sabato 31 gennaio 2026

Con Carlo Claus e i suoi amici, dal Sahara al Cerro Torre

Articolo-Intervista uscito su "Lo Zaino" N°19-2023. In quel periodo (2022) io e Simone eravamo molto presi dalla lettura dei racconti sahariani di Cino Boccazzi come Pagine di Pietra, Città perdute del Deserto, La via dell'incenso, Il Cimitero dei Dinosauri. Grazie all'amicizia comune con il Tony Zanetti abbiamo avuto la preziosa occasione di trascorrere un pomeriggio a conversare non solo con uno dei compagni viventi della spedizione accademica del 1967,  ma addirittura con uno dei sopravvissuti alla "maledizione dell'Uar" citata nei libri, il mitico Carlo Claus. Partendo da questi argomenti siamo andati a tutto tondo parlando della storia della sua vita alpinistica dal gruppo di Brenta, passando per l'Agner fino al Cerro Torre del suo amico fraterno Cesare, toccando con mano i chiodi della via del compressore "ritornati in Italia", premi vari e foto inedite.

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Nel novembre 1968 Cino Boccazzi – suprema incarnazione del curioso e del dilettante (nel senso più alto del termine), esploratore di deserti, archeologo, alpinista accademico, scrittore, di professione medico – manda all’amico Fantin una lettera in cui traccia brevemente l’itinerario seguito l’anno prima durante una spedizione del Club Alpino Accademico tra i massicci sahariani dell’Aïr e dell’Hoggar. «Ti ho preparato un pezzo per Africa Sahariana – gli scrive – con delle bellissime foto a colori, spedizione Aïr 1967. […] itinerario: Tripoli, Djanet, Iferuane, Aïr nord, Agades e di qui Bilma, Zoua, Tibesti, Tripoli.» Su un furgoncino Volkswagen targato Vicenza, erano presenti con Boccazzi gli amici Franco Alletto, Paolo Consiglio, Gino Buscaini, Bruno Crepaz, Marco Dal Bianco e il trentino Carlo Claus. «Le carte geografiche della zona erano imprecise e spesso abbiamo dovuto aprirci la via fra le colate di lava, qualche volta spostando a mano i macigni», ricorderà ancora Boccazzi nel suo libro Le donne blu. 

Durante l’esplorazione dell’Aïr, la prima vetta è scalata da Claus e Dal Bianco, che dedicano la cima a Donato Zeni, precipitato sul Sella l’anno prima. Non fu una cima a buon mercato, se non altro perché prima di scendere i due dovettero contenderla per un momento a due aquile che vi proteggevano il nido. 

Importante in quei giorni fu anche l’esplorazione del monte Taha’ o Taghat, dalla sagoma simile al Cimon della Pala – scrive Boccazzi –, la montagna parlante, regno di maledizioni e dei genun, i minacciosi spiriti del vento e della roccia, da cui i tuareg avevano avvisato gli alpinisti di guardarsi. Dal Bianco, Alletto e Claus attaccano direttamente la grande parete, Buscaini e Crepaz lo sperone, Boccazzi e Consiglio mirano invece alla cima passando per la punta Ovest. La notte li sorprende sulla vetta: come un fluido intorno a loro, nel cuore del Sahara la tenebra si coagula rapidamente e li costringe a parlare a bassa voce, prima che laggiù, lontano, torni, con l’alba, a svaporare il rosa del deserto.

Ma già nel 1968 Claus e Boccazzi, insieme a Chiaretta Ramonino e altri, sono di nuovo insieme nell’immensa solitudine del Teneré – un deserto nel deserto del Sahara –, sulla traccia delle balises di Berliet, esili riferimenti piantati su mucchi di pietre in mezzo a un labirinto di sabbia grande quanto un oceano, dalla spedizione Berliet durante la prima traversata del Teneré nel 1960. Lungo antichissime piste carovaniere, passando accanto a città morte, cercando di evitare le razzie dei Tébu che scorrazzano fino al Niger, le Land Rover di Boccazzi e Claus stavolta viaggiano in direzione del massiccio del Tibesti, con il solo ausilio della bussola, di una mappa approssimativa e di un binocolo. Ogni tanto si fermano per raccogliere stupende asce di selce verde e centinaia di punte di freccia e raschiatoi, testimonianze del tempo in cui il Sahara era una sterminata distesa di prati attraversati dai grandi fiumi che portavano le acque dei Tassili al lago Ciad. Ancora oggi Carlo Claus ricorda l’emozione di Boccazzi chinato su quei reperti in quantità da riempire un museo. Anche Pier Paolo Pasolini nel suo ultimo libro, rimasto incompiuto, Petrolio, aveva forse colto e rielaborato la suggestione dei racconti dell’amico Boccazzi: «Dei geologi trovarono il masso nella malinconica valletta di un deserto perduto in mezzo a un altro deserto, forse in altri tempi c’era passato un fiume; da lontano le pallide tinte paradisiache, il rosa venato di rosso arancione, l’ocra, l’indaco, come spennellati teneramente su un velo, facevano pensare appunto a una di quelle valli che racchiudono un piccolo palmizio, col verde dei piccoli orticelli d’orzo. Invece, arrivandoci, non ci si trovava nulla, neanche il silenzio, e il fondo delusorio d’una petraia dal triste colore bruno. […] I geologi caricarono come poterono sulla Land Rover quel prezioso reperto, e lo portarono nel mondo della civiltà per analizzarlo.»

Solo che per Claus, Boccazzi e gli altri esploratori il «mondo della civiltà» era a duemila chilometri oltre l’oceano di sabbia, e il progetto di scalare le vette del Tibesti stava svanendo. La spedizione infatti incappa dapprima nei ribelli a venti chilometri da Zouar, ma per fortuna, grazie a Boccazzi, la tensione si scioglie presto: il caporione degli insorti è malato e Boccazzi può con lui far valere la sua scienza medica. Per la verità può forse più l’aura magica che quegli armati gli riconoscono (un medico in mezzo al Tibesti!) che la cura effettivamente prestata; ma ciò basta e avanza a far guadagnare agli esploratori la loro riconoscenza. Li fanno quindi passare. Ma la penetrazione del Tibesti si interrompe di nuovo, e stavolta definitivamente, al successivo blocco della Legione Straniera, che non si dimostrerà altrettanto commossa per la presenza di un medico: le Land Rover sono quindi costrette a tornare a Misurata senza aver replicato i successi alpinistici dell’anno prima sull’Aïr. 

Nessuno è disposto però a lasciarsi scoraggiare. Meno che meno Carlo Claus, che si trova a suo agio sia con Boccazzi tra i deserti roventi – «le incudini del Sole», li chiamava con i beduini T.E. Lawrence, che sempre di più è il mito di Boccazzi –, sia tra le cime dell’Himalaya. Lasciate le esplorazioni del Sahara, infatti, e mentre Boccazzi sposta i suoi viaggi appunto nel deserto Arabico, nel 1969 Claus è già con Marco Dal Bosco e Ignazio Piussi sul Churen Himal, settemila nepalese. Ma intanto la corda lo lega anche al conterraneo Cesare Maestri. Con lui nel 1970 salirà la via del Compressore sul favoloso Cerro Torre; anch’esso ormai, non diversamente dalle balises della spedizione Berliet, perduto in una vita lontana che però non smette di animare Carlo Claus. Anche ora che è seduto di fronte a noi, nel tinello della sua casa di Cles.

(Di Simone Gianesini)


Nel febbraio del 2022, a Cles (TN), presentato dal comune amico Antonio Tony Zanetti e insieme a Simone Gianesini, Mario Brighente e Damiano Presa, incontro Carlo Claus. La conversazione di Claus, subito appassionata e generosa, sempre ironica e bonaria, spazia dai ricordi delle roventi piste sahariane all’amicizia con Cesare Maestri, dal Brenta alle grandi avventure sul Cerro Torre. 

Carlo, raccontaci come hai iniziato la tua carriera alpinistica.

Avevo diciotto anni e un giorno – ero in bicicletta – ho trovato un amico corridore dilettante, di qualche anno più grande di me, che si allenava per la Trento-Bassano. Gli chiedo se posso aggiungermi e mi fa: «Va bene, domani vieni con me a Bolzano. Sono 50 più 50 chilometri, andata e ritorno». Il giorno dopo, salendo, l’amico mi diceva: «Carlo, per favore vai piano… Carlo, non bisogna sudare». Al ritorno sono passato dal mio amico Elio Andreatta – lui già scalava con Stenico e aveva fatto il Basso – e gli ho chiesto se potevo andare a scalare con lui. Mi fa: «Domando al Marino». E da lì ho fatto passi da gigante. Avevo la forza dei diciotto anni e lavoravo in campagna. La mia prima via con Andreatta è stata la normale alla Paganella, poi abbiamo fatto la Detassis, la Diretta…

Poi hai aperto la Nardelli-Claus alla parete Est della Roda, vero?

Non è mia quella via, l’ha aperta mio fratello Pompeo, che poi è morto con Ferruccio Nardelli nel 1959. In famiglia ero il maggiore dei miei fratelli. Poi ci siamo spostati sull’Altissimo: la Dibona, la Stegher; la Armani ancora non c’era. Il giorno in cui Bonatti faceva la prima della Oppio, io e Andreatta eravamo sulla Stegher e siamo usciti insieme.  Poi con Marino abbiamo salito il Salame alla Ovest.

Altre vie nuove in Brenta che portano la tua firma…

La via che ha fatto Marino sul Basso con Navasa, la doveva fare con me. Un giorno ha telefonato a casa e mia moglie gli ha detto che ero a letto ammalato, allora è andato con Navasa. Quando sono stato ad aprire la Via Naso dei Massodi con Maestri, sistemata di recente da Pinamonti, ho trovato Marino e mi fa: «Come mai non sei venuto sul Basso?» Io non ho voluto questionare con mia moglie, ma da allora non sono più andato con Marino. Nel ’62 ero a Andalo da Cesare Maestri: «Dai, Carlo, – mi fa – che facciamo una via nuova». Ma io non volevo andare perché lui era sempre troppo in vista; mi chiamava ma non mi piaceva essere sotto i riflettori. Mi aveva chiamato anche per il suo exploit sulle cascate del Nardis, ma a me non piaceva e allora è andato con Alimonta. Mi aveva cercato anche per la via del Diedro al Limarò, ma io ero impegnato con il lavoro; con lui poi è andato Settimo Bonvecchio, per il primo tentativo. Mi aveva chiamato anche per la Roda di Vael.

E riguardo alle vie di artificiale?

Non è che allora ci fosse una differenza, molte vie di Cesare avevano dei tratti di artificiale. Così abbiamo fatto la via dedicata a Donato Zeni alla Corna Rossa (Brenta) nel 1965; quella alla Cima della Farfalla, di fronte alla Nord del Crozzon, nel ’67, e molte altre.

Ci racconti della tua via sulla Torre Armena con Dal Bianco?

Eravamo in parete per salire una nuova via, avevamo previsto due giorni con un bivacco in parete. Infatti, giunta la sera del primo giorno ci siamo disposti per il bivacco in un punto dove c’era anche una discreta disponibilità di appoggio e abbiamo fissato i chiodi ai quali imbragare i sacchi per dormire. Purtroppo all’epoca le previsioni del tempo non erano molto affidabili e nessuno di noi poteva immaginare che quella notte si sarebbe scatenato un forte temporale. Si era fatto buio e si faticava a vedere sia il fondovalle che la parete che ci sovrastava. C’era un silenzio profondo, rotto solamente dalle nostre voci: parlavamo delle difficoltà che avevamo incontrato salendo… Poi, all’improvviso, un brontolio lontano nel cielo nero e privo di stelle, la luna non si vedeva. Il brontolio si faceva più vicino, veniva da dietro la parete e cominciammo a vedere di bagliori. Poi ci fu un tremendo temporale, come solo in montagna avviene: tuoni che al fondovalle arrivavano certamente affievoliti, ma che lassù sembravano delle esplosioni, e un attimo dopo ecco la saetta. E non furono un solo tuono e una sola saetta, ma il concerto durò a lungo, non so dirti quanto, perché eravamo talmente spaventati che abbiamo pensato di rannicchiarci, cercando la protezione di invisibili sporgenze. La prima preoccupazione di ogni scalatore sono proprio i fulmini. L’unica cosa che si può fare è calare a una certa distanza tutto ciò che di metallico si ha con sé, e così abbiamo fatto. Tuttavia non fu sufficiente perché un fulmine pensò bene di scaricarsi proprio lungo lo spigolo che stavamo salendo. Dal Bianco la mattina successiva scoprì di avere un’ustione sulla schiena, mentre io mi ritrovai con il sacco perforato. La saetta era passata sotto di noi, fortunatamente senza più gravi conseguenze.

Parliamo delle spedizioni sahariane. Come hai conosciuto Cino Boccazzi?

Prima di conoscerlo bene di persona, andando in spedizione con lui, Cino Boccazzi lo conoscevo di nome. Nel ’67 in Aïr (Niger), Cino, Marco Dal Bianco ed io eravamo gli unici veneto-trentini e ci trovavamo in sintonia anche per il nostro temperamento. Cino era del ’16, io del ’26 e Marco Dal Bianco del ’36. Andavamo d’accordo anche durante le scalate, Boccazzi aveva un bellissimo carattere.

Nella spedizione non andata a buon fine del ’68 invece eravamo in sei: io, Crepaz, Aletto, Consiglio, Boccazzi e Buscaini. Crepaz era un bravo alpinista; insieme abbiamo collezionato molte prime.

Com’è stata organizzata la prima spedizione?

La spedizione è stata organizzata dal Club Alpino Accademico nel 1967. A tirare erano i romani. Con Franco Alletto e Consiglio, capo spedizione, c’era anche una dottoressa. Dal Bianco non voleva donne nel gruppo, ma poi Boccazzi lo ha convinto. Nella successiva del ’68 in Ciad, purtroppo fallita per problemi con i ribelli locali, c’era invece un po’ più di varietà, tra uomini e donne: ha partecipato anche Chiaretta Ramorino, romana anche lei, grande sportiva e per lungo tempo unica figura femminile nel corpo istruttori della scuola SUCAI. In questa seconda spedizione purtroppo non c’era Marco Dal Bianco, che era morto in un incidente in moto.

Durante queste spedizioni non si pensava solo scalare, ma vista la presenza del Boccazzi, grande appassionato di archeologia, ci si concentrava anche su ritrovamenti di reperti antichi. Per caso, durante una pausa, mi ero allontanato dalla comitiva per far pipì e ho trovato un’antica fucina. L’ho subito mostrata a Cino: per me erano sassi qualsiasi. Ci sono anche le foto di questo ritrovamento. Le scoperte delle incisioni rupestri risalgono invece al ’68. Ne avevamo trovate anche nel ’67 nell’Hoggar, in Algeria, passando da Tamanrasset: sapevamo già dove andare perché i coniugi romani Castelli vi erano stati l’anno prima.

Nel ’68 invece come andarono le cose? 

Mentre eravamo diretti verso Bilma, in Niger, abbiamo trovato un posto di blocco di predoni-ribelli, che fermavano tutti nei pressi di una stretta valle. Avevano tirato i reticolati ed erano armati di fucili e lance. Naturalmente hanno fermato anche le nostre Range Rover. Parlavano francese. Siamo così venuti a sapere che il loro capo era gravemente malato, con la febbre alta. Hanno chiesto a Consiglio e ad Alletto se ci fosse un medico nella spedizione, allora con Boccazzi siamo andati nel loro covo con delle pillole che evidentemente, non so come, gli hanno fatto bene. Dopo quattro giorni, eravamo già di ritorno, perché purtroppo a Bilma la Legione Straniera ci ha intimato di tornare sui nostri passi: c’erano degli scontri, era zona di guerra. Rifacendo la strada, i ribelli erano ancora lì, al loro posto di blocco, ma stavolta c’era pure il loro capo in splendida forma, stava  bene ed erano tutti contenti. Così ci hanno fatto passare anche questa seconda volta, nonostante avessimo a bordo due fucili, che neanche la Legione Straniera ci aveva scoperto. Le armi erano vietate.

Qual era l’obbiettivo di questa seconda esplorazione? 

Il percorso era pressappoco lo stesso della prima spedizione: da Tunisi a Tamanrasset, fino ad Agades e poi fino a Bilma, attraverso il Teneré. Purtroppo però non abbiamo scalato niente, l’obiettivo era il Tibesti (fra Ciad e Libia), una catena montuosa di origine vulcanica al centro del Sahara: la roccia in Aïr era invece calcarea, ma c’era anche il porfido, comunque si è sempre trovata roccia solida, ben lavorata dall’aria del deserto. Come per la prima spedizione eravamo sempre in contatto con i coniugi Castelli, amici dell’Alletto. In seguito gli altri sono tornati nel Tibesti a fare delle vie, ma io non c’ero.

Hai visto quindi il famoso albero del Teneré?

Sì, ho avuto la fortuna di vederlo ancora in piedi: visto che eravamo lì vicino, siamo andati a vedere l’acacia poco prima che venisse abbattuta da un camionista libico addormentato. 

Nel deserto vuoto bisogna tenere sempre la destra quando si marcia o si guida, perché si tende naturalmente ad andare verso sinistra. 

Qualche aneddoto su Cino? 

Lui, oltre ai rifornimenti essenziali di acqua e vino, aveva sempre anche diverse bottiglie di whiskey. Servivano dopo il tramonto per movimentare le serate in compagnia, ma anche per sopportare meglio il caldo del deserto.

Successivamente hai scalato ancora con Boccazzi?

Io personalmente, dopo la spedizione in Africa no, ma Marco Dal Bianco sì. Insieme hanno aperto una nuova via sulle Alpi Apuane nel ’67.

Quando l’hai sentito per l’ultima volta?

Ci siamo sentiti per telefono, avevamo la passione comune per la bicicletta, lui andava sempre al lavoro in bici. Quando ci trovavamo alle riunioni degli accademici stavamo sempre insieme.

Ci parli della maledizione del ’67? Nel libro di Boccazzi Il nomade delle Rocce, si racconta che gli indigeni vi avevano avvisati di non salire una cima, dove risiedevano gli spiriti…

Boccazzi e Consiglio trovarono una cima ancora inviolata, l’Uar, allora abbiamo smontato subito il campo e l’abbiamo spostato alla base di questa cima. Abbiamo attaccato in contemporanea: una cordata da Ovest e una da Nord. Sulla Nord abbiamo aperto una via di VI grado: allora era la più difficile di tutta l’Africa. Abbiamo dovuto bivaccare in cima a causa di un temporale che veniva dopo mesi di siccità. Era una cima granitica.

Franco Alletto ci è venuto dietro per filmarci con un Super8, ma poi non ho più visto le pellicole, anche perché poi sono morti quasi tutti. Dal Bianco per un incidente in moto, Crepaz disperso in Himalaya, non si sa come di preciso, era un tranquillone (gli scalatori non sono mai nervosi). Consiglio invece è morto sull’Everest diversi anni dopo. 

Avete raccolto un sacco di materiale, foto e video, in queste spedizioni. Dove si trova adesso, se qualcuno volesse documentarsi su quei giorni?

Non saprei, forse i documenti sono conservati dal CAI di Roma visto che il capo spedizione era Consiglio. 

Venendo al tuo sodalizio con Cesare Maestri, a quale spedizione hai partecipato sul Torre?

Ho partecipato a quella del Compressore nel ’70, avevo 44 anni ed ero appena tornato da 105 giorni in Himalaya, respinto dal meteo e dalle difficoltà a 200 metri dalla vetta. Era ottobre quando mi chiamò Cesare: «No, Cesare, – gli dico – non vengo, devo lavorare». Al tempo lavoravo nell’idraulica e avevo anche una quindicina di operai. «E poi come facciamo con i soldi?»  Cesare allora mi disse di aver avuto quaranta milioni dagli sponsor. Gli dico: «Ma sei matto, Cesare, con quei soldi costruiamo un condominio!» Insomma mi convinse a tribolare una prima volta per sessanta giorni (maggio e giugno), e poi anche una seconda volta nello stesso anno (novembre e dicembre), visto che in primavera eravamo quasi arrivati in cima. La spedizione era composta da sei persone. Io e Cesare arrampicavamo e gli altri recuperavano il compressore Atlas con le taie (un paranco meccanico), perché per i primi 7-800 metri non l’abbiamo usato. La seconda volta invece abbiamo cambiato il motore, invece della corda a strappo, che era difficile ogni volta da azionare, abbiamo installato un motore con la corda avvolgibile, più moderno. Al giorno d’oggi invece il motore si tiene nello zaino.

Siamo arrivati fin dove finiva la roccia perché la montagna finisce lì. Se guardi tante foto del Torre vedi che il fungo c’è e non c’è, in base alle condizioni. Abbiamo fatto comunque una trentina di metri di misto, proteggendoci con dei fittoni, per arrivare al termine delle rocce vere e proprie.

Che cosa pensi della salita in cui è morto Egger nel ’59? Secondo te, Maestri è arrivato in cima? 

Egger era un grande ghiacciatore, come fai a non crederci? Per me la salita l’ha fatta. Io conoscevo intimamente Cesare e credo nella parola di un alpinista. Aveva una forza maledetta, pensa solo che ha ripetuto la Buhl alla Vael e poi è sceso dalla sua via da solo.

E riguardo la schiodatura del Torre che cosa ci dici? 

Quando hanno schiodato la via c’è stata una riunione al Vajolet, c’erano anche Piussi e Detassis, e tutti dicevano la loro. Era un periodo che schiodavano tutto: Lavaredo, Tofane, Salame… C’erano delle vere e proprie squadre che salivano le vie e poi si calavano schiodando. Durante quella serata al Vajolet, ad un certo punto, nel silenzio, Detassis prende la parola e se ne esce con una frase che spiazza tutti: «Per mi i è tut ladri!»  Difatti aveva ragione: il chiodo non è mica tuo, è di chi l’ha piantato! 

E poi ancora altre esperienze himalayane…

Dopo le avventure del ’68, abbiamo fatto una spedizione nel ’69 con il CAAI sul Churen Himal. C’erano anche Ignazio Piussi, Roberto Rampini e Claudio Dal Bosco. Nel 1984 ero con la spedizione «Città di Trento» sul Makalu, il capo spedizione era Almo Giambisi e c’erano tanti alpinisti trentini e non: c’erano Michele Dalla Palma, Sergio Martini, Fausto De Stefani, Tony Valeruz, Ermanno Salvaterra, Fabio Stedile, Italo Nardi, Francesco Mich, Maurizio Giarolli. Poi ancora nell’86 con Giambisi siamo stati sul Nanga Parbat, insieme a Martini, De Stefani e Marco Gonnella. Posso dire che nella mia vita ho avuto la fortuna di partecipare a mote altre spedizioni, conoscendo molte persone ed amici.

In montagna con amicizia quindi.. Grazie mille, Carlo.

(Di Manuel Leorato)





Chiodi della via del Compressore




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