel periodo storico gruppi neonati come il Battisti rappresentano un’alternativa più popolare e inclusiva. Pojesi diventa presto l’anima di questa realtà, il motore capace di trasformarla in un punto di riferimento aperto a tutti, senza distinzioni di ceto o di esperienza.


Per quasi trent’anni, fino al 1959, Pojesi guida il gruppo con una dedizione che va ben oltre il ruolo formale. È lui a promuovere l’aggregazione al CAI nel secondo dopoguerra ed è sempre lui a sostenere, con energia instancabile, la costruzione e la manutenzione di rifugi che oggi sono parte integrante della storia alpinistica veronese: il Rifugio Barana al Telegrafo sul Monte Baldo, il Rifugio Gino Biasi sulle Alpi Breonie e soprattutto il Rifugio Fraccaroli, dedicato all’amico scomparso. In queste opere si coglie una visione chiara: la montagna non come terreno di conquista individuale, ma come spazio da rendere accessibile e condivisibile. Costruire un rifugio significa permettere anche a chi ha meno mezzi o meno esperienza di avvicinarsi al mondo della quota, se pure quella modesta delle massime alture veronesi.

Eppure, dalle testimonianze raccolte, nessuno parla di Pojesi come di un “manager” o di un dirigente. A emergere un uomo essenziale, di poche parole, schivo. Un “uomo giusto”, come lo definisce don Rino Breoni. Questa essenzialità si riflette anche nei ricordi familiari. Le figlie raccontano di un padre che tornava a casa la domenica sera stanco, spesso provato dalla fatica o dal maltempo, ma che non veniva mai meno al senso del dovere: il lunedì si andava a scuola o al lavoro, senza eccezioni. E raccontano anche di un gesto semplice e costante: al ritorno da ogni gita, Angelo portava sempre un mazzo di fiori di campo a sua moglie Emilia. Un gesto silenzioso, concreto, che vale più di molte parole.

La stessa coerenza attraversa il suo rapporto con il lavoro e con l’amicizia. Proprietario di una piccola industria di colori e smalti, Pojesi dedica moltissimo tempo alla montagna, ma trova nella famiglia un sostegno pieno e consapevole. E per lui l’amicizia è un valore assoluto, quasi un culto. Chi lo ha conosciuto si pone una domanda disarmante: come può un uomo che ha guidato un gruppo per trent’anni non essersi fatto nemici? La risposta è semplice quanto eloquente: non ne ha avuti. La sua leadership nasceva dalla fiducia e non dall’imposizione.

Questa fedeltà agli amici emerge con forza anche fuori dall’ambiente alpinistico. Durante l’ultima guerra, mentre era sfollato a Stallavena, Pojesi rischia la vita per portare aiuto e viveri ad amici partigiani nascosti sulle pendici della Lessinia. Non è una scelta ideologica, c’erano degli amici in difficoltà, e andavano aiutati. Punto.

In montagna, questo stesso codice etico si traduce in un modo di andare che rifiuta l’impresa solitaria e la gloria personale. Pojesi predilige la compagnia, spesso quella dei più giovani, non per insegnare dall’alto ma per condividere entusiasmo e gioia. La vetta, per lui, ha senso solo se vissuta insieme. È un’idea profondamente comunitaria dell’alpinismo, quasi rivoluzionaria per un’epoca ancora segnata da una retorica di conquista individuale.


I racconti di soccorso alpino raccolti nel libretto sono forse la testimonianza più potente di questa autorevolezza silenziosa. Nel gennaio del 1935, quando un gruppo di alpinisti è disperso su Cima Posta, nel Carega, Pojesi organizza immediatamente una squadra di ricerca e parte in prima persona, di notte, in condizioni proibitive. Nel suo resoconto, asciutto e privo di enfasi, si avverte tutta la tensione di ore di ricerca nella neve alta e al buio. Quando finalmente i dispersi vengono ritrovati vivi, uno di loro gli si avvicina e gli dice, in dialetto: «Vien qua che te daga un baso; lo savevimo che te saresi vegnudo!». Non speravamo. Sapevamo. È la misura della fiducia che quest’uomo ispirava.

Quindici anni dopo, sullo spigolo nord del Cimon della Pala, la storia si ripete. Due compagni di gita sono bloccati in parete da una bufera violentissima. Quando riescono a scendere, scoprono che Pojesi non si era limitato a coordinare i soccorsi: era salito fino in cima per attenderli, pronto a intervenire. Il giorno dopo, nel suo negozio, si scusano per avergli fatto perdere due giorni di lavoro. La sua risposta è disarmante nella sua semplicità: «...se ai me clienti ghe ocor calcosa i vegnarà a torselo domano qualche altro giorno». Ancora una volta, la gerarchia dei valori è chiarissima.


L’eredità di Angelo Pojesi è concreta: ha contribuito a rendere lo sci accessibile a molti giovani, in un’epoca in cui era considerato uno sport per pochi, ed è stato protagonista nella promozione di gare e iniziative che hanno segnato la storia sportiva locale come il Trofeo Val d'Illasi. Ma l’eredità più profonda è forse quella umana. Le sue figlie raccontano di aver scoperto nuovi aspetti del padre proprio leggendo i ricordi degli amici, come se questo coro di voci avesse restituito loro un’immagine ancora più completa e luminosa.

Un’immagine che si chiude con parole semplici e potenti: Angelo ha raggiunto la più alta delle vette e ora guarda, sereno. Don Rino Breoni affida a una citazione antica la sintesi finale: "quando parole e vita coincidono, diventano sapienza". Angelo Pojesi è stato questo: un uomo sapiente, capace di costruire una comunità, un patrimonio di rifugi e di valori senza senza narrazioni autocelebrative. Solo con la presenza costante e l’azione coerente.

In un tempo in cui tutto tende a essere raccontato e mostrato, la sua storia suggerisce una domanda essenziale: che valore ha un’eredità costruita in silenzio? Forse è proprio l’unica capace di resistere davvero al tempo.


[Il pdf del libretto su Angelo Pojesi è consultabile qui]

Nessun commento:

Posta un commento