martedì 27 gennaio 2026

Angelo Pojesi, un eroe silenzioso dell'alpinismo veronese

Frugando tra i volumi della libreria del Rifugio Scarpa, tra i libri collezionati dall'amico e gestore Alessandro, mi sono imbattuto un uno che non è proprio una biografia ma una raccolta di aneddoti legati ad un alpinista veronese che fino a questo momento avevo sempre e solo associato ad una ferrata sul monte Carega o a qualche via storica della falesia di Alcenago come "La Longa". E' così che assieme ad altro materiale raccolto negli anni su altre figure storiche più o meno conosciute ho deciso di raccontarne e approfondirne la conoscenza in una serie di tre puntate. Questa è la prima.



Dalle pagine di questo libretto che si intitola "Ricordando Angelo Pojesi", curato dal Gruppo Alpino Cesare Battisti di Verona emergono voci, memorie, frammenti di vita vissuta, racconti di familiari, amici, compagni di cordata e non una biografia alpinistica come siamo solitamente abituati a leggere. Proprio per questo, però, questi brevi testi restituiscono un ritratto forse più autentico di qualunque altro documento ufficiale. Alla fine di questa lettura emerge chiara la figura di un uomo la cui vita si è appoggiata su tre pilastri inseparabili: la famiglia, il lavoro, la montagna. Ma veniamo al dunque e capiamo qualcosa di più su di lui.

Angelo Pojesi entra nel Gruppo Cesare Battisti nel 1923, quando il sodalizio è poco più di un circolo di amici: otto soci appena, impegnati non solo nell’alpinismo ma anche in attività culturali e filodrammatiche. Eppure, fin da subito, emerge con chiarezza che per lui la montagna non è una passione tra le altre... In un’epoca in cui l’alpinismo non è ancora pratica diffusa, al contrario di oggi, il Club Alpino Italiano rimavena un ambiente relativamente elitario, e proprio il quel periodo storico gruppi neonati come il Battisti rappresentano un’alternativa più popolare e inclusiva. Pojesi diventa presto l’anima di questa realtà, il motore capace di trasformarla in un punto di riferimento aperto a tutti, senza distinzioni di ceto o di esperienza.


Per quasi trent’anni, fino al 1959, Pojesi guida il gruppo con una dedizione che va ben oltre il ruolo formale. È lui a promuovere l’aggregazione al CAI nel secondo dopoguerra ed è sempre lui a sostenere, con energia instancabile, la costruzione e la manutenzione di rifugi che oggi sono parte integrante della storia alpinistica veronese: il Rifugio Barana al Telegrafo sul Monte Baldo, il Rifugio Gino Biasi sulle Alpi Breonie e soprattutto il Rifugio Fraccaroli, dedicato all’amico scomparso. In queste opere si coglie una visione chiara: la montagna non come terreno di conquista individuale, ma come spazio da rendere accessibile e condivisibile. Costruire un rifugio significa permettere anche a chi ha meno mezzi o meno esperienza di avvicinarsi al mondo della quota, se pure quella modesta delle massime alture veronesi.

Eppure, dalle testimonianze raccolte, nessuno parla di Pojesi come di un “manager” o di un dirigente. A emergere un uomo essenziale, di poche parole, schivo. Un “uomo giusto”, come lo definisce don Rino Breoni. Questa essenzialità si riflette anche nei ricordi familiari. Le figlie raccontano di un padre che tornava a casa la domenica sera stanco, spesso provato dalla fatica o dal maltempo, ma che non veniva mai meno al senso del dovere: il lunedì si andava a scuola o al lavoro, senza eccezioni. E raccontano anche di un gesto semplice e costante: al ritorno da ogni gita, Angelo portava sempre un mazzo di fiori di campo a sua moglie Emilia. Un gesto silenzioso, concreto, che vale più di molte parole.

La stessa coerenza attraversa il suo rapporto con il lavoro e con l’amicizia. Proprietario di una piccola industria di colori e smalti, Pojesi dedica moltissimo tempo alla montagna, ma trova nella famiglia un sostegno pieno e consapevole. E per lui l’amicizia è un valore assoluto, quasi un culto. Chi lo ha conosciuto si pone una domanda disarmante: come può un uomo che ha guidato un gruppo per trent’anni non essersi fatto nemici? La risposta è semplice quanto eloquente: non ne ha avuti. La sua leadership nasceva dalla fiducia e non dall’imposizione.

Questa fedeltà agli amici emerge con forza anche fuori dall’ambiente alpinistico. Durante l’ultima guerra, mentre era sfollato a Stallavena, Pojesi rischia la vita per portare aiuto e viveri ad amici partigiani nascosti sulle pendici della Lessinia. Non è una scelta ideologica, c’erano degli amici in difficoltà, e andavano aiutati. Punto.

In montagna, questo stesso codice etico si traduce in un modo di andare che rifiuta l’impresa solitaria e la gloria personale. Pojesi predilige la compagnia, spesso quella dei più giovani, non per insegnare dall’alto ma per condividere entusiasmo e gioia. La vetta, per lui, ha senso solo se vissuta insieme. È un’idea profondamente comunitaria dell’alpinismo, quasi rivoluzionaria per un’epoca ancora segnata da una retorica di conquista individuale.


I racconti di soccorso alpino raccolti nel libretto sono forse la testimonianza più potente di questa autorevolezza silenziosa. Nel gennaio del 1935, quando un gruppo di alpinisti è disperso su Cima Posta, nel Carega, Pojesi organizza immediatamente una squadra di ricerca e parte in prima persona, di notte, in condizioni proibitive. Nel suo resoconto, asciutto e privo di enfasi, si avverte tutta la tensione di ore di ricerca nella neve alta e al buio. Quando finalmente i dispersi vengono ritrovati vivi, uno di loro gli si avvicina e gli dice, in dialetto: «Vien qua che te daga un baso; lo savevimo che te saresi vegnudo!». Non speravamo. Sapevamo. È la misura della fiducia che quest’uomo ispirava.

Quindici anni dopo, sullo spigolo nord del Cimon della Pala, la storia si ripete. Due compagni di gita sono bloccati in parete da una bufera violentissima. Quando riescono a scendere, scoprono che Pojesi non si era limitato a coordinare i soccorsi: era salito fino in cima per attenderli, pronto a intervenire. Il giorno dopo, nel suo negozio, si scusano per avergli fatto perdere due giorni di lavoro. La sua risposta è disarmante nella sua semplicità: «...se ai me clienti ghe ocor calcosa i vegnarà a torselo domano qualche altro giorno». Ancora una volta, la gerarchia dei valori è chiarissima.


L’eredità di Angelo Pojesi è concreta: ha contribuito a rendere lo sci accessibile a molti giovani, in un’epoca in cui era considerato uno sport per pochi, ed è stato protagonista nella promozione di gare e iniziative che hanno segnato la storia sportiva locale come il Trofeo Val d'Illasi. Ma l’eredità più profonda è forse quella umana. Le sue figlie raccontano di aver scoperto nuovi aspetti del padre proprio leggendo i ricordi degli amici, come se questo coro di voci avesse restituito loro un’immagine ancora più completa e luminosa.

Un’immagine che si chiude con parole semplici e potenti: Angelo ha raggiunto la più alta delle vette e ora guarda, sereno. Don Rino Breoni affida a una citazione antica la sintesi finale: "quando parole e vita coincidono, diventano sapienza". Angelo Pojesi è stato questo: un uomo sapiente, capace di costruire una comunità, un patrimonio di rifugi e di valori senza senza narrazioni autocelebrative. Solo con la presenza costante e l’azione coerente.

In un tempo in cui tutto tende a essere raccontato e mostrato, la sua storia suggerisce una domanda essenziale: che valore ha un’eredità costruita in silenzio? Forse è proprio l’unica capace di resistere davvero al tempo.


[Il pdf del libretto su Angelo Pojesi è consultabile qui]

Cascata della Fricca (150 m, 3+)

Dislivello: 150 m
Difficoltà: WI3+ 
Esposizione: NE
Quota: 1150 m
Pendenza: 85°/90°
Discesa: in doppia

Colata facile e divertente, di approccio immediato: si trova a poche centinaia di metri dalla strada e, proprio per questo, è spesso molto frequentata (anche con il maltempo, come è successo a noi). Per stile e difficoltà è paragonabile alle cascate della Valle dei Mòcheni. Valutare quante cordate si ha sopra la testa per le corde doppie obbligate sulla linea di salita. 

Accesso: proveniendo da Carbonare si parcheggia ai lati dell'ingresso della galleria del valico della Fricca (SS249). Percorrere la vecchia strada sulla destra per circa 200 m, oltrepassando un area con dei monotiri, fino ad un piccolo ponte. Scendere nel greto del torrente e risalirlo  per 100 m fino all'attacco.

Descrizione:
L1: Breve muretto, poi sezione abbattuta e altro breve muretto. Sosta a spit. 2-3. 45 m.
L2: Altro muretto più verticale un po' più continuo. 3+. Sosta a spit. 25 m.
L3 Trasferimento a piedi corde in mano per 50 m.
L4 Ampio muro con più possibilità di salita. Sosta a spit e cavi di acciaio. 3-3+. 30 m.

Discesa: tutte le soste sono attrezzate a spit per la calata.

L1


L2

L4


lunedì 12 gennaio 2026

Val di Fumo, Seconda Cascata del Sentiero (110 m, WI3+)

Zona: Val di Fumo
Sviluppo: 110 m
Avvicinamento: 4 h
Esposizione: W
Difficoltà: WI3+
Salita: 19-1-2025


Gennaio 2025. Rientriamo da Malga Breguzzo lungo la strada che riporta a Malga Boazzo, immersi in una nevicata fitta, di quelle che ovattano tutto e restringono lo sguardo. A un certo punto, alto nel bosco, compare una macchia bianca. Troppo verticale per essere neve accumulata: deve essere una candela. 
Il cambio di programma è immediato. Cambiamo l'assetto da esploratori artici: stacchiamo la pulka (la slitta da traino), abbandoniamo gli sci per infilare i ramponi. Si risale decisi una colata appoggiata su una placca di granito quasi insignificante, che si scarica in uno scolo diretto verso il lago di Malga Bissina. Dopo una decina di metri troviamo una sosta a spit: estiva o invernale? Domanda lasciata lì, sospesa. 
La colonna si definisce sempre meglio man mano che saliamo, e continuiamo. Attraversiamo il torrente scavando una trincea nella neve, sotto il ghiaccio gorgoglia l'acqua viva, poi entriamo in una goulotte dove il ghiaccio va e viene, lasciando spazio a tratti a roccia marcia e poco rassicurante, qualche friend torna utile. Saranno 60–70 metri complessivi. Sostiamo alla base della colonna.
L’ultimo risalto misura una ventina di metri. Facciamo tutto in fretta, con quella sensazione tipica delle cose trovate per caso e da consumare senza troppe domande. Poi giù, in doppia, abbracciando i larici fino a tornare alla base per percorrere gli ultimi 9 km di strada prima che la neve bagnata si accumuli troppo, costringendoci a spingere con le pulke in discesa.
Non sappiamo se questa cascata sia già stata salita. Se così fosse, gli apritori possono palesarsi sotto questo blog. Nel frattempo, per semplice dovere di catalogazione e conoscenza della valle, la recensiamo come “Seconda Cascata del Sentiero”: un toponimo provvisorio, senza pretese. Non ce ne vogliano.

Avvicinamento: dalla sbarra di malga Boazzo si risale la strada per 9 km, si oltrepassa la diga di Malga Bissina e a circa metà lago (oltrepassata la prima evidente cascata del sentiero che di rado si forma completamente) si nota un flusso scendere da una placca sulla sinistra. Punto gps: 46.0614417N, 10.5198136E.


Descrizione:

L1. Risaltino divertente fino ad una sosta a spit che si oltrepassa per sostare su larice. 30 m.
L2. Facile goulotte mista ghiaccio-roccia. 60-70 m. Friends.
L3. Risalto finale. 20 m.

Discesa: si ritorna alla base calandosi dai larici sulla sinistra idrografica del flusso.

L3

L1

L2

Rientro alla macchina.



mercoledì 7 gennaio 2026

Le cascate di ghiaccio del Circolo del Gelo (Val Daone)

Il Circolo del Gelo è uno dei luoghi che, per quanto remoti e poco frequentati, sono entrati fin da subito nella bibliografia del cascatismo in Val Daone. Nella prima guida dedicata, Righetti lo colloca già con precisione nel contesto geografico e nella logica dell’avvicinamento, lasciando anche traccia di quel simpatico tono “da montagna” alla Popi Miotti, tipico delle pubblicazioni di quegli anni:

"Il circolo del Gelo è posto a monte della Val di Leno, in direzione Sud-Ovest, proprio sotto la Cima di Blumone. Per raggiungerlo percorrere tutta la Val di Leno e proseguire per il sentiero fino alla splendida piana che si apre di fronte al circolo (in inverno, con la neve, seguire il fondovalle, anche se spesso non è molto evidente, ma in fondo non siete alpinisti? Se vi dicessimo sempre tutto non sarebbe così divertente....e poi in fondo noi ci siamo sempre persi....). Sulla sinistra salendo, una volta arrivati al limitare della piana, si trova Malga Gelo (1867 m.); l’organizzazione offre: camera con doccia calda, vista stupenda sulle montagne circostanti, piatti locali, tra i quali eccellono gli scampi alla papaya e il filetto al pepe verde (per le aragoste bisogna prenotare); e poi campi da tennis, piscina, sauna e, con supplemento di prezzo....Siamo i soliti burloni, ma Malga Gelo non la cambieremmo con il miglior albergo; la pace, il silenzio, il profumo della legna che brucia nel camino sono solo alcuni dei momenti che si vivono qui. 

Circolo del Gelo = tempo per respirare. 

NB: il Circolo ha esposizione Nord ed una quota di circa 1900/2000 m., per cui le cascate si formano già a metà Novembre e rimangono generalmente fino ad Aprile."

A questa prima storicissima descrizione (tenete in considerazione il climate change) si affianca anni dopo, una conferma più breve ma esplicita, che mette a fuoco il valore del Circolo del Gelo come meta di riferimento. Francesco Cappellari, nello storico e più mainstream "Ghiaccio verticale", lo riassume senza giri di parole:

"Non può mancare al ghiacciatore una visita al Circolo del Gelo [....] Vale la pena, almeno una volta nella vita, raggiungerlo per l’ambiente solitario e incantevole in cui è inserito."

Insieme, queste due citazioni aiutano a capire perché il Circolo del Gelo sia rimasto, negli anni, un punto fermo nonostante l'ingaggio dell’avvicinamento spesso nella neve alta (circa 900 m D+): non solo per la qualità delle condizioni e per la sua stagionalità, ma per l’identità netta che si è costruito fin dalle prime pagine dedicate al ghiaccio in valle. E, alla luce dell’evoluzione del cascatismo “di massa”, viene quasi spontaneo aggiornare la formula di Righetti: più che "tempo per respirare", qui ora è davvero “tempo per scalare”. Un tempo e un luogo che restano lontani dalle dinamiche delle linee comode a bordo strada, quelle su cui spesso si concentrano tutte le "cordate-social", e di conseguenza, anche da parte dei rischi oggettivi che questa concentrazione inevitabilmente porta con sé.


ACCESSO

Dal parcheggio della centrale di Malga Boazzo in Val Daone si prosegue per la forestale verso sud, si oltrepassa la Regina del Lago (Cascata del Leno) e si prende il sentiero 246 che porta ripidamente a Malga Leno. Dopo la malga si prosegue nel fondovalle che, come ripete spesso Placido Corradi, ricorda un piccolo Canada, tenendosi alla verso sinistra e superando il torrente con una passerella di tronchi. Un successivo pianoro anticipa l'ultimo tratto boscoso ripido che anticipa a sinistra la bella (ma trasandata) malga Gelo (1.5 h con buona traccia altrimenti aumentare di un'ora). Sommare un'ulteriore ora, se si deve tracciare nella neve per raggiungere le cascate, prestando attenzione ai grossi ed insidiosi massi. Utili gli sci o le ciaspole in questo tratto.

LE RELAZIONI


1. Alura?! (150 m, 2+)

S. Conti, Luigi Trippa, Giorgio Carlotti, G. Iotti (19.11.1995)

Facile cascata-goulotte a sinistra del Sogno del Playboy. Discesa in corda doppia da albero e poi su abalakov. A sinistra di Alura si trova un altro flusso dalle caratteristiche simili.

2. Il Sogno del Playboy (70 m, 3)

Stefano Righetti, Andrea Beati, Giuseppe Foscili (21.11.1993)

Da malga Gelo puntare all’estrema sinistra della bastionata che delimita il circolo; si notano quattro bei flussi su placche appoggiate; questa è quella centrale, con due evidenti restringimenti nella parte mediana. Dall’uscita spostarsi a destra per una decina di metri fino ad un ancoraggio per calata; con due corde doppie si torna alla base.

3. Il Ritorno di Cavallo Selvaggio (70 m, 3+)

A destra della precedente, incassata in una stretta forra, dopo un piccolo sperone. Per scendere Salire verso sinistra fino ad un evidente spuntone, obliquare salendo ancora una trentina di metri e attraversare decisamente sempre verso sinistra fino a raggiungere l’ancoraggio di calata dell’itinerario precedente.

4. Carne Salada (80 m, 4)

A destra della precedente, quasi al centro della bastionata, presenta un tratto iniziale innevato e facile. Discesa in corda doppia lungo la via.

5. Lucente Aurora (80 m, 4)

Al centro della bastionata; è riconoscibile per un primo tiro molto ampio, mentre il successivo si insinua in una stretta goulotte, il diedro della parte alta non è sempre collegato con l'ampia parte basale. Discesa in corda doppia, da attrezzare, lungo la via.

6. Cascata di Gall (140 m, 3)

Al centro della bastionata ed è riconoscibile per essere quella di sinistra di due colate con la parte iniziale in comune per un lungo tratto. Discesa in corda doppia sulla destra.

7. La Plecia Secia (100 m, 4+)

Come la precedente; questa è la diramazione di destra. Discesa in corda doppia, da attrezzare, lungo la via.

8. Prosit (85 m, 3)

Si trova nel penultimo canalone sulla destra del circolo e sale per la stretta goulotte a sinistra. Discesa in corda doppia, da attrezzare, lungo la via.

9. Totem (75 m, 3+)

Come la precedente è la ramificazione di destra. Discesa in corda doppia, da attrezzare, lungo la via.

10. Cascate di destra

Si tratta di 3 flussi ghiacciati formati da vari risalti posti sulla destra del grande canalone. Si raggiungono tagliando sul pendio di destra fra la vegetazione evitando così la zona basale con i massi. Discesa in doppia su abalakov.

Prosit e Totem

Prosit

Alura?!

Il Sogno del Playboy a sx, a dx Il Ritorno di Cavallo Selvaggio

Il sogno del Playboy, ramo sx

lunedì 29 dicembre 2025

Piz Serauta, Goulotte Trei Magi (400 m, WI5, M5)

Zona: Marmolada
Sviluppo: 400 m
Esposizione: Nord
Tempo: 5-6 ore
Difficoltà: WI5, M5 (condizioni 12/2025)
Materiale: Viti corte, chiodi, friends.
Discesa: Doppie
Chiodatura: alcune soste attrezzate

La goulotte, nelle condizioni di fine dicembre 2025, si presenta molto secca: mancano circa due metri di neve per raggiungere le soste classiche. Le difficoltà su roccia riportate nei vecchi report reperibili in rete vanno quindi rivalutate sul posto ed eventualmente aumentate di un grado, a causa dei risalti privi di ghiaccio, della qualità della roccia e di protezioni talvolta aleatorie. Nel giorno della nostra salita, Santi Padros ha integrato adattando la linea di calate al livello di neve attuale. Per quanto riguarda invece la colonna di ghiaccio, la difficoltà è confermata su WI5.

Accesso: dal Rifugio Fedaia risalire la pista fino ad arrivare di fronte alla goulotte. Prendere la strada di servizio dei gatti delle nevi e poi tagliare il pendio fino all'attacco. In alternativa, da Malga Ciapela, prendere un biglietto sola andata fino al primo troncone di Punta Rocca e arrivare all'attacco sciando.

Discesa: in doppie lungo la via. Poi sulla pista da sci fino al punto di partenza.






Relazione 2017. Credits F. Rigon


domenica 28 dicembre 2025

L'erosione delle community: perché i gruppi di nicchia stanno diventando tossici?

Oggi non parliamo di vie di arrampicata o delle emozioni legate ad esse, ma di un tecnicismo che noto sempre più spesso tramite la mia lente di professionista in ambito digital. C’è un paradosso strano che abita gli spazi condivisi online: teoricamente, i gruppi Facebook (o i forum vecchia scuola rimasti attivi) dedicati alle nostre passioni, che sia l’arrampicata, la fotografia outdoor o la camperizzazione di van, dovrebbero essere un porto sicuro. Luoghi dove sentirsi a casa, scambiarsi consigli sulla "scarpetta" giusta o condividere la gioia di un tiro finalmente chiuso dopo mesi di tentativi. Invece, sempre più spesso, ne usciamo con l'amaro in bocca e i nervi tesi.


Da tempo osservo questa deriva con gli occhi di chi quegli ambienti li frequenta per passione. Quello che accade è una sorta di erosione. Chi entra per chiedere un consiglio o per pubblicare una foto si ritrova in un'arena di "elitismo tossico" dove la competenza non viene usata per accogliere, ma per alzare muri.

La radice del problema sta in quella che gli esperti chiamano "disinibizione online". Lo schermo ci fa sentire invisibili, toglie il peso del confronto fisico e annulla l’empatia. È così che persone che probabilmente alla base di una falesia accetterebbero volentieri "il tuo panino con la salsiccia", dietro una tastiera si trasformano in giudici spietati.

In questo vuoto pneumatico di contatto umano, molti utenti finiscono per agire come veri e propri troll: individui che non cercano il confronto, o mascherano per confronto la soddisfazione esclusiva del provocare, distruggere e alimentare conflitti. Spinti dall'idea che "online tutto è concesso", lanciano esche polemiche solo per vedere il gruppo bruciare, trasformando una discussione tecnica in un linciaggio.

Scatta poi quella difesa del fortino, il cosiddetto gatekeeping o ostruzionismo di ingresso chiamatelo come volete, dove chi è dentro da più tempo decide chi ha il diritto di definirsi un "vero appassionato". Se non conosci la storia, se il tuo stile non è allineato al loro, o anche se semplicemente fai una domanda troppo banale, diventi un bersaglio per i guardiani della purezza.


La cosa assurda è che in questo circolo vizioso più siamo simili, più diventiamo feroci. Ci scanniamo su dettagli insignificanti solo per nutrire l'ego e marcare il territorio. Freud lo chiamava "il narcisismo delle piccole differenze" che, nei casi peggiori, tracima fuori dal monitor trasformandosi in vandalismo, stalking o violenza psicologica. In questo clima, gli algoritmi fanno il resto: premiano chi urla più forte, chi divide, chi crea fazioni. O sei con il branco o sei un incompetente. Il "dipende", che è la base di ogni crescita reale, scompare.

Il risultato finale è tecnicamente la "spirale del silenzio". Gli utenti più esperti, quelli moderati ed educati che avrebbero davvero qualcosa da insegnare, vedono il fango, si stancano e smettono di partecipare. Restano solo i polemici di professione e i troll a urlarsi addosso in un guscio vuoto. Il gruppo resta numeroso, ma la qualità è morta.

Dobbiamo dircelo chiaramente: se gestiamo queste community, dobbiamo smettere di confondere la libertà di parola con il diritto all'insulto. Moderare non è censura, è fare giardinaggio. Se non estirpi le erbacce, i fiori non hanno spazio per crescere. E a chi ne sa di più, servirebbe ricordare che la vera autorevolezza non ha bisogno di aggredire per essere riconosciuta. Se usi quello che sai per umiliare chi ne sa meno, non sei un maestro: sei solo un bullo 2.0 con lo smartphone in mano.

Le community sono organismi viventi, come gli alveari. Se smettiamo di curarle, moriranno per la loro stessa tossicità. Forse è ora di tornare a parlare di ciò che amiamo con lo stesso spirito con cui ci leghiamo alla stessa corda: con la consapevolezza che le parole, esattamente come i gesti in parete, hanno sempre un peso.

sabato 27 dicembre 2025

Sojo Bostel: Il richiamo di Penna Bianca (6b, 245 m, 5c A1 obb.)

Zona: Val d'Astico
Sviluppo: 245 m
Esposizione: Sud
Tempo: 4-5 ore
Difficoltà: 6b, 5c A1 obb.
Materiale: 14 rinvii, staffa, cordini, 2 friend m.p.
Discesa: Sentiero (bolli gialli)
Chiodatura: Spit, chiodi, clessidre
Apertura: T. Balasso, S. Frigo 2015

Via molto bella e logica su roccia solida. Offre un'arrampicata varia e di impegno costante con chiodatura curata. L'itinerario si sviluppa a destra del grande spigolo-pilastro arrotondato (settore centrale) della parete Sud. Caratteristico l'ultimo tiro sulla rigola bianca (la penna), visibile anche dalla strada aperto in artificiale e liberato dai 4 Gati di Arsiero con grado proposto di 8a+. Ideale arrampicata invernale, va al sole dalle 10.

Accesso: Da Arsiero seguire per Trento, svoltare per Pedescala e salire verso Castelletto di Rotzo. Parcheggiare in uno slargo a sinistra 500m dopo il 6° tornante (altro spiazzo 100m più avanti). A piedi: scendere per 200m lungo la strada fino a un tombino con ometto. Risalire il bosco ripido (ometti) puntando all'attacco di "La Tosta-ta del Bostel" (punto più basso della parete, 10m sopra un tasso, placca grigia con edera a destra). Da qui traversare a destra sotto parete per 50m fino a un diedrino grigio (cordone su clessidra e pianta). Tempo: 10 min. dall'auto.

Descrizione:
L1: Muro a sinistra del diedro, traverso a destra su muro verticale. Breve diedrino, uscita a sinistra su cengia. Sosta su fix e albero. 5c, 25m.
L2: Verticale sopra sosta, traverso a sinistra, salita e nuovo traverso a destra. Sosta su fix. 6a, 30m.
L3: Salita e traverso esposto a destra. Muro verso sinistra, poi gradoni e lista orizzontale a destra. Sosta su fix. 6b, 25m.
L4: Obliquo a destra puntando a fessura-lama. Salirla fin sotto il tetto, traverso a destra. Sosta su fix e clessidra. 6a+, 30m.
L5: Strapiombo marcato, uscita a sinistra. Traverso a sinistra (sosta facoltativa consigliata) e muro verticale (7b in libera). Sosta su fix. A0, 25m.
L6: Tiro sporco e molto vegetato con muretto centrale. Protezioni nascoste dalla vegetazione. Sosta su fix. 5b, 40m.
L7: Traverso a destra su cengia fino a diedro terroso. Salirlo fino all'uscita a destra su cengia. Sosta su fix. 5a, 25m.
L8: Traverso a destra, muretto, breve spostamento a destra e muro compatto. Sosta su fix. 5c, 30m.
L9: Passo singolo, traverso delicato a sinistra fin sotto il tetto. Seguirlo a destra su buone prese ma compresse, muretto e cengia a sinistra. Libro di via. Sosta su fix. 6b, 20m. Variante di uscita attraversando su cengia a destra.
L10: Due muretti in sequenza poi cengia. Muro compatto su caratteristica rigola bianca. Uscita nel bosco. Sosta su albero. A1 (8a+), 30m.

Discesa: A piedi (30 min): Dalla S10 risalire il bosco (30m) fino a una grande cengia. Seguirla verso Ovest (ometti) in quota. Raggiungere un terrazzamento inferiore, proseguire verso Ovest fino a un filo elettrico. Scavalcarlo, seguire traccia (tabelle gialle divieto caccia) fino al pilone. Da qui sentiero con bolli gialli verso sinistra (orografica) fino al parcheggio.

Foto relazione GRRC

L2

L8

L9

Tiro della penna bianca