Questa è la storia di un uomo la cui vita è stata una ribellione continua contro i confini. Prima quelli orizzontali, segnati dal filo spinato di un campo di transito nazista, dove lo spazio definiva anche il limite della vita. Poi, una volta tornato libero, verso confini di tutt’altra natura: quelli verticali e severi delle grandi pareti dolomitiche. L’uomo è Milo Navasa, nato a Verona nel 1925 da padre bellunese. Ma definirlo semplicemente “alpinista” non basta. È riduttivo, perché le sue imprese non sono mai state separabili dalla sua storia, dalla guerra, dalla Resistenza, da una ferita che non si è mai rimarginata e che ha invece generato una ricerca ostinata.
E invece no. Il convoglio che avrebbe dovuto portarlo a Mauthausen non partirà mai, bloccato dai bombardamenti alleati sulla linea del Brennero. Quando il campo viene liberato, Milo torna a casa a piedi, da Bolzano a Verona. Un viaggio di riconquista fisica e simbolica, un’esperienza che, a diciannove anni, non può che plasmarlo per sempre.
Da quell’incontro ravvicinato con la morte nasce in lui una specie di imperativo categorico: vivere libero, nella bellezza. Se il lager era la massima costrizione orizzontale, uno spazio chiuso e senza speranza, le pareti delle Dolomiti diventano il suo opposto: spazio aperto verticale. L’alpinismo diventa l’estensione diretta dei valori vissuti nella Resistenza: solidarietà, rigore morale, fiducia assoluta nel compagno. La corda che lega due uomini in parete diventa il simbolo di un patto di vita o di morte, lo stesso che unisce chi sceglie di resistere.
Questa visione influenza profondamente anche le persone con cui Navasa decide di scalare. Nasce così quella che passerà nella storia dell'alpinismo locale come la “cordata magica”: Milo Navasa, Claudio Dal Bosco e Franco Baschera. Tre caratteri diversissimi e un’alchimia perfetta. Navasa è il leader, l’intellettuale del gruppo, elegante, logico, quasi matematico nella lettura della roccia. Qualcuno lo descriverà come un incrocio tra Al Pacino e Vittorio Gassman, per l’intensità dello sguardo e la naturale autorevolezza.
Claudio Dal Bosco, cognome tipico cimbro, nativo di Giazza, è istinto puro. Compatto, potentissimo, scanzonato, sempre pronto alla battuta. Si diceva che scalasse quasi solo di braccia. Un personaggio leggendario, capace di gesti che oggi sembrano assurdi: come durante la salita sulla Rocchetta Alta di Bosconero, finì le sigarette e sentì il bisogno irrefrenabile di scendere in doppia per duecento metri, per andare dal tabaccaio del paese a comprarsi le sigarette, per poi risalire e continuare l'ascensione.
Franco Baschera era l’opposto: silenzioso, robustissimo e atletico . Per quasi trent’anni gestirà il rifugio Fraccaroli sul Carega. Di lui dai racconti ne esce un’immagine carismatica: durante i bivacchi in parete, talvolta appesi alle amache, tirava fuori un’armonica a bocca e suonava per tenere alto il morale nelle lunghe notti. Erano veri amici, prima ancora che compagni di cordata. Lo dimostrano anche gli scherzi, come quello memorabile della "grola" morta (una cornacchia) nascosta nello zaino di Milo, scoperta solo giorni dopo a casa a causa dell’odore insopportabile nella sua casa di Volto San Luca. Puoi permetterti uno scherzo simile solo con qualcuno che conosci molto bene, a maggior ragione se lo fai a 400 metri da terra.
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| Bivacco sulla Rocchetta Alta di Bosconero |
Da questa intesa nasce quella che verrà chiamata la “scuola veronese”. A differenza di Lecco o Cortina, Verona a quei tempi non aveva una grande tradizione alpinistica. Loro la costruiscono da zero, basandola su principi ferrei: logica impeccabile nella scelta delle linee, rispetto per l’architettura della roccia, e l’idea che la cordata sia un’entità unica, più importante dei singoli.
E qui entra in scena un luogo che, per capire davvero Navasa, vale quasi quanto una grande Nord dolomitica: Stallavena, l'antesignana delle "palestre" (allora si chiamavano così) proprio alle soglie della città. È tra gli anni Cinquanta e Sessanta che Milo e i suoi compagni, tra cui Franco Chierego e Claudio Dal Bosco, aprono dal basso a chiodi una serie di vie che diventano un piccolo atlante del loro stile: lo Sperone, il Pulpito, l’Albero, la Ferratina, il Gran Diedro, la Verona, la Gialla, la Firenze, il Diedro Giallo, la Peruviana, Ciabatta Pazza. Nomi che, da soli, raccontano di quell'epoca: ironia, concretezza, e amore per l’identità locale. Ma soprattutto raccontano un metodo: partire dal basso, interpretare la parete, cercare la linea giusta senza imporsi troppo sulla roccia, ridiscendere alla base a piedi.
È qui che torna l'eco di un concetto tanto affascinante per quegli anni: la “vera linea della goccia cadente” citato anche da un altro compagno di Milo: Armando Aste. La linea più naturale, più logica, quella che una goccia d’acqua seguirebbe scendendo lungo la parete. Navasa era contrario all’autopromozione e alle linee costruite per stupire e in quel modo di muoversi,“leggere” invece che “forzare”, c’è già tutto il suo carattere: umile e rigoroso.
Le grandi imprese arrivano e fissano questa visione sulle grandi pareti. Nel 1959 Navasa apre con Aste il Gran Diedro Nord al Crozzon di Brenta: tre giorni in parete per seguire una linea di cinquecento metri logica ed elegantissima, dedicata a Giulio Gabrielli. Nel 1964 arriva la Via Città di Verona sulla Parete Rossa della Cima Brenta: una dichiarazione orgogliosa di identità. La difficoltà è tale che la prima ripetizione invernale avverrà solo diciotto anni dopo, e per vederla salita interamente in libera si dovrà aspettare fino al 2002.
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| Via Città di Verona (1) Cima Brenta, Parete E |
Nel 1965 la cordata si sposta sulla Rocchetta Alta di Bosconero, parete nord di settecento metri, più alta della famigerata nord della Cima Grande di Lavaredo. Anni dopo Reinhold Messner inserirà queste vie tra le più difficili, logiche e belle delle Dolomiti. È come ricevere una lode pubblica da Martin Scorsese se fai il regista.
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| Spalti di Cima Trappola: Via del Diedro (8), una Dal Bosco-Navasa ante litteram? |
Ma la via che per Navasa ha il significato più profondo arriva nel 1973, sullo spallone est del Sassolungo. Ottocento metri aperti da lui e Dal Bosco in condizioni durissime, con bivacchi nella bufera. La definirà: “la mia via più bella, la salita più dura”. Si chiama Via Cristina, dedicata alla piccola figlia di Guido Chierego, presidente dell'allora CAI di Verona, morta tragicamente in un incidente stradale poco prima. Un carico emotivo enorme trasformato in gesto verticale.
Accanto all’alpinista estremo c’è però anche l’insegnante. Navasa insegna scienze e chimica, ed è Istruttore Nazionale di roccia del CAI. Per decenni dirige la scuola di alpinismo “Gino Priarollo”, formando generazioni di alpinisti. La sua ossessione è la sicurezza, fondata su conoscenza e logica. Poco prima di morire critica duramente l’utilizzo superficiale della “progressione in conserva”, definendola senza mezzi termini: “un potenziale suicidio di massa”. Il suo pensiero si riassume nella celebre frase “Legati ma liberi”, infatti per lui la corda non è mai stata un vincolo ma lo strumento che rende possibile la vera libertà di salire.
I riconoscimenti arrivano anche fuori dall’Italia, con l’ammissione al prestigioso Groupe de Haute Montagne francese. La sua città, o meglio la sua provincia, gli dedicherà una scuola di arrampicata sempre del CAI, a S. Pietro in Cariano, poi una strada, la Via degli Alpinisti Veronesi, a Quinto di Valpantena, sulla strada per Stallavena. Nel 2007 riceve l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica. Tornando un po' indietro, Milo, intorno ai cinquant’anni deciderà di smettere con l’alpinismo estremo, parlando di saturazione psicologica, ma la sua ricerca non si fermò ma cambiò semplicemente elemento. Dall’aria passò all’acqua, dedicandosi all’attività subacquea con lo stesso rigore e lo stesso amore per la bellezza.
Il lascito di Milo Navasa non rimane confinato nelle targhe o nei riconoscimenti ufficiali, chi lo ha conosciuto come Armando Aste, racconta che con lui condivise alcune delle pagine più alte dell’alpinismo dolomitico, e lo ricordava così: «Milo era un uomo di rara virtù, modestia e gentilezza». Una definizione che vale più di qualsiasi curriculum di imprese.
Navasa ha attraversato il Novecento dal suo punto più buio e ne è uscito senza cinismo. Ha trasformato la violenza subita in una disciplina interiore volta alla ricerca della bellezza. Forse è per questo che, ancora oggi, le sue linee continuano a parlare ad arrampicatori ed alpinisti, perché, come dimostra la sua vita, la vera libertà non è andare dove si vuole, ma scegliere ogni volta il modo più giusto per andarci.









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