lunedì 31 marzo 2025

Vajo Ruga del Zalica con variante Sorriso (D, III+, 600 m)

Zona: Monte Zevola
Sviluppo: 600 m
Esposizione: NE
Tempo: 3-4 h
Difficoltà: D 70°
Discesa: a piedi
Materiale: nda, friend mp

Si risale la prima parte per 200 m con pendenza a 45 per poi deviare leggermente a destra ed incontrare il primo risalto (III+, IV in base all'innevamento). Presenti alcuni chiodi e cordoni; sosta in uscita sulla destra. Proseguire nel solco fino alla forcella con la Guglia Zaltron. Abbassarsi con breve corda doppia, traversare il canale principale del Vajo Cesco per salire il bel canalino tortuoso di sinistra (variante Sorriso). Giunti in forcella si disarrampica fino a raggiungere il solare Vajo Largo. Salirlo prendendo il canale centrale con pendenza a 70° e qualche passo di III fino a sbucare in cresta attraverso una goulottina ombrosa sulla sinistra.

Accesso: Parcheggiata l'auto nello slargo sotto alla chiesetta del Rif. Battisti prendere il sentiero 120 in direzione est. Oltrepassato il primo evidente cono di slavinamento del Vajo dell'Acqua il nostro vajo è il conoide immediatamente successivo.

Discesa: per tracce digradare verso sud-est fino a raggiungere l'imbocco del Vajo Ristele che con le sue serpentine conduce al sentiero 120 che riporta al Rifugio Battisti.












Fra' Vecio, Fraveggio (6b+, 150 m, 6a obb.)

Zona: Fraveggio (TN)
Sviluppo: 150 m
Esposizione: E
Tempo: 2-3 h
Difficoltà: 6b (6a obb)
Discesa: a piedi
Materiale: singola e rinvii

Bella via sulla Rupe di Santa Massenza, aperta nel 2024 da Tony Zanetti, Andrea Bressan, Federica Pincigher e Massimo Dorigoni. Ben ripulita e attrezzata a fix e chiodi, con una variante di uscita più semplice che permette di evitare il tiro del Naso del Frate (VIII A0). La variante di uscita incrocia una vecchia via a spit. Consigliato il concatenamento in discesa con la via Scal (necessari friends).

Accesso: dal parcheggio prima del piccolo bordo di Fraveggio lo si attraversa in direzione delle pareti e in discesa per strada cementata prima e forestale poi. Oltrepassare un grande muro a seccoe proseguire circa 200 m lasciando un grosso masso sulla destra per poi prendere una taccia che sale nel bosco fin sotto alla parete. La via atacca sulla destra di Alba Corallina e Nicole 23.

Discesa: salire il bosco con tratti di corda fissa fino ad incrociare il sentiero Scal (10 minuti).  Scendere fino alla strada forestale nei pressi della partenza. Ritornare in leggera salita a Fraveggio (20 min).








lunedì 24 marzo 2025

"Schiodatori" di Tiziana Weiss

Dalla lettura della preziosa ed unica biografia di Enzo Cozzolino, "Dall'alpinista all'uomo", edita dalla XXX Ottobre, emerge la figura di Tiziana Weiss, sua compagna negli ultimi anni prima della tragica scomparsa sulla Torre di Babele. Cercando di approfondire la sua storia al di là delle informazioni ridondanti di Wikipedia, mi sono imbattuto in due vivaci epistole pubblicate su Le Alpi Venete nel 1975, sorprendenti per la loro attualità. 


Ma prima di iniziare, chi era Tiziana Weiss? Sicuramente una delle figure più emblematiche dell’alpinismo triestino che si caratterizzò per la sua vivacità e passione per la montagna. Nata a Trieste negli anni '50, crebbe in un ambiente dove l’alpinismo era vivace e competitivo, con un forte spirito di gruppo e l’utilizzo di innovazioni come il magnesio per arrampicare. La sua passione per la montagna iniziò giovanissima, quando, a dodici anni, vide per la prima volta dei rocciatori di ritorno da una via e decise di seguirne le orme.

Tiziana si distinse sin da subito per il suo approccio autonomo verso l'arrampicata, non necessitando di un partner maschile per scalare. Le sue prime esperienze in montagna la portarono a compiere salite come lo Spigolo Jori alla Fiames e la Tridentina alla Tofana di Rozes. La sua determinazione la spinse ad affrontare l'alpinismo con energia e serietà, diventando una figura di riferimento per l’alpinismo femminile. La sua tecnica e la sua forza mentale la portarono ad arrampicare in alcune delle vie più difficili delle Dolomiti per l'epoca, nei gruppi di Brenta, Fanis, Pale di S. Martino e Alpi Giulie.

Il 1977 fu un anno fondamentale per Tiziana, che partecipò alla spedizione sull’Annapurna III, ma un doppio incidente colpì il gruppo: Luigino Henry non fa più ritorno dalla vetta e Pierino Radin si ferisce gravemente trasformando di fatto la spedizione in una grande operazione di soccorso. Nonostante ciò, la sua voglia di continuare a scalare rimase intatta. Tiziana non cercava la fama, ma un’esperienza autentica con la montagna, in un'epoca in cui l’alpinismo stava cambiando. Il suo spirito libero e il suo amore per la natura erano profondamente legati anche al suo impegno per i diritti civili, come dimostrato dalla sua partecipazione alla manifestazione per la legge sull’aborto.

Soccorso a P. Radin sull'Annapurna III

Tiziana continuò a scalare e a scrivere articoli, conferenze e diapositive che raccontavano la sua passione. La sua morte prematura, avvenuta nel 1978 a soli 26 anni in un incidente sulla Pala del Rifugio in Val Canali, lasciò un vuoto profondo. In sua memoria furono intitolati sentieri e strutture, e il suo nome continua a essere un simbolo di passione e indipendenza nell’alpinismo.

Tornando a noi, la prima lettera, scritta da Tiziana e inviata spontaneamente alla redazione di Le Alpi Venete, ha un tono critico ma leggero; la seconda, in risposta sull'edizione successiva e firmata dall'accademico Ernani Faè, è più formale e mira a una piena assunzione di responsabilità. Il loro scambio, con le dovute proporzioni, sembra riproporre una dinamica eterna: quella di chi ripete le vie di arrampicata con attenzione alla sicurezza e di chi si erge portavoce di battaglie etiche, in un ciclo che probabilmente continuerà finché ambizione e superbia spingeranno l’uomo a rivendicare ruoli e verità che nessuno gli ha assegnato.

Schiodatori

Tiziana Weiss - Sezione XXX Ottobre Trieste

 (Le Alpi Venete Primavera-Estate 1975. Rubrica: Problemi nostri)

Ero incuriosita da tempo e, trovandomi dalle parti del rifugio Vazzoler, in Val dei Cantoni al Civetta, ho deciso di conoscere di persona gli schiodatori. Quelli che da un po’ di tempo, accampando il diritto di ripulire a fondo le pareti da ogni residuo di ferro, hanno portato scompiglio e una certa inquietudine nell’ambiente alpinistico.

Ciò che mi ha maggiormente sorpresa è stato trovare ragazzi semplici, senza grandi arie, che studiano o lavorano tutta la settimana e passano le domeniche in montagna, come la maggior parte di noi. E allora, perché lo fanno? Ho provato a chiederglielo con serenità, frenando lo slancio di rabbia che istintivamente ho avuto. Ne è nato un discorso un po’ strano sul perché e sul come, dal quale è emerso chiaramente che neanche loro sanno bene il motivo reale: si sono trovati coinvolti, sono solo gli esecutori materiali, e gli ideali di purezza non sembrano così limpidi come vorrebbero far credere. C'è qualcosa di meno spirituale e di più commerciale, forse.

Uno di loro mi ha parlato di rispetto verso i grandi dell’alpinismo: Tissi, Andrich, Da Roit, Carlesso, Solleder. Alpinisti forti, che scalavano in libera con pochi chiodi, con grande tecnica e grande passione. "Non è giusto", mi diceva, "che le loro vie siano valutate con il metro dell’eccesso di ferro in parete: è un’offesa al loro nome, alla loro memoria". E fin qui nessuno si sognerebbe di protestare. Le vie del Civetta, dalle Torri alla Nord, negli ultimi anni avevano raggiunto un numero di chiodi effettivamente sproporzionato rispetto alle difficoltà. Ma la schiodatura, se è di rispetto che vogliamo parlare, deve essere fatta con intelligenza, riportando la via almeno allo stato di chiodatura dei primi salitori. E questo non è stato fatto.

Per non citare ancora una volta il ben noto caso della Solleder, dove una cordata si è trovata a passare subito dopo gli schiodatori, con le conseguenze che ne derivano. Mi ha raccontato un amico di Padova che ha percorso la stessa via: nei tratti ormai stabilizzati, come sul terzo tiro della Torre Venezia, non ha trovato un solo chiodo e, di fronte a un passaggio di terzo grado reso più difficile dalla schiodatura, la sua iniziativa è diventata una vera e propria impresa.

Ho chiesto ai miei occasionali interlocutori il loro parere su questo punto, e la risposta è stata evasiva: "Molte volte non è facile distinguere i chiodi di via da quelli di sosta, e allora, se cominciamo a toglierne uno o due, finisce che non se ne toglie più nessuno". Lascio a chi legge ogni commento. È facile per un capocordata superare un chiodo affidando al secondo il compito di toglierlo o spaccarlo. A questo proposito, mi hanno raccontato che questi schiodatori sono molto bravi, hanno stabilito veri e propri record: tre ore alla Carlesso alla Torre Trieste, due ore alla Soldà alla Marmolada. Ma il problema ora non è più il "perché", bensì il "come".


Personalmente, non ho mai avuto bisogno di piantare chiodi di passaggio su una via e, se qualche volta ne ho tolto uno, posso assicurare che non sarebbe stato utile a nessuno. Su qualche via, oggi, si inciampa ancora nei chiodi di una volta: un tempo si scalava in libera, ma non è detto che oggi si debba togliere tutto. Sarebbe meglio che molti alpinisti facessero un esame di coscienza prima di affrontare certe vie a tutti i costi. Non sempre si può giudicare il motivo per cui un alpinista ha dovuto piantare un chiodo: al di là della difficoltà e della preparazione, possono entrare in gioco fattori come il maltempo, il ghiaccio, la necessità di una ritirata veloce.

Intanto, il fenomeno della schiodatura si allarga: dalle Torri alla Nord, dal diedro Philipp al Pan di Zucchero. Gli schiodatori si danno il cambio, hanno convinto persino alcune guide a unirsi a loro. E ora assaltano anche le vie miste e quelle in artificiale.

Voglio porre un problema concreto, la cui realtà però mi sfugge. Una guida, non una qualsiasi, ha impiegato due giorni per schiodare la Carlesso alla Torre Trieste: prima fino alla cengia, poi in vetta. Credo che il compenso richiesto per un simile lavoro vada ben oltre la cifra chiesta a un cliente per la stessa via. Dobbiamo chiederci chi, per puro amore della "purezza", sborsi di tasca propria centinaia di migliaia di lire per ripulire le pareti. Questo è un lato oscuro del problema. Non voglio pensare a un interesse economico, ma è difficile non chiedersi che vantaggio ne possa trarre, ad esempio, una fabbrica di chiodi.

Sulla Carlesso alla Torre Trieste hanno tolto anche i chiodi per le staffe? A questa domanda non ho avuto risposta; e in fondo, loro stessi non hanno risposte. Eppure continuano indisturbati, senza nemmeno doversi giustificare.

Fra poco si sposteranno altrove: in Civetta non ci saranno più chiodi da togliere. Dove andranno? Nelle Pale? In Brenta, a rimuovere gli anelli cementati delle doppie sul Campanile Basso per "rispetto" a Preuss?

Non credo di sbagliarmi nel dire che, a causa di questo problema, quest’anno molti alpinisti hanno evitato il rifugio Vazzoler, il Tissi, il Coldai. Nessuno vuole essere il primo a ripetere una via schiodata, nessuno sottovaluta la propria sicurezza, nessuno vuole essere la cavia che verifica se la via è ancora percorribile. Se non altro, per il tempo necessario a richiodare le soste: e sappiamo tutti quanto sia importante non perdere tempo in montagna.

Sorge ora il dubbio: si è più bravi se si scala senza chiodi di sicurezza o si cerca solo un nuovo record di velocità? Qualche chiodo era di troppo, su questo siamo tutti d’accordo. Ma nessuno avrebbe protestato se ne fossero stati tolti pochi, con criterio. Questa azione così sconsiderata, però, non può che essere condannata. Questo furto in parete, di "roba non propria", come ha detto una grande guida del Brenta, deve avere fine.

Chi di dovere dovrebbe intervenire, così che possiamo tornare in montagna con serenità, come una volta. Se troveremo un chiodo di troppo, lo toglieremo, se avremo il tempo. Altrimenti lo lasceremo, perché in fondo, non disturba nessuno.

Campo Base Annapurna III

Prima di riportare la risposta degli "schiodatori", pubblicata nel numero successivo de Le Alpi Venete, è utile delineare il profilo di alpinista di Ernani Faè. Da giovane si distinse fin da subito per la sua innata passione per l’alpinismo, sviluppata esplorando le vette attorno alla sua Belluno. Non potendo permettersi l’accesso alle guide alpine più rinomate né unirsi agli alpinisti esperti per via della sua giovane età, trovò nei suoi coetanei i primi compagni di scalata. Negli anni tra il 1927 e il 1929 iniziò a compiere ascensioni di rilievo e a cimentarsi in prime salite. Tuttavia, fu tra il 1930 e il 1931 che raggiunse il livello delle maggiori difficoltà in arrampicata libera del tempo, ripetendo celebri vie come quelle di Preuss e Dülfer sulle Dolomiti. Uno degli episodi più formativi della sua carriera avvenne nel 1930, quando partecipò alla scalata della parete nord del Pelmo con una cordata che includeva alpinisti navigati come Francesco Zanetti. Durante la salita furono sorpresi da un temporale e costretti a un bivacco di fortuna, un’esperienza impegnativa che temprò il giovane Faè, consolidandone la resistenza e la determinazione. A partire dal 1931, a soli vent’anni, iniziò a collezionare imprese di altissimo livello, come la ripetizione della direttissima dello spigolo ovest della Cima della Busazza, una delle strutture dolomitiche più imponenti. Nel 1932 realizzò altre grandi ascensioni, tra cui la ripetizione della via Solleder sulla Civetta e la conquista di una vetta fino ad allora inviolata nei Cantoni di Pelsa, poi denominata Guglia Rudatis. L’apice della sua carriera arrivò nel 1934 con la prima ascensione della parete nord-ovest della Punta Civetta, insieme ad Alvise Andrich. Con questa impresa, compiuta a soli 23 anni, Faè si consacrò come uno dei più grandi alpinisti della sua epoca, affiancandosi ai nomi che avevano segnato la storia dell’arrampicata in Dolomiti.

La parola agli schiodatori 

Ernani Faè (Sezione Agordina e C.A.A.I.)

(Le Alpi Venete Autunno-Natale 1975. Rubrica: Problemi nostri)

Fin da quando ho preso a scrivere, dopo matura riflessione, per l'articolo apparso sullo Scarpone del 16 luglio 1972, contenente la proposta di schiodare certe ben definite vie di sesto grado, sapevo perfettamente che, se essa fosse stata messa in pratica, avrebbe provocato un po' di scompiglio nel campo alpinistico. I rimedi, come tutte le medicine, non vengono mai accettati gradevolmente dal paziente, e non abbiamo molto da ridire se nel nostro caso si è verificata qualche protesta: qualcuna giustificata, qualche altra assolutamente no.

Il giovane Faè

Siamo tuttavia convinti che, perseverando e migliorando la nostra specializzazione di schiodatori, renderemo un ottimo servizio alla comunità alpinistica che ci sta a guardare e, ancora di più, a quella che verrà dopo di noi. Fondamentalmente ci conforta il fatto che, anche nei giardini zoologici, si cerca di conservare certi gruppi di animali in via di estinzione, nei musei si conservano opere d'arte; Italia Nostra si dà da fare per tutelare tutto ciò che merita di essere artisticamente conservato; si sta cercando di formare il Parco delle Dolomiti, si stanno montando impianti di depurazione per tutte le immondezze e tutto ciò, è risaputo, non può essere portato a felice conclusione senza disturbare, per una ragione o per un'altra, la suscettibilità di determinati gruppi di persone.

Nel nostro caso, diciamolo subito per tranquillizzare coloro che protestano per la nostra attività, cercheremo in futuro di usare un detersivo un po' meno abrasivo, non solo perché non abbiamo la pretesa di essere corretti al cento per cento, ma soprattutto per cercare in qualche modo di avvicinare le due tendenze in contrasto: precisamente quella della libertà assoluta, che porta infallibilmente alla totale distruzione, e quella che finisce dove ha totale diserzia degli altri, che intendono fare del loro meglio pur di conservare il retaggio dei più.

Se un sano dialogo potrà essere condotto fra le due tendenze contrastanti, sarà possibile trovare un punto di contatto armonioso, giacché ritengo che ognuno di noi abbia qualcosa da imparare, e non ha la minima importanza da quale direzione provenga la lezione. Noi, gli schiodatori, non abbiamo mai inteso erigerci a semidei delle crode alla ricerca di un altare o di glorie, e neppure ci siamo ripromessi di schiodare tutte le Dolomiti.

Infatti, sia ben chiaro, non abbiamo la più remota idea di occuparci di quelle pareti basate esclusivamente sull'uso della ferramenta e neppure di quelle meno verticali dove il chiodo rappresenta la questione sine qua non per portare a termine l'ascensione.

Abbiamo soltanto inteso compiere un tentativo, l'unico che vediamo possibile, per preservare un ben definito numero di tipiche ascensioni che distinguono certe epoche dell'alpinismo passato e conservare in tal modo una pietra di paragone, o meglio ancora, quell'unità di misura che è necessaria per poter distinguere e far risaltare al suo giusto valore sia l'espressione "sesto grado" che la figura dello stesso sestogradista.

Cose queste assai difficili oggigiorno, a causa dell'abbondanza di ferramenta che è stata lasciata in parete.

Ci rendiamo conto che in qualche caso abbiamo entusiasticamente esagerato con la schiodatura e, come conseguenza, qualche chiodo si è spezzato nella fessura che lo ospitava e qualche altro è stato reso inservibile, rendendo in questo modo il complesso dell'arrampicata leggermente più difficile di quel che era prima della pulitura. Tuttavia, tenendo in considerazione l'attrezzatura a disposizione del moderno sestogradista, non crediamo sia venuto a crearsi un enorme handicap.

Ciò posto, ci ripromettiamo di accontentare un po' tutti, inclusa la simpaticissima Tiziana Weiss che, a dir il vero e con una certa qual ragione, ha pensato un po' ruvidamente nei nostri confronti, ma siamo sicurissimi che è arrivata in cima alla Torre Venezia per la Via Tissi assai più soddisfatta di se stessa, perché ha usato il suo proprio coraggio ed intelligenza e si è guadagnata la salita senza barare, così come hanno fatto, più o meno, i primi salitori... Ed è lì, Tiziana, che abbiamo il vivo desiderio di capire il vero valore dell'alpinismo.

Riteniamo che solo così valorizziamo l'alpinista e non già come è successo sulla vicina via Andrich dove, dopo la schiodatura, ben trenta nuovissimi chiodi sono stati infissi e certi sestogradisti la ripetono anche oggi usando perfino le staffe. Cosa questa che ha provocato anche un articolo sulla rivista francese "La Montagne et Alpinisme" dove si afferma che così operando si mette in gioco l'etica dell'alpinismo.

A sostegno delle nostre teorie diremo che in passato si è scritto che certi alpinisti portano con loro il coraggio nel sacco sotto forma di ferramenta, ed a questo punto possiamo sostenere la causa, senza pericolo di perderla, che per ripetere la via Andrich non è più necessario portare con sé né il sacco né la ferramenta, lasciando in tal caso al rifugio anche il coraggio.

Siamo d'accordo che non è cosa facile far penetrare, almeno fino ad un certo punto, il concetto che intendiamo sviluppare. Molte e differenti sono le tendenze; tuttavia, ognuno sa perfettamente che barare al gioco non è mai stato una virtù, ma piuttosto, diciamolo francamente, un vizio: retaggio dei deboli.

Di diritti non è il caso di parlarne, giacché se esiste il diritto da parte di un alpinista di piantare quanti chiodi vuole, lo stesso diritto è scritto nel rovescio della pagina, il quale afferma che un altro può levarne quanti vuole, e ancora, nessuno può reclamare indennizzi, trattandosi di cosa abbandonata.

A questo punto non resta che far funzionare il senso comune e cercare di trovare, come spero francamente di aver trovato, una soluzione che potrebbe, dico potrebbe, soddisfare entrambe le parti.

Il gruppo di noi che si è dedicato a questo tentativo vive ed opera prevalentemente nel Gruppo del Civetta, ripeto vive, e quindi si sente un po' come quel padrone di casa il quale ammette ben volentieri tutti gli ospiti senza eccezione alcuna e si sente altamente onorato ed orgoglioso se può averli tutti amici. Amici, tuttavia, se qualcuno esagera a scapito della maggioranza, è incline a risentirsene e preferisce che costui cerchi di uniformarsi al minimo comune denominatore che governa l'ambiente, che, perdonate, è poi anche il mio, essendo mio nonno nato a Taibon, laddove la Val Corpassa si unisce alla Val Cordevole.

Nessuno si meravigli, quindi, della mia irriverenza creata per partito preso allo scopo di smuovere la forma distruttiva che persiste da parecchi anni nel campo alpinistico. E quello che fin qui ha pagato i conti sono io. Quindi niente misteri, come è stato fatto cenno. Sono misteri che ovviamente vanno chiariti. La signorina Weiss è rimasta sorpresa di trovare ragazzi semplici, senza grandi arie, ragazzi che studiano e lavorano tutta la settimana. Questo è appunto il materiale che noi preferiamo coltivare, sia perché rappresenta il futuro dell'alpinismo, sia perché non è ancora inquinato ed ha bisogno di un po' di guida.

Questo materiale ha la debolezza, come del resto un po' tutti i valligiani, di essere piuttosto nemico della piattaforma esibizionistica ed ancora di più ha un'altra debolezza che un tempo avevo anch'io: manca di attrezzatura e di mezzi di trasporto per potersi dedicare all'opera che sente essere diventata necessaria per salvare qualche cosa che è sì di tutti, ma particolarmente di suo retaggio: il regno del sesto grado.

A quei ragazzi si sono uniti altri ottimi amici che si chiamano Guide ed esercitano la loro professione non tanto perché con essa diventino ricchi, ma perché ancora più di noi dilettanti, innamorati delle crode, sentono anch'essi che l'attuale forma di alpinismo continuo finirà per distruggere il loro prestigio, riducendoli in futuro al ruolo di semplici portatori. Non ho mai sentito che una guida con la sua attività sia diventata ricca e sono invece a perfetta conoscenza che molti di loro sono morti poveri in canna. E posso assicurare che nessuno di coloro che hanno schiodato ha ricevuto da me una lira, ma se per caso l'avesse ricevuta, sarebbe stato sotto forma di rimborso spese o sotto forma di un ricco minestrone a base di molta verdura al rifugio. Perciò non esistono manovre oscure, ma piuttosto amore e rispetto per le montagne che ci hanno visto nascere e dove abbiamo passato, ed altri stanno passando, i più bei giorni della loro vita.

Ora, cara Tiziana, giacché ho avuto l'onore di conoscerla ed apprezzarla personalmente, se vuole accompagnarmi, andremo fin sotto la Solleder per un altro discorso. Nella rassegna Le Alpi Venete del 1974, pag. 64, appare uno scritto di Piero Sommavilla che non contiene elementi per un dialogo serio alla ricerca di un minimo di comprensione che possa soddisfare un po' tutti, ma si ferma sulla ridicola presunzione che siano necessari centodieci chiodi per passare sulla Solleder e per poter ritornare con la massima sicurezza, iniziando in tal modo a leggere la bibbia dell'alpinismo non dal frontespizio, ma partendo invece dall'ultima pagina.

Egli avrebbe dovuto iniziare il suo discorso maledicendo Solleder, che ha aperto quella stupenda via che si vuole a tutti i costi deturpare, ed avrebbe dovuto continuare stramaledicendo tutti gli altri che hanno seguito il suo esempio, per l'elementare ragione che se tutti costoro non fossero mai nati, non esisterebbero problemi relativi al sesto grado e, mancando questi ultimi, non sarebbe oggi necessario andare alla ricerca di un rimedio.

L'epoca del sesto grado ha avuto inizio proprio con l'apertura, mezzo secolo fa, della Solleder, ed il protagonista aveva di fronte a sé 1200 metri di parete dove nessuno era mai passato. Emil Solleder era seminudo. Possedeva a malapena il cinque per cento dell'equipaggiamento che oggi il moderno arrampicatore ha a sua disposizione; non sapeva dove poteva e se poteva passare, ed ancora, non aveva fatto patti speciali col Padreterno circa il tempo. Ciò malgrado, ha fatto un terzo della parete in discesa il primo giorno con il suo compagno ferito ed il giorno successivo, ripresa la salita, è uscito in vetta con un bivacco, lasciando dietro di sé una dozzina di chiodi e niente altro.

Ernani Faè

I malfamati schiodatori ne hanno portati via in questi giorni ben novanta ed una ventina sono ancora in parete. E nessuno può smentire che la pesca sia stata piuttosto abbondante. Siamo d'accordo che qualche fessura è rimasta deturpata, ma nessuno si occupa di far cenno che oggi vi sono a disposizione dei sestogradisti un'infinità di chiodi di qualità superiore e che, con un minimo di abilità, si può sempre trovare qualche metro più su o più giù una fessura che possa ricevere un utile appoggio, senza bisogno di trasformare la via in una ferrata.

Certi sestogradisti dimenticano spesso che il sesto grado significa essere al limite delle possibilità umane: significa pareti lisce e verticali alte parecchie centinaia di metri, significa neve e ghiaccio, significa trovarsi in situazioni quasi insostenibili che devono essere tenute sotto controllo stringendo i denti fino a sanguinare. Significa anche trovarsi in condizioni di non poter più tornare indietro e, raggiunto il punto zero, scegliere fra il rischio di precipitare nel tentativo di salire o perire nell'attesa.

Infine, significa coraggio espresso nella sua forma più virile. Chi non è in possesso di tutti i requisiti richiesti per cimentarsi con imprese che hanno queste specifiche caratteristiche, dovrebbe avere il buon senso di limitarsi alla sua struttura e non pretendere di deturpare quelle splendide vie a furia di chiodi, togliendo in tal modo ai migliori alpinisti la possibilità di misurare il loro personale valore.

L'amico Stenico, che ha ripetuto la Solleder subito dopo che è stata schiodata, mi ha raccontato che si è divertito moltissimo e che avrebbe raggiunto la vetta lo stesso giorno se una cordata davanti a lui non lo avesse costretto a moderare l'andatura. Non sfugga che egli ha varcato la cinquantina da un po' di tempo! Ed allora?

Allora, qualche mese fa, una quarantina di alpinisti che di sesto grado se ne intendono per davvero si sono incontrati sul Col di Roanza, poco sopra Belluno, e, con il massimo rispetto per tutti, ne è uscita un'animata discussione dove ciascuno ha potuto esprimere il proprio punto di vista.

Ho riportato la netta impressione che tutti siano d'accordo che una schiodatura totale non vada bene, ma che una parziale pulitura non sia poi completamente fuori luogo.

Noi, gli schiodatori, non abbiamo mai avuto la minima intenzione di insultare nessuno, né intendiamo fare i padroni delle montagne. Tantomeno intendiamo sminuire il valore di chi è venuto prima di noi. Vogliamo solo due cose: che non si deturpino queste particolari salite e che si conservi per i futuri sestogradisti un pezzo di croda dove possano davvero qualificarsi tali, senza barare al gioco.

Karl Popper

L'analisi delle figure di Tiziana Weiss ed Ernani Faè ci offre uno spaccato significativo della storia dell'alpinismo dolomitico, sospeso tra innovazione e tradizione, tra ricerca della purezza e necessità di adattamento. La Weiss incarna la modernità, l'autonomia dell'alpinismo femminile e un approccio etico alla montagna che va oltre al retrogrado concetto di lotta con l'alpe, mentre Faè rappresenta un'eredità alpinistica legata alla memoria delle grandi imprese e alla difesa di un'etica verticale più rigorosa, senza mai perdere di vista il valore del rispetto reciproco.

Il dibattito sulla schiodatura, emerso dalle loro lettere riflette il contrasto tra chi vede nell'arrampicata in ambiente una disciplina in continua evoluzione e chi ne difende un'essenza storica, quasi intoccabile. In questo contesto, portato ai giorni nostri, si può leggere il paradosso della tolleranza di Popper di seguito rivisitato in chiave "verticale". Gli arrampicatori più tolleranti, ossia coloro che ripetono (o pure aprono) le vie accettandone i segni nel tempo e gli standard dell'epoca, lasciano spazio a ogni interpretazione della roccia e delle pareti; gli "arrampicatori intolleranti", identificabili nella figura degli schiodatori, impongono invece la loro visione, eliminando ogni traccia di compromesso. Se la tolleranza diventa assoluta, rischia di soccombere di fronte all'intolleranza più radicale. Così, il destino dell'arrampicata su terreno di avventura resta legato a un equilibrio instabile tra rispetto per il passato e libertà di interpretazione del presente, in un confronto che probabilmente non troverà mai una sintesi definitiva, a meno che non si riconosca che ogni dibattito deve fondarsi su un principio imprescindibile: il rispetto per le persone.

M.Leorato



venerdì 14 marzo 2025

Altopiano di Asiago: skialp sul Monte Lisser

Zona: Enego2000
Sviluppo: 8 km
Tempo: 3 h
Esposizione: N
Difficoltà: MS
Dislivello: 400 m

Sciare sulle ex piste di Enego 2000, rivolte a nord e situate nei pressi della Piana di Marcesina – uno dei punti più freddi dell'Altopiano di Asiago – è una garanzia di trovare neve di qualità anche in inverni avari di precipitazioni e con temperature altalenanti.
La classica scialpinistica del Monte Lisser si svilupperebbe sui suoi lunghi pendii meridionali, partendo dal Ristorante Baita Monte Lisser, ma negli ultimi anni le condizioni non sempre lo permettono… Meglio allora spostarsi sul versante nord, dove la neve tiene più a lungo.

Si parte dal comodo parcheggio del Rifugio Valmaron (aperto nella stagione invernale) e si risale lungo le forestali che conducono alla piatta sommità del Monte Lisser, dove sorge l'omonimo forte. Per la discesa, si può scegliere tra la pista nera o la rossa: quest'ultima offre la possibilità di una ripellata per un'ulteriore discesa sul divertente panettone (ex skilift), che riporta esattamente al punto di partenza.
Vista la brevità dell'itinerario, vale la pena ripeterlo almeno una seconda volta per godersi al massimo la sciata!



Lungo la forestale di salita

Sulla sommità, in lontananza il M. Fior


Pista Rossa

Panettone finale





lunedì 24 febbraio 2025

Vallarsa, Vajo Basilio (AD, III, 400 m)

Zona: Gruppo del Cherle
Sviluppo: 400 m
Esposizione: NW
Tempo: 3-4 h
Difficoltà: AD 55°
Discesa: a piedi
Materiale: nda, friend mp

Il vajo Basilio, salito per la prima volta nel 1945 divide la Guglia Due amici da Guglia Adriano. Sovente citato solo come ripiego o via di fuga dal vicino e più famoso Vajo dell'uno conserva un suo carattere e dignità alpinistica, soprattutto con questi inverni avari di neve.
Inizialmente è un unico scivolo nevoso, verso la fine troviamo una diramazione, su quella di destra dove si impenna e la roccia diventa friabile troviamo uno spit di passaggio, seguito da un cordino in nicchia ed una sosta poco sopra.

Accesso: dalla frazione Ometto di Vallarsa (TN) parcheggiare alla galleria chiusa che porterebbe al Passo di Campogrosso. Attraversare la galleria fino al sentiero CAI per il Vallon dei Cavai (Val Gerlano-Giare Larghe). Dove il Vallon dei Cavai svolterebbe a sinistra entrare nel nascosto Vajo dell'uno fino al bivio con la guglia Adriano dove si tiene la sinistra.

Discesa: raggiunta la forcella Basilio se non si prosegue per altri itinerari (consigliati: Alte Planke, Canalino NE di Cima Innominata) si svalica facilmente nel Vallone dei Cavai passando alla base del Campanile Cherle e della Cascata "Vi piace il posto" fino ad chiudere l'anello nei pressi delle Giare larghe.

Verso Guglia Adriano, il bivio


Canalino di destra



La parte terminale marcetta (1 spit e 1 sosta)



Pala dei 3 Compagni e Campanile Cherle



lunedì 10 febbraio 2025

Bella Lasta, Vajo della Salbanara (TD/80°/V, 330 m)

Zona: Bella Lasta
Sviluppo: 330 m
Esposizione: NE
Tempo: 3-4 h
Difficoltà: TD 80°
Discesa: a piedi
Materiale: mezze corde. Friend mp, 1-2 viti

Il vajo della Salbanara è una stretta incisione tra pareti molto ravvicinate che raggiunge una sella mugosa posta tra la Salbanara e la Bella Lasta. In condizioni di scarso innevamento può risultare più difficile del Supermosca stesso a causa dei passi di misto obbligatori su pareti lisciate. Lo si affronta con 6-7 tiri di corda, in loco soste su golfari e fix inox di passaggio nei punti più difficili, alcuni dei quali purtroppo allentati (portare chiave da 17 mm eventualmente).

Accesso: Parcheggiare in uno slargo prima di raggiungere Malga Morando sulle Montagnole (Recoaro). Seguire il Sentiero dei grandi alberi fin sotto la verticale della Bella Lasta dove si abbandona il sentiero puntando il canale evidente.

Descrizione
Individuato l'imponente spigolo nord della Bella Lasta, si risale inizialmente il facile flusso di slavinamento. Dopo due facili risalti si traversa a destra nei pressi di un bivio a prendere l'intaglio principale. Lo si risale fino allo sbarramento chiave da superare con passi di artificiale. Segue canale facile fino ad un altro risalto più semplice oltre il quale si trova il famoso passaggio con la colata ghiacciata. Oltre le difficoltà diminuiscono il prossimità delle marce rocce terminali che portano all'uscita a sinistra.

Discesa: Calare in mezzo ai mughi verso sud fino ad intercettare la mulattiera che percorsa verso est conduce al Boale del Mesole. Discenderlo fino al punto di partenza.

Il canale di accesso dopo il primo risalto

Terzo Risalto (Chiave)

Quarto risalto

Parte centrale

Penultimo risalto con colata

Tiro di uscita su marcione



lunedì 3 febbraio 2025

Val Sorapiss, Trastulliollà (90 m, 3+)

Zona: Val Sorapiss
Dislivello: 95 m
Difficoltà: 3+
Esposizione: N
Pendenza: 75°/80°
Discesa: corda doppia

Questa cascata si distingue per la sua notevole ampiezza, offrendo diverse linee di salita parallele. Solitamente si presenta in ottime condizioni, con abbondanza di ghiaccio. La via qui descritta è la più lunga che si sviluppa sul lato sinistro del grande roccione centrale, terminando sotto un pronunciato strapiombo. Vista la sua inclinazione moderata, è sconsigliabile dopo intense nevicate, poiché potrebbe risultare completamente sommersa. Attenzione in caso di marcato pericolo valanghe specialmente in zona Superbowl, la prima che si trova lungo il sentiero di salita.

Oltre questa linea principale, nella parte più a sinistra vicino alla forra, si trovano altre due formazioni: la Goulotte di Sinistra, un canale ghiacciato ben definito, e la Cascata dei Tetti, caratterizzata da un imponente candelone dal grande impatto estetico.

Accesso:
Partire dall’ex Albergo Cristallo, lungo la strada che da Auronzo di Cadore sale in Val d'Ansiei fino a Misurina. Seguire il sentiero n. 217 diretto al Rifugio Vandelli, inizialmente su una comoda stradina che poi diventa un sentiero più stretto, con lunghi tratti pianeggianti seguiti da una leggera salita che introduce nella Val Sorapiss.
Dopo circa 40-45 minuti, si esce dal bosco e ci si affaccia su un’ampia zona aperta soggetta a valanghe. Qui, in alto a destra, è ben visibile la colata ghiacciata della cascata Superbowl. Proseguendo lungo il sentiero per altri 10 minuti, si supera una dorsale poco pronunciata, dopodiché sulla destra appare Trastulliollà, facilmente raggiungibile percorrendo un breve pendio nevoso.


Descrizione:
L1 60 m a 70-75°, sosta su spit e golfaro sul lato sinistro del roccione affiorante.
L2. 40 m, 75°. Muretto e poi a prendere un goulotte verso destra. Sosta su ghiaccio sotto allo strapiombo.

Discesa: con 2 doppie, la prima da Abalakov (40 m) e la seconda su roccia (60 m)