lunedì 3 agosto 2026

Ailefroide, il lavoro dietro le vie

Ad Ailefroide, di fronte alla Maison de la Montagne, c'è un enorme ometto dedicato a Jean-Michel Cambon. La forma ricorda un trapano Bosch, lo strumento che lo ha accompagnato per una parte consistente della sua vita. I climber vi lasciano moschettoni, fettucce e piccoli pezzi di attrezzatura. Alla reception del campeggio è nata anche una raccolta di nodi: l'obiettivo, piuttosto ambizioso, sarebbe arrivare allo stesso numero degli spit posati da Cambon.


Nella vignetta che apre la sua guida "Climbing around Ailefroide", JMC ringrazia dall'aldilà per i complimenti, per l'acquisto delle topo, per le adesioni e le donazioni all'associazione ONOS. Poi punta il dito verso il lettore: togliete le erbacce, spostate i sassi, ripulite i sentieri. "JMC is watching you". La memoria di un apritore si conserva meglio andando a scalare con una forbice appesa all'imbrago, controllando le soste, sostituendo un cordino, aggiornando una relazione, piuttosto che appendere un vecchio rinvio a un monumento: qualcuno queste cose le deve fare. A Cambon in Francia hanno costruito un monumento. In Italia, con ogni probabilità, gli avrebbero semplicemente rubato le piastrine dalle vie, mentalità diverse...

JMC is watching you

La guida di Ailefroide racconta questo lavoro con una forma editoriale difficile da classificare ma che visivamente ritrovo comune alle guide francesi (si veda anche quella del Verdon per esempio). Dentro c'è di tutto:  schizzi di vie, collage con sfumatura di vecchie foto, conti di ferraglia, cronache dal passato, necrologi, frecciate alle associazioni, statistiche sugli incidenti e un sottofondo di vecchi rancori non ancora del tutto sopiti. Assomiglia più ad un giornale di paese o ad verbale di una riunione finita male, talvolta tutto nella stessa pagina, ed è questo il loro fascino. Per capire Ailefroide è senza ombra di dubbio il documento must-have.

Prima che Ailefroide diventasse Ailefroide
I numeri attuali servono a dare la misura del fenomeno. L'edizione 2024 della guida descrive più di 160 vie lunghe, alle quali si aggiungono circa 300 monotiri e centinaia di passaggi boulder. Gli itinerari vanno da pochi metri a pareti di 400 o 500 metri, con difficoltà dal terzo grado al 9a. Nel 1995 la guida locale riportava appena 32 vie lunghe.
In mezzo ci sono trent'anni di "perforazioni", spazzole, disgaggi, riunioni e discussioni su chi avesse il diritto di fare cosa.
La prima salita documentata sulle pareti basse della valle è la Fissure d'Ailefroide, percorsa nel 1941 da Lionel Terray e compagni. Per parecchio tempo quel roccione rimase ai margini. Le guide locali lo usavano per testare i clienti, mentre l'attività seria si svolgeva più in alto, sulle pareti del Pelvoux e sulle "barre" innevate dell'Encrins.
Jean-Pierre Fédèle ricorda che, negli anni Sessanta, i ragazzi della valle arrampicavano sui massi e tentavano la Fissure con la corda legata in vita. Le vecchie guide li invitavano a smetterla con quelle "sciocchezze" e ad andare sulle vere montagne. Poi arrivarono climber dalle città e scoprirono che in fondovalle c'erano il sole, i mirtilli, un campeggio e pareti raggiungibili senza trascinare per ore uno zaino da alpinismo carico fino all'inverosimile. Si poteva passare la giornata ad arrampicare e basta: per l'epoca era quasi un'ammissione di pigrizia.
Negli anni Settanta Bernard Gorgeon e altri provenzali portarono ad Ailefroide l'esperienza maturata tra Buoux, Sainte-Victoire e Verdon. Nel 1973 Gorgeon e Maxime André aprirono Snoopy usando un solo chiodo e gli allora avveniristici eccentrici (i friends, a quel tempo, erano soprattutto gli amici portati in parete).
Negli anni Ottanta Dominique Stumpert iniziò a esplorare con qualche ancoraggio in più, spesso piantato a mano. Nello stesso periodo le guide, in particolare Pierre-Henri Paillasson, attrezzarono i primi settori di La Draye, La Fissure e Les Étoiles. I monotiri censiti passarono da una trentina nel 1986 a circa 110 nel 1988. La Cocarde, aperta da Stumpert, sarebbe diventata una delle vie più percorse della valle.
All'inizio degli anni Novanta arrivarono i perforatori a batteria. Il trio Cambon-Ghesquiers-Leblanc accelerò il processo. Tra il 1990 e il 1995 furono aperte almeno 29 vie lunghe. Seguirono Jean-Marc De Robert, Francis Élichabe, Henri Vincens, Hervé Guigliarelli, Gilles Crespi e diversi apritori provenienti da Marsiglia e dal sud della Francia. Negli anni successivi Guillaume Christian, Hervé Dégonon, Fred Jullien e Ben Kempf aggiunsero altri itinerari, compresi alcuni tentativi di recuperare uno stile trad su un granito che raramente offre fessure continue e pulite.
Ailefroide crebbe così: una generazione sopra l'altra, con idee spesso incompatibili. La guida ricorda che 6 apritori, Stumpert, Cambon, Leblanc, Fiaschi, Guigliarelli e Crespi, avevano realizzato 109 delle 144 vie lunghe censite nel bilancio del 2017. Cambon se ne attribuiva 79. La sproporzione è evidente, anche se lui stesso riempie le pagine con i nomi di chi lo ha aiutato a chiodare, pulire, fotografare e raccogliere informazioni.

Il prolifico che si prendeva in giro
Jean-Michel Cambon era un insegnante. Nella propria autobiografia si definisce un maestro della vecchia scuola, un alpinista di capacità modeste e un eterno dilettante, rimasto fuori dalla professione di guida alpina nonostante "una decina di tentativi spesso patetici".
Il ritratto prosegue attribuendogli imprese sulle ripide pareti dei fantomatici Monts Tif et Tond, sulle creste delle Bêches, sul Râteau e sulle pareti nord del Ballon de Vin Rouge. Per cercare sponsor, racconta, era persino disposto al sacrificio di indossare giacca e cravatta.
I numeri reali vengono subito dopo. Nel computo del materiale posato da Cambon e dai suoi compagni compaiono 780 tiri, 10.050 ancoraggi, circa 1.150 chili di ferraglia e 370 giornate trascorse ad aprire. Più di un anno intero. Lui riduce tutto a undici o dodici giorni all'anno per trent'anni: "in fondo, piuttosto modesto". Per rendere comprensibile il peso del ferro degli spit, lo paragona a un Renault Kangoo e precisa che è comunque molto meno del ferro necessario a costruire un impianto di risalita. In un'altra pagina si domanda che senso abbia avuto aprire 79 vie ad Ailefroide. Con la stessa energia avrebbe potuto salire 79 volte il Pilier Sud des Écrins, comprarsi due o tre Rolex o vivere 79 "storie d'amore". Arriva tardi a questa conclusione: il tempo perduto non tornerà ma è anche un modo efficace per impedire che il conteggio degli spit diventi pura idolatria. Cambon costruisce il proprio monumento e, mentre il cemento è ancora fresco, ci disegna sopra un paio di baffi.
Autoritratto

Lo stesso umorismo entra nelle pagine dedicate alla sicurezza. Un climber quasi nudo in primavera rischia di diventare un "ghiacciolo di Sylvain Cambon" se la corda si incastra e deve bivaccare. Due alpinisti bloccati vengono definiti "crétins des Alpes". Tra gli aforismi scelti per introdurre i pericoli della montagna avverte: "Se sei morto, lo sei per il resto della vita".
La battuta è grossolana, però si ricorda. Cambon usava il comico come dispositivo di sicurezza: una vignetta di un climber intirizzito comunica più di una formula generica sulla necessità di portare indumenti adeguati.
Il suo umorismo aveva anche lati meno difendibili. Parlando di una vecchia vignetta sulla commissione del Parco, ammette di aver eliminato tre fumetti con contenuti sessisti, omofobi e razzisti. Li definisce provocatori e politicamente scorretti, poi racconta di averli tolti dopo le pressioni di un amico e per mantenere rapporti decenti con il Parc National des Écrins.
L'ammissione resta goffa. Serve comunque a evitare una lettura troppo pulita del personaggio. L'irriverenza di Cambon aveva punti ciechi, come spesso accade negli ambienti convinti che una battuta sia innocua solo perché fa ridere chi la pronuncia.

Viva i gradi facili
Il dato più interessante delle vie di Cambon riguarda il pubblico al quale erano destinate. Nella guida vengono contati 107 itinerari compresi tra il 5a e il 6a, 92 dei quali completamente attrezzati. Il commento è netto: "Vive les petits niveaux" (Viva i gradi facili).
Oggi il valore di un'area viene spesso raccontato attraverso il grado più alto ma Cambon ragionava su un'altra scala: cercava pareti sulle quali una cordata normale potesse trascorrere una giornata lunga, arrampicare da primi e tornare al campeggio senza aver bisogno del 7b come livello obbligatorio.
Negli ultimi anni prendeva in giro il proprio calo di prestazioni: ammetteva di essere arrivato vicino al 6c, senza aver mai salito un 7a, e riportava il giudizio di un compagno che aveva definito il suo livello "di merda". La risposta è una delle osservazioni più lucide della guida: "ciascuno rappresenta il livello di merda di qualcun altro". Anche chi si trova momentaneamente in cima alla scala verrà prima o poi superato. Il grado, per Cambon, rimaneva una mera informazione tecnica e non una patente di guida per pareti grandi o piccole.

Con l'età iniziò a cercare linee più corte e semplici, talvolta in settori che un tempo avrebbe considerato secondari o totalmente inappropriati all'apertura, come ad esempio la parete dove ora corre La Raclure. Scrive di essere ormai ridotto a prendere gli avanzi, aprendo vie poco interessanti per i forti. Poi, in quegli stessi avanzi, trovava La Part des Anges, Damoclès, Hanches en miettes o Mou du Cul. Itinerari frequentati da moltissime cordate di livello medio.
Dietro una via di 5c restavano le stesse giornate trascorse a togliere zolle, tagliare arbusti, consolidare lame, trovare la linea delle calate e trasportare il materiale avanti e indietro. Il granito di bassa quota di Ailefroide è spesso coperto di vegetazione e le fessure possono essere intasate di terra se va bene, o alla peggio di blocchi, quindi le pareti più abbattute richiedono parecchio lavoro manuale prima di diventare arrampicabili con un minimo di decenza.
Questo spiega anche la posizione poco ideologica di Cambon sul trad: riconosceva il valore delle vie da proteggere, aiutò a conservarne alcune e seguì con interesse le nuove aperture di Guillaume Christian. Osservava però che il terreno di Ailefroide offre poche fessure adatte a una protezione continua. Gli itinerari a spit si sviluppano sulle placche più piulite (anche se muschiose) lontane dalle fessure e raramente sottraggono spazio a linee trad credibili.

Snoopy, o dell'etica senza tribunale
La storia di Snoopy mostra bene il modo in cui ad Ailefroide si è discusso di etica.
Nel 1973 Bernard Gorgeon e Maxime André aprirono la via con un solo chiodo e protezioni veloci e nel 1989 Fred Augé la attrezzò a spit senza chiedere il consenso agli apritori. Non ci fu una vera opposizione, gli spit erano ancora una novità e le regole condivise risultavano piuttosto vaghe.
Nel 2006 la guida Sébastien Foissac propose di schiodare Snoopy e restituirle una parte del carattere originario. Le ragioni erano solide: rispetto per gli apritori e conservazione di uno stile raro ad Ailefroide. Le obiezioni lo erano altrettanto. Una via trad richiede esperienza e una serie di friend, con un discreto costo che esclude automaticamente alcuni climber più squattrinati. Qualcuno faceva notare che sarebbe bastato ignorare gli spit. Altri chiedevano perché non aprire una nuova via invece di modificare quella esistente.

Gorgeon accolse positivamente il progetto e propose una soluzione intermedia: soste attrezzate e pochi ancoraggi per tiro, sufficienti a evitare cadute direttamente sulla sosta. Cambon si dichiarò favorevole, aggiungendo due condizioni. Il lavoro doveva procedere con calma e ricevere l'approvazione della comunità che aveva costruito Ailefroide: apritori, guide, climber locali, giovani e vecchi. La sua frase è semplice: "Ad Ailefroide l'arrampicata non è una guerra".
Il progetto impiegò anni. Nel 2021 il Comune e il Dipartimento finanziarono infine la rimozione di una parte degli spit, mantenendo le soste e alcuni ancoraggi per limitare l'esposizione. Snoopy divenne una via parzialmente attrezzata, abbastanza vicina alla propria storia senza fingere che quarant'anni di frequentazione non fossero mai esistiti.
Questa vicenda offre un'indicazione utile anche fuori dalla Francia. Il rispetto dell'apritore conta ma conta pure la storia successiva della via. Tra questi due punti si inseriscono l'uso consolidato, il livello di rischio accettabile, l'accessibilità economica e il parere di chi vive il luogo. La soluzione richiese quindici anni. È un tempo poco adatto ai social network, dove una fila di spit può essere condannata, difesa o rimossa nel giro di un pomeriggio...

Il Parco, tra aquile e formulari
Cambon prendeva spesso in giro il Parc National des Écrins. Nelle sue pagine compaiono aquile invitate a nidificare altrove, funzionari che dettano l'etica seduti dietro una scrivania e commissioni incapaci di decidere se una via abbia troppi spit, troppo pochi o l'apritore è sbagliato.
Scrive però con altrettanta chiarezza che il Parco è un bene per il massiccio. Lo considera necessario per difendere la montagna dalla sovrafrequentazione e dall'industrializzazione, citando il rischio rappresentato dall'espansione dei vicini comprensori sciistici. Accetta l'esistenza di zone vietate per proteggere rapaci, fauna e vegetazione. Nelle sue proposte pratiche chiede ai climber di evitare anche i blocchi situati nelle aree sensibili.
Il conflitto riguardava soprattutto il metodo del parco. Nel 1993 il Parco, la FFME, il CAF, la Compagnie des Guides de l'Oisans, Mountain Wilderness, l'ONF e altri soggetti firmarono la Convention Escalade et Alpinisme. Ogni primavera una commissione esaminava i progetti di nuove vie e stabiliva le zone aperte e quelle interdette. Jean-Pierre Nicollet riuscì per anni a tenere insieme posizioni molto distanti.
Il sistema produsse risultati alterni: in alcune stagioni quasi tutti i progetti venivano accettati. In altre, pochissimi. Molti apritori rinunciarono a presentare domande e si spostarono altrove. Qualcuno aprì senza autorizzazione. Cambon, abituato da insegnante a compilare anche i formulari più assurdi, continuò a sottoporre le proprie richieste e attese sette anni prima che si sbloccasse una lunga fase di fermo.
Uno degli episodi più paradossali riguarda Rossinante. Nel 2008 Guillaume Christian aprì sul Plan des Durs una via trad, ripulendo a lungo la parete e senza lasciare spit. Chiese poi il permesso di aggiungere tre ancoraggi per rendere più omogeneo un itinerario altrimenti poco abbordabile. La commissione rifiutò, mentre nello stesso periodo autorizzava progetti molto più attrezzati. Il risultato fu esattamente quello che una regolamentazione dovrebbe evitare: gli apritori di vie trad capirono che, per mettere pochi punti, era più semplice non chiedere.

Il caso di Pachamama fu ancora più pesante. Jean Delpy e Jean-Marc De Robert aprirono nel 1999 tredici tiri dal 6a al 7b su una parete classificata come zona proibita, dichiarando di non essere a conoscenza del divieto. Presero contatto con il Parco e avviarono un dialogo. Le riunioni successive decisero comunque la schiodatura senza invitare i due apritori a presentare le proprie ragioni. Nel 2001 la via fu rimossa a spese pubbliche.
Cambon proponeva una chiusura stagionale, legata alla presenza effettiva delle aquile, e un confronto diretto con gli interessati. Pachamama rimase una via fantasma: aperta, ripetuta, battezzata e poi resa inaccessibile nella forma originaria.

Il burocrate detta i sei comandamenti dell'etica


Tra la caricatura dell'aquila e il regolamento c'era anche una rete di persone capaci di parlare linguaggi diversi. André Buisson ne è un buon esempio. Consigliere comunale, per anni responsabile dell'ufficio guide, cacciatore e profondo conoscitore della fauna locale, si trovava al centro di gruppi che spesso si guardavano con sospetto. Il Parco si rivolgeva a lui per localizzare le aree di nidificazione. I climber gli chiedevano informazioni sulle vie. Conosceva l'impatto dell'arrampicata sull'economia della valle e quello della frequentazione sugli animali.
Le convenzioni funzionano meglio quando attorno al tavolo siede qualcuno così. Una persona che conosce il nome della parete, del chiodatore e dell'aquila..

Una topo serve anche a comprare gli spit
Nella ricostruzione di Cambon, le federazioni offrirono pochissimo materiale per le grandi vie di Ailefroide. CAF e FFME sostennero talvolta alcuni interventi, ma il grosso delle aperture venne realizzato con attrezzatura personale, con i fondi del piccolo club Écrins Escalade e con i ricavi delle guide.
Il Bureau des Guides non organizzava direttamente campagne di chiodature, donava però materiale agli apritori e destinava alle nuove vie i guadagni ottenuti dalla vendita della topo di Ailefroide presso il proprio ufficio. Molte guide erano anche chiodatori: Fred Roulx, Francis Élichabe, Hervé Dégonon, Guillaume Christian, Jacques Perrier, Marie-Claire Hourcade e altri. La distinzione tra professionisti, volontari e apritori rimaneva piuttosto porosa.
Per questo Cambon reagiva con tanta durezza alle guide che riprendevano il lavoro altrui e alle piattaforme web di topo-sharing gratuite.
La sua polemica contro Jean-Jacques Rolland e Camptocamp è feroce. Accusa il primo di aver pubblicato decine di vie di Ailefroide senza aver contribuito alla loro apertura o manutenzione. A C2C contesta l'ambizione di costruire una topo completa e gratuita senza prevedere un ritorno economico per chi sostituisce soste e ancoraggi.
Il tono supera spesso la misura. In una vignetta un rapinatore intima di consegnargli 583 tiri attrezzati. In un'altra, il web admin di C2C scopre con enorme stupore che una via moderna contiene materiale lasciato volontariamente in parete e che quel materiale, prima o poi, deve essere sostituito.
Cambon arrivò anche a inserire volontariamente, sette informazioni sbagliate nell'edizione 2005, limitandole - secondo il suo racconto - a dettagli incapaci di mettere in pericolo i climber e facilmente riconoscibili da chi conosceva il luogo. Gli errori reali erano dodici e rolland ne avrebbe ripresi sei nella propria guida.
Come trappola per individuare una copia è ingegnosa, come pratica editoriale in una relazione alpinistica rimane discutibile. Il lettore dovrebbe poter presumere che ogni errore sia involontario.
Il punto economico, invece, resiste alla provocazione. Aprire una via costa. Richiodarla costa di nuovo. Una descrizione gratuita può aumentare rapidamente la frequentazione senza produrre un solo ancoraggio. Il problema non si risolve difendendo a priori la carta o accusando chi condivide una relazione. Serve un meccanismo che riporti una parte del valore verso la parete. Ad Ailefroide quel meccanismo era la guida locale. Comprare la topo significava mettere qualche euro nel prossimo sacchetto di resinati.



Dopo Cambon
Jean-Michel Cambon morì in un incidente il 12 marzo 2020. Aveva aperto e mantenuto vie nell'Oisans per più di quarant'anni e pubblicato le guide di Ailefroide, La Bérarde, Oisans Est e Oisans Ovest. Il problema lasciato alla famiglia andava ben oltre la ristampa di alcuni libri.
C'erano centinaia di tiri da controllare.
La raccolta per il cairn commemorativo 
(l'ometto gigante) produsse un avanzo di 5.200 euro. Il denaro venne destinato al nuovo progetto editoriale Oisans Nouveau, Oisans Sauvage. Nel maggio 2021 il collettivo si trasformò formalmente nell'associazione ONOS, con lo scopo di coordinare la richiodatura delle vie dell'Oisans, sostituire il materiale deteriorato e ridurre le esposizioni eccessive rispettando il carattere originario degli itinerari. Entro il 2024 dichiarava circa sessanta vie di media e alta montagna già sistemate grazie al lavoro volontario.
La famiglia costituì anche l'associazione Topos Cambon. Babeth Rambaud raccolse gli archivi e le informazioni lasciate da JMC. Il figlio Sylvain aggiornò relazioni e dati tecnici. Francis Élichabe verificò i settori di falesia, forte di trent'anni di manutenzione volontaria ad Ailefroide.
I ricavi delle nuove edizioni finanziano ONOS, l'acquisto di materiale per le richiodature e, quando esistono progetti, nuove aperture. Adesioni, donazioni e lavoro volontario completano il sistema.

"Se l'avessi saputo, avrei aperto di più"

La vera novità arrivò dal Comune di Vallouise-Pelvoux. Cambon aveva trascorso anni lamentando il disinteresse delle istituzioni e non si aspettava molto dall'amministrazione locale. Dopo la sua morte, il Comune decise di assumersi una parte della manutenzione, con il cofinanziamento del Dipartimento delle Hautes-Alpes.
Il Bureau des Guides, coordinato da Sylvain Rivoire, venne incaricato dei lavori. Tra il 2021 e il 2024 il rendiconto tecnico elenca almeno 17 vie lunghe richiodate, tra cui Snoopy, Fissure Ailefroide, Palavar les Flots, La Vie devant soi, La Rivière Kwai, Écrins Total e La Cocarde. Il programma comunale ha interessato anche circa 150 monotiri nei settori di La Gorge, La Fissure, Les Étoiles, Tenue de Soirée e La Draye.
Gli interventi sono stati eseguiti con ancoraggi resinati, mantenendo per quanto possibile l'impegno e la logica degli apritori. Le situazioni con rischio evidente di caduta a terra o direttamente in sosta sono state corrette. Il resto non è stato trasformato automaticamente in palestra.
ONOS continua a occuparsi delle operazioni volontarie e dei lavori minori. Il Bureau mette a disposizione la conoscenza del terreno e le competenze professionali. Il Comune e il Dipartimento finanziano le campagne più estese. Topos Cambon mantiene il circuito economico delle guide. Sylvain Rivoire coordina i passaggi tra questi soggetti.
È qui che Ailefroide diventa un caso interessante.
Cambon aveva costruito molto attraverso una quantità fuori scala di lavoro personale. Dopo la sua morte, quel patrimonio rischiava di deteriorarsi insieme agli spit degli anni 90. La risposta ha distribuito il peso tra famiglia, apritori, guide, volontari e amministrazione.

Un modello pieno di discussioni
Ailefroide continua ad avere contraddizioni. Ci sono vie aperte senza autorizzazione, progetti bloccati, vecchie chiodature contestate, interventi istituzionali arrivati tardi e idee diverse su quanto una richiodatura debba modificare l'originale. Proprio per questo il suo esempio è utile.
La collaborazione non è nata da una comunità sempre concorde. È arrivata dopo decenni di attriti, quando è diventato evidente che il lavoro di un singolo non poteva reggere per sempre. Il Parco ha riconosciuto l'arrampicata come attività da governare, il Comune ha riconosciuto le vie come parte del proprio territorio e della propria economia. Le guide hanno accettato un ruolo operativo. Gli apritori hanno condiviso informazioni e, almeno in alcuni casi, discusso le modifiche. Le associazioni hanno creato un passaggio leggibile tra il denaro delle guide e il materiale messo in parete.
Anche il climber entra in questo patto: compra la guida locale, segnala un ancoraggio deteriorato, evita di spostare gli spit secondo il proprio gusto, rispetta le aree di nidificazione e magari dedica un'ora a liberare un sentiero invaso dall'erba. La parete frequentata da centinaia di persone non si mantiene per generazione spontanea.
Cambon lo aveva capito molto bene. Per questo, dalla prima vignetta della guida, ringrazia tutti e subito dopo assegna un lavoro.

A way to help maintain the routes!

Niente finale solenne insomma, probabilmente lo avrebbe rovinato con una battuta.
JMC vi guarda: mettete il casco, controllate la lunghezza delle corde e non rubate gli spit: nella sua guida avverte che l'inferno è troppo caldo per portarceli.
Poi arrampicate, in fondo come scrive nell'ultima pagina, è solo per divertirsi.

ML

Malga Cornetto, Via Fuga dall’Afa (250 m, IV+)

Zona: Sengio Alto 
Sviluppo: 245 m 
Esposizione: N
Tempo: 2 h
Difficoltà: IV+
Materiale: singola, rinvii, friend m.p.
Discesa: 1 h


Fuga dall’Afa sale in un settore appartato del Sengio Alto, nella parte superiore del boale interessato dalla grande frana del Pilastro del Vajo Stretto. La linea si sviluppa su roccia molto lavorata, tra placche, brevi speroni e piccoli risalti, a destra delle Guglie Superiori della Cavalcata alta della Kora. La via è stata aperta nell’agosto 2024 da M. Canova e G. Roncolato. Alcuni tratti delle prime due lunghezze risultavano già percorsi da sconosciuti. L’avvicinamento attraversa una zona di frana e alcuni canali erbosi, dove è necessario prestare attenzione alla stabilità del terreno.

Accesso: seguire il sentiero diretto al Vajo Stretto fino a raggiungere un grosso masso. Abbandonare il percorso principale e salire verso sinistra lungo tracce nel bosco, fino alla zona della frana. Rimanere sotto il Pilastro Dalai Lama, oltrepassando gli attacchi delle vie Nirvana e della Fessura. Superato il canale di discesa del pilastro, continuare nel canale erboso a sinistra e passare sulla destra della prima e della seconda guglia della Cavalcata Kora/Classica. L’attacco si trova sulla placca evidente posta al di la del canale qui molto stretto, di fronte alla seconda guglia. È possibile raggiungerlo anche dopo aver salito una delle vie del Pilastro Dalai Lama: dall’uscita seguire la traccia che conduce alla placca iniziale di Fuga dall’Afa. 50 min.

Discesa: dall’ultima sosta proseguire in salita tenendo leggermente la destra verso la sommità prativa del Coston del Cornetto. Raggiunta la dorsale si trova la traccia (bollo rosso) che scende nel boale e da qui salire alla Sella dell’Emmele oppure scedere ancora verso dalla Ferrata del Vajo Stretto che riconduce alla base più direttamente.1 h.




Placca di attacco della via



La guglietta da raggirare


spuntone antropomorfo

domenica 2 agosto 2026

Val Vanoi - Pilastro de Gardelin, Via Maestro Pante (200 m, V)

Zona: Caoria, Valle del Vanoi
Sviluppo: 200 m
Esposizione: SW
Tempo: 2 h
Difficoltà: max V
Materiale: mezze e 12 rinvii
Discesa: in doppia


Maestro Pante percorre lo spigolo sud-ovest del Pilastro de Gardelin, nei pressi di Caoria, con una linea di difficoltà moderate che sale accanto all'evidente cascatella visibile dopo la centrale salendo al rifugio Refavaie. La roccia è generalmente buona anche se ancora un po' sporca di terra della recente apertura e pulizia..
Aperta da Fabrizio Rattin nel novembre 2025. Attrezzata a fix da 10 mm e alcuni chiodi normali specialmente nel gratto di granito giallo. Le soste sono su catena o albero tutte dotate di anello di calata..

Accesso: superato l’abitato di Caoria, proseguire verso il Rifugio Refavaie. Oltrepassare la centrale idroelettrica e lasciare l’auto nello slargo sulla sinistra subito dopo il secondo ponte.
Seguire la traccia segnalata da un cartello con il nome della via e da alcuni ometti, mantenendosi sulla sinistra idrografica del Vanoi fino al greto. L’attacco si trova circa 20 metri a sinistra della cascata, alla base di una rampa-placca obliqua da sinistra verso destra. Scritta alla partenza. 5 min.

Descrizione:
L1 - Seguire la rampa verso destra, quindi salire in verticale fino a un breve tratto aggettante. Superarlo spostandosi a destra e continuare su placca più semplice fino alla sosta vicina allo spigolo. 30 m, III/IV, un passaggio di V o A0.
L2 - Muoversi appena a destra della sosta e proseguire sulla faccia sinistra dello sperone. Raggiungere la grande terrazza e sostare su un grosso pino. 30 m, III.
L3 - Attraversare la terrazza verso sinistra fino a un piccolo diedro. Salire in diagonale a destra, raggiungere il filo dello spigolo e seguirlo fino al pino di sosta presso una forcelletta. 45 m, IV.
L4 - Affrontare le placche poste sopra la sosta, appoggiate a una piccola lama. Superare un breve risalto con un movimento verso sinistra, continuare in placca e portarsi obliquamente a destra sullo spigolo, ormai vicino alla cascata. 40 m, III/IV, un passaggio di V-.
L5 - Partire poco a sinistra della sosta e salire direttamente lungo il filo del piccolo spigolo. 25 m, III+.
L6 - Proseguire sulle placche articolate e uscire verso destra al grande pino sommitale. 35 m, III..

Discesa: è possibile rientrare con corde doppie lungo l’itinerario, utilizzando le soste con anello facendo. I primi 2 tiri si possono unire in un unica calata da 50 m.









mercoledì 29 luglio 2026

Zig-Zag tra le classiche

Sono passati quasi dieci anni dall’apertura della via che diede origine a Zig Zag tra le Ombre, l’articolo con cui Alberto Peruffo attaccò la Diretta delle ombre, aperta nel 2017 sulla parete Sud del Baffelàn da Confente, Gianesini e dal sottoscritto. Per molto tempo abbiamo evitato di alimentare quella polemica, ma, ciclicamente riaffiora, sovente alimentata o dai trolls del GognaBlog o da una manciata di nostri haters annidiati nella piazza di facebook. 

Oggi ritengo necessario rispondere, perché la discussione ha superato da tempo il confronto fra differenti modi di intendere l’apertura di una via. Peruffo aveva pieno diritto di ripeterla, criticarla, contestarne la chiodatura e proporre una diversa ricostruzione storica. Nel suo stesso articolo riconosce che si tratta di una bella linea e che merita di essere ripetuta. Poi il tono cambia. La critica tecnica diventa una delegittimazione degli apritori, del loro ruolo di istruttori CAI e perfino del loro diritto di intervenire sul Baffelàn. Il passaggio più grave riguarda la rimozione delle protezioni. Peruffo invitò apertamente gli apritori a togliere gli spit e sostenne che, qualora non lo avessero fatto, altri alpinisti avrebbero avuto il diritto di intervenire. In seguito la Diretta delle ombre è stata schiodata nel settembre 2025 e la scatola con i chiodi e il libro di via è stata ritrovata a 120 km di distanza a Spiazzi nel veronese da Giuseppe Vidali, quasi in concomitanza con l'evento al Malù Bar sui vandalismi alle vie in Val d'Adige...che coincidenza. Non conosco l’identità di chi ha materialmente compiuto l’intervento e non attribuirò incarichi diretti in assenza di prove. 

A. Peruffo durante una ripetizione della Montecchiani

Discutere di una via è normale, anche una critica molto dura può avere una sua utilità, purché resti ancorata alla relazione, alla storia della parete, alle protezioni presenti e ai passaggi effettivamente percorsi. L’articolo di Peruffo entra inizialmente in questo terreno, per poi abbandonarlo quasi subito. Dopo aver contestato il nome, i gradi e l’uso degli spit, definisce la via un “insulto”, parla di “sfregio” e mette in dubbio che gli apritori possano essere considerati veri alpinisti. Arriva infine a domandarsi se fossimo “istruttori o distruttori del CAI”. 

Nella postilla, aggiunta in seguito alle rimostranze verso l'articolo dell’allora direttore della Scuola di Alpinismo di Montecchio, Alessio Gualdo (CAAI), sostiene che sia difficile conciliare il ruolo di istruttore con l’apertura di una via di questo tipo e chiede pubblicamente al CAI di Montecchio Maggiore di richiamare i propri istruttori.

Definire degli istruttori “distruttori” non aiuta certo a stabilire dove passassero le presunte salite perdute dei fratelli Soldà, quelle che secondo i contestatori passavano proprio da quelle placche tra le vie Cocco e Sgreva. Definirci distruttori ha però aiutato il sottoscritto a trovare quella motivazione in più per conseguire il titolo di Istruttore Nazionale di Alpinismo e, in seguito, raccogliere il testimone alla direzione della stessa Scuola. Una realtà oggi più giovane e viva che mai, della quale peraltro, Peruffo in passato ne è stato una meteora. 

Tutta questa vicenda è stata un attacco diretto alla reputazione delle persone coinvolte, alla loro preparazione e al loro ruolo. Personalmente considero quelle parole infamanti, oltre che profondamente ineleganti da parte di un intellettuale. Peruffo avrebbe potuto contestare la via e basta ma ha scelto invece la delegittimazione pubblica, formulando giudizi su persone che non conosceva e non conosce realmente e delle quali, evidentemente, aveva raccolto soltanto opinioni filtrate da terzi, mossi da evidentissimo pregiudizio, indivia e rancore.

Diretta

Sul tema della schiodatura, le parole pubblicate nel 2019 sono chiare: si consiglia agli apritori di tornare sulla via e togliere gli spit e se non lo avessero fatto, ogni alpinista dotato della consapevolezza da lui richiesta avrebbe avuto “il diritto di farlo. Di togliere quegli spit”. Conclude poi: “Perciò, se qualcuno in piena coscienza, decide di toglierli, li tolga.” E aggiunge: “Spero lo facciano gli apritori.” Nello stesso passaggio rivendica per sé e per altri una presunta autorità fondata sui rispettivi percorsi personali. Queste sono frasi ancora leggibili nella pubblicazione sul suo blog

Qualcuno, in seguito, è realmente salito sulla Diretta delle ombre e ha rimosso le protezioni. Chi ha eseguito il lavoro conserva la responsabilità materiale della propria decisione ma sarebbe però poco onesto separare completamente quel gesto dal clima che lo aveva preceduto. Peruffo aveva indicato la schiodatura come un atto legittimo, aveva attribuito ad altri il diritto di compierla e aveva presentato gli apritori come responsabili di uno sfregio indicibile, quasi edipico di Mottiana memoria. Armiamoci e partite insomma.. e chi invita pubblicamente al vandalismo non può considerarsi completamente estraneo quando qualcuno raccoglie quell’invito. 

Una via può essere criticata e può essere evitata, un ripetitore può scegliere di non utilizzare gli spit, ma rimuovere le protezioni collocate dagli apritori è un intervento di natura diversa: modifica materialmente l’itinerario e cambia le condizioni affrontate dalle cordate successive. Può generare un problema di sicurezza quando circola da un decennio la relazione che descrive protezioni in realtà assenti (non tutti guardano la piazza di facebook per rimanere aggiornati). Una decisione simile non dovrebbe appartenere al singolo che si considera più consapevole, più storico, più autorevole degli altri e che ha tra le mani un piccolissimo tribunale privato. 

La questione appare ancora più evidente osservando la Via dei Montecchiani Ribelli, aperta nel 2015 sulla parete Nord del Baffelan dallo stesso Peruffo assieme al suo discepolo, anch'esso ex istruttore della sopracitata scuola. La via ha uno sviluppo dichiarato di 165 m, difficoltà massima di VIII- e obbligatorio di VI+. Viene descritta come aperta dal basso, con chiodi artigianali e protezioni naturali. La relazione degli stessi apritori riporta dati molto precisi: l'attacco è situato cinque metri a sinistra della Via Vicenza, il terzo tiro parte da una “sosta in comune con la via Thiene”, il quarto tiro parte da una “sosta su golfaro in comune con la Vicenza”. Questi elementi non derivano da una testimonianza orale, da una relazione degli anni '20 difficile da interpretare o da un vecchio chiodo trovato in una zona approssimativa della pareteLa via si sviluppa in un settore già attraversato da 3 itinerari classici e utilizza più punti comuni con 2 degli stessi. La si può considerare una linea bella e difficile, si può apprezzarne lo stile di apertura, la qualità della roccia e il valore dei singoli passaggi. Ma rimane anche questa una via fortemente interconnessa con itinerari precedenti e per alcuni aspetti, a differenza della Diretta, appare più un raccordo, o addirittura una variante, più che una linea dotata di autonomia e identità propria. 

Perché ciò che sulla parete Sud viene definito violazione, insulto e sfregio diventa un'apertura in pompa magna sulla parete Nord? Perché la possibile sovrapposizione con linee non più ricostruibili condanna la Diretta delle ombre, mentre due soste dichiaratamente comuni con la via Thiene e la via Vicenza non sembrano porre alcun problema alla Montecchiani Perché gli "incroci" fantasma degli altri autorizzerebbero una schiodatura, mentre quelli propri reali rientrerebbero nella normale complessità della parete? Una regola può essere severa ma deve valere per tutti. 

Montecchiani

Il problema è il doppio standard: le pareti storiche sono composte da linee che si avvicinano, si allontanano e talvolta si incrociano, condividono cenge, camini, soste e tratti obbligati. Esistono varianti, tentativi interrotti, calate e passaggi dei quali non è rimasta una documentazione sufficiente. Sul Baffelàn, come su molte pareti percorse da quasi un secolo, la separazione geometrica assoluta è spesso impossibile; il punto riguarda il criterio usato per leggere questa complessità. Nel nostro caso, la presenza di vecchi segni sparsi e la possibile interferenza con salite delle quali non era sopravvissuto un tracciato preciso sono state usate per negare dignità all’intera apertura. Nel caso della Montecchiani, la condivisione di soste con 2 vie classiche viene accettata come parte dell’itinerario. La differenza di giudizio sembra dipendere dal nome dell’apritore: nel proprio articolo Peruffo rivendica un’autorità derivante dal suo percorso personale, usandola per sostenere il diritto di ribaltare quanto realizzato da noi. Nessun curriculum attribuisce il diritto di cancellare unilateralmente una via, la storia personale merita rispetto ma per questo una parete non diventa una proprietà privata.

Applicando alla lettera il principio usato contro la Diretta delle ombre, qualcuno potrebbe sostenere che anche la Montecchiani Ribelli debba essere schiodata perchè anch'essa non degna secondo i canoni peruffiani, ma sarebbe la prosecuzione dello stesso errore. Una rimozione compiuta per ritorsione trasformerebbe una richiesta di giustizia in una vendetta. Confermerebbe l’idea che ogni alpinista possa modificare le vie degli altri sulla base della propria autorità morale. Lo potremmo fare ma non lo faremo. Chiediamo alla comunità che la Montecchiani Ribelli (ma anche la Arcoiris & Butterfly che in parte si sovrappone sportivamente alla Casara) venga applicata la stessa attenzione riservata alla nostra via, e si sottoscriva che non è una via ma un incrocio, una variante di classiche. 

La vicenda si collega a un problema più ampio e reale: il destino delle vie delle quali sono andati perduti il tracciato, la relazione e ogni riferimento certo, in sostanza una parete, non può rimanere in ostaggio ed è quello che continueremo a portare avantiUna salita storica può essere realmente avvenuta e meritare pieno riconoscimento ma quando nessuno riesce più a localizzarla, il suo ricordo non può congelare per sempre un intero settore e per questo sarebbe necessario istituire un testamento spirituale dell'apritore, come suggerito da Alessio Conz nel suo Spit in Dolomiti, che suggerisco di leggere.

Spit in Dolomiti, A.Conz - Ed. Versante Sud

Rispettare la storia significa fare ricerca, consultare archivi, ricostruire relazioni e raccogliere fotografie e testimonianze, senza però arrogarsi il diritto di parlare al posto dei morti. Le supposizioni non possono diventare confini di comodo larghi decine di metri e allo stesso tempo, una via documentata e riconoscibile non può essere cancellata perché qualcuno si considera investito dell’autorità per farlo.  

Non chiediamo immunità dalle critiche: la Diretta delle ombre può essere discussa, ripetuta, valutata e confrontata con i documenti storici. Qualcuno potrà continuare a considerarla troppo chiodata, altri troppo poco, antri ancora incompatibile con la propria idea di alpinismo. Ma rimane appunto la propria. Rifiutiamo la delegittimazione personale, anche quella recente in cui in un ennesimo scivolone il Peruffo accosta il nostro nome al fascismo ("patacca e stella uncinata"), cosa assai risibile per chi ci conosce veramente visto che personalmente ho frequentato l'ambiente musicale dei centri sociali fino a non meno di 10 anni fa. 

Il Baffelàn non appartiene ad Alberto Peruffo e nemmeno a noi: appartiene alla propria storia geologica prima e alpinistica poi. Una comunità adulta dovrebbe confrontarsi con responsabilità e rispetto reciproco, quindi chiediamo una cosa semplice: lo stesso metro per tutti oltre che a delle scuse formali per tutte le ingiurie sopportate stoicamente in questo decennio.

Il ripristino della Diretta ovviamente sarà eseguito, la via originaria aveva un carattere semi-alpinistico. Le protezioni fisse erano concentrate nei punti ritenuti più delicati, mentre in altri tratti erano presenti i chiodi forgiati dal compianto Franco Sartori CAAI. Se nessuno fosse intervenuto, sarebbe rimasta così. La rimozione anonima delle protezioni ha cambiato le nostre condizioni, per questo la Diretta delle ombre assumerà una nuova identità. Diventerà una via sportiva al 100%, sul modello della vicina Roby Cocco: attrezzatura coerentemente, linea riconoscibile e relazione aggiornata.  

Chi è intervenuto voleva eliminare gli spit e cancellare l’identità della via ma otterrà l’effetto contrario. La Diretta tornerà sulla parete più "diretta" di prima e non sarà più una via semi-alpinistica. Se qualcuno, però, muoverà ancora la mano dopo il restauro della stessa, visto che la misura è ormai colma, è avvisato: la via dei Montecchiani seguirà lo stesso destino, verrà spittata alla stessa maniera ed il complesso edipico troverà la sua degna conclusione.

ML

domenica 26 luglio 2026

Ailefroide, La Raclure (180 m, 5c, 5a obb.)

Zona: Paroi de la Draye 
Sviluppo: 180 m
Esposizione: W
Tempo: circa 3 h
Difficoltà: 5c, 5a obb.; variante finale 6a
Materiale: singola,12 rinvii
Discesa: a piedi

Via aperta dal compianto Jean-Michel Cambon nel 2013 e sale le placche granitiche alla base della Tête de la Draye, in uno dei settori più comodi di Ailefroide, dove si può scalare con la corda singola grazie al rientro a piedi. Il nome gogliardico significa letteralmente “raschiatura” (del muschio molto probabilmente), o “scarto” e, nel francese popolare, può diventare un insulto vicino a “feccia”. La vena goliardica prosegue con le vie vicine: "Mou du Cul" suona come “molle di culo” o "Niveau de Crotte" equivale a un poco lusinghiero “livello di cacca”. L’itinerario, mai esposto, alterna placche di aderenza, piccoli spigoli e brevi muri più ripidi, seguendo una linea ben attrezzata a fix. Le difficoltà rimangono contenute, anche se alcuni passaggi richiedono precisione. Nell’ultima parte è possibile scegliere tra l’uscita più facile verso sinistra e una variante diretta più impegnativa (6a). Unica nota negativa è lo scavo di alcune prese per le mani per mantenere basso l'obbligatorio.


Accesso: Dal ponte sul Torrent de Saint-Pierre prendere l’ampio sentiero quasi in asse con il ponte, seguendo il cartello per Pelvoux–Les Claux. Il percorso passa tra due case sulla sinistra e una sulla destra, quindi piega a destra in direzione della Tête de la Draye.
Abbandonare qui il sentiero principale e proseguire diritto sulla traccia diretta alla Falaise de la Draye. Dopo circa 60 m si raggiunge un bivio con tre diramazioni: scegliere quella di destra, che attraversa il bosco in piano parallelamente alla parete. Dopo circa 250 m il sentiero passa una trentina di metri sotto le vie più occidentali del settore. La Raclure si trova poco prima di Mou du Cul. L’attacco si trova sulla fila di fix più a sinistra, in corrispondenza di un piccolo pilastro che delimita la placca. Circa 10 min.

Descrizione:
L1 – Superare un breve passaggio iniziale e raggiungere il margine sinistro della placca. Seguire i fix lungo lo spigolo, mantenendo una direzione leggermente verso sinistra fino alla sosta. 5b.
L2 – Spostarsi a sinistra su terreno più semplice e raggiungere la seconda sosta. 4a.
L3 – Aggirare lo spigolo verso sinistra, attraversare una breve zona vegetata e salire il successivo speroncino. Prestare attenzione a non seguire i fix che deviano a destra verso Mou du Cul. 5b.
L4 – Traversare a sinistra, passare nei pressi di un larice piegato e continuare sulle placche fessurate, più ripide nella parte finale. 5a.
L5 – Salire direttamente superando due risalti consecutivi. La sosta si trova appesa poco sopra un piccolo terrazzino. 5b+.
L6 – Affrontare la placca e il breve muretto soprastante, quindi obliquare verso destra fino alla sosta posta sotto l’ultimo settore aggettante. 5c.
L7 – Traversare verso sinistra e risalire i facili gradoni che conducono alla sosta finale e al sentiero della Tête de la Draye. In alternativa si può salire direttamente sotto lo strapiombo e superarlo seguendo la linea di fix. 4a; variante diretta 6a.

Discesa: Seguire verso valle il sentiero della Tête de la Draye. Raggiunta la base delle pareti nel settore Petites Dalles, continuare verso destra in direzione di Ailefroide fino a tornare al parcheggio. Circa 20 min.

Ph credits grandevoie.com










martedì 14 luglio 2026

Castore 4.228 m, Via Normale dal Colle Bettaforca (1.550 m, PD)

Zona: Monte Rosa, Gressoney
Sviluppo: circa 15,7 km
Dislivello: 850 m fino al Rifugio, 640 m fino alla vetta
Esposizione: N, SE la cresta
Tempo: 6-7 h
Difficoltà: PD, pendii nevosi fino a 40°
Materiale: da progressione su ghiacciaio
Discesa: 4-5 h dalla vetta al Colle Bettaforca

Il Castore è uno dei quattromila più frequentati del Monte Rosa. La via normale dalla Valle di Gressoney raggiunge il Rifugio Quintino Sella attraverso la cresta della Bettolina e continua sul Ghiacciaio del Felik fino alla sottile cresta sud-est.
Le difficoltà tecniche restano contenute, mentre la quota, i crepacci e l’esposizione della parte sommitale richiedono esperienza alpinistica. La salita va affrontata in cordata, con condizioni meteorologiche stabili.  La prima ascensione documentata risale al 23 agosto 1861 e fu compiuta da William Mathews e Frederick William Jacomb con la guida Michel Croz, seguendo la cresta sud-est.

Accesso: da Staffal, nell’alta Valle di Gressoney, prendere gli impianti diretti al Colle Bettaforca, a circa 2.727 m. Dal colle seguire il sentiero per il Rifugio Quintino Sella al Felik.
La traccia supera pietraie, dossi rocciosi e il Colle della Bettolina. La parte conclusiva percorre una cresta esposta attrezzata con corde fisse, gradini metallici e un breve ponticello. In presenza di neve o ghiaccio questo tratto può risultare delicato. Il rifugio si trova a 3.585 m, sul margine del Ghiacciaio del Felik. (3 h; circa 4,5 km; 850 m D+)

Descrizione: dal Rifugio Quintino Sella entrare sul Ghiacciaio del Felik e procedere verso N su terreno inizialmente poco inclinato, passando sotto Punta Perazzi.
Continuare in direzione del pendio che conduce al Colle del Felik. La linea esatta dipende dall’apertura dei crepacci e dalle condizioni della terminale. Risalire il tratto più ripido con ampie svolte fino a raggiungere il colle, posto a 4.061 m.
Dal Colle del Felik piegare verso NW e seguire l’ampia dorsale nevosa. Superata Punta Felik, la cresta diventa più stretta e marcata. Proseguire lungo il filo, controllando la possibile presenza di cornici sul versante settentrionale.
Oltrepassata l’anticima, continuare sulla cresta sud-est fino alla sommità del Castore. Il tratto conclusivo è aereo e può diventare impegnativo con neve dura, ghiaccio, vento forte o numerose cordate. Dal rifugio calcolare circa 3-3:30 h e 640 m di dislivello.

Discesa: rientrare lungo la cresta sud-est fino al Colle del Felik, prestando attenzione alle cornici e all’incrocio con le cordate in salita. Scendere quindi sul Ghiacciaio del Felik e tornare al Rifugio Quintino Sella seguendo una linea valutata in base alle condizioni dei crepacci.
Dal rifugio ripercorrere la cresta attrezzata e il sentiero della Bettolina fino al Colle Bettaforca. Nelle giornate calde è opportuno attraversare il ghiacciaio nelle prime ore, prima che i ponti di neve perdano consistenza. Verificare anche l’orario dell’ultima corsa degli impianti e l'orario di pausa pranzo degli stessi (12:45 - 1:00). (2-2:30 h fino al rifugio; 4-5 h complessive fino al Colle Bettaforca)














domenica 5 luglio 2026

Corno d’Aquilio, Via Lessinia Crack (75 m, VII+)

Zona: Lessinia orientale
Sviluppo: 75 m
Esposizione: W
Tempo: 2 h
Difficoltà: VII+ (VI+ e A0/A1), R1/R2
Materiale: friend fino al 5; doppiare 1-2-3-4
Discesa: in doppia
Schizzo degli apritori qui

Il ripido versante ovest del Corno d’Aquilio precipita sulla Val d’Adige in un dedalo di piccole e grandi pareti, un angolo appartato della Lessinia dove l’arrampicata conserva un carattere pienamente alpinistico. Lessinia Crack segue una linea breve e molto fisica, quasi sempre in fessura, su calcare di qualità generalmente ottima. La via è stata aperta il 23 maggio 2026 da Walter Polidori, Said Taghipour e New Rocks team. Le protezioni in posto sono ridotte al minimo: poche tracce lungo i tiri, soste attrezzate e il resto da armeggiare con friends e incastri. Itinerario consigliato a cordate abituate alla scalata trad e clean alla valutazione del terreno, con attenzione ad alcuni blocchi incastrati e ai tratti più delicati. 
Dalla cima della torre il colpo d’occhio sulla Val d’Adige è notevole e l'ambiente ombroso, fresco e ricco di piccoli larici fa sembrare di essere almeno 1000 m più in alto. Sulla stessa torre salgono anche Tastasal e Fessur-INA. Nella zona, poco più avanti si trova la Parete dei Lavoratori con Cotechino e Pearà. Periodo consigliato: fine primavera, estate e autunno. La nostra è stata la prima ripetizione (F.Busato, M.Leorato).

Accesso: raggiungere la località Coste 
di S.Anna d'Alfaedo, in Lessinia orientale. Da Coste proseguire fino al grande e gratuito parcheggio “Tommasi 2”. Dal parcheggio prendere la strada asfaltata che sale a sinistra, seguendo le indicazioni del sentiero 234 per il Corno d’Aquilio. Quando la strada piega a destra, continuare dritti passando nei pressi dell’agriturismo Le Coste. La sterrata diventa poi sentiero e raggiunge una palina con indicazione a sinistra per il sentiero 250, Rocca Pia; proseguire invece dritti sul 234.
Al successivo cartello della Riserva Naturale il sentiero 234 piega a destra, ma si può anche continuare dritti per scalinata terrosa. Al bivio seguente tenere la destra e proseguire a lungo, prima in falsopiano e poi in leggera discesa, fino al tratto in cui il sentiero inizia a salire con decisione. In prossimità di una barriera rocciosa, dove il sentiero piega a destra presso un muretto a secco, abbandonarlo e traversare a sinistra su traccia circa orizzontale, sempre vicini alla fascia rocciosa. In breve oltrepassato un bel masso squadrato si trovano gli attacchi delle 3 via. La prima è Tastasal sotto una fessura-lama. Poi la nostra Lessinia Crack sotto ad un diedro evidente con fessura. Poco oltre inizia Fessur-INA. Ometto e cordone su sasso incastrato poco sopra terra. Attacco GPS: 45°41'04.9"N 10°56'45.6"E. 1 h.

Descrizione:
L1 - Attaccare la fessura, inizialmente con bordo buono poi con buoni incastri di pugno. Si raggiungono due cordoni su massi incastrati ed un fix. Più in alto si trovano due chiodi. Uscita su cengia a sinistra. 20 m, VI, VI+, poi VII+ oppure VI+ e A0/A1 su friend.

L2 - Traversare a destra della sosta (fix), quindi rientrare nel diedro fessurato. Seguire la fessura liscia, aperta e leggermente strapiombante, dove sono presenti in alto due chiodi ed un cordino su masso incastrato. Uscire su cengia erbosa e spostarsi a destra fino alla S2 della via Tastasal. 25 m, VI+, fino al VII+ oppure VI+ e A0/A1 su friend.

L3 - Traversare a sinistra e imboccare un ampio camino. Usciti dal camino si raggiunge una zona più appoggiata, dove da destra arriva la via Tastasal. Continuare pochi metri fino alla S3 di Tastasal. Libro di via. 20 m, V+.

L4 - Salire leggermente e poi traversare a sinistra doppiando lo spigolo. Continuare verso sinistra fino a prendere una piccola fessura poco sotto la cima. Salirla e raggiungere la sosta su cordone. 10 m, 1 passo di VI+.

Discesa: dalla cima scendere con brevissima doppia da cordone a sinistra faccia a valle fino all'anello di S3. Da qui una doppia di 50 m riporta alla base della parete, nei pressi dell’attacco.



Fessura Crack

L1

In partenza da S3

Ultima lunghezza oltre lo spigolo