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venerdì 27 febbraio 2026

Giancarlo Biasin: l’alpinismo come legame umano

Non sempre per raccontare un alpinista servono gradi, itinerari o cronologie di salite. A volte il materiale più prezioso è di tutt’altra natura: come per il precedente episodio dedicato a Pojesi, scritti sparsi, frammenti di diario e ricordi affidati agli amici raccontano molto di più.

Un mosaico di voci che, accostate, non ricostruiscono soltanto un curriculum alpinistico, ma provano a restituire qualcosa di più difficile: l’uomo. Ed è grazie a un dono della Sezione di S. Bonifacio che mi è stato fatto qualche anno fa a seguito di una serata con APS Arrampicata Verona, una pubblicazione a tiratura limitata che narra la figura quasi leggendaria di un uomo, un brillante avvocato che aveva imparato a scalare sulle mura del castello di Illasi, che nasce questo ritratto di Giancarlo Biasin (1931-1964). Si tratta di un numero speciale del bollettino del CAI di Verona, pubblicato nel dicembre del ’64, pochi mesi dopo la sua morte: dentro ci sono i ricordi degli amici, dei compagni di cordata e persino dei professori universitari.

Il libro

Sfogliando salta subito all'occhio quello che scrive un suo caro amico, Egidio Bertini. Lo definisce “un uomo in armonia”. Un’espressione che potrebbe sembrare semplice, ma basta scavare nelle testimonianze per capire che quell’armonia Giancarlo se l'era costruita da solo. Ma Biasin non nasce subito alpinista: prova prima il ciclismo, la corsa di fondo. È un atleta, ma non ha ancora trovato la sua strada.
La svolta arriva dai libri. Sempre Bertini racconta che Giancarlo “leggeva furiosamente”. Una fame intellettuale irrefrenabile che non restava mai solitaria: prestava libri, trascinava amici, contagiava. La sua amicizia era travolgente. Bertini arriva a scrivere: “Se la grandezza d’un uomo si misura dal suo potere di comunicare, non ricordo d'aver conosciuto nessuno che assomigliasse a Giancarlo”. Sergio Maraboli lo ricorda nel 1943, negli anni bui della guerra: mentre il mondo sprofondava nell’apatia, Giancarlo saliva al castello di Illasi per allenarsi scalando tra le sue mura un po' come faceva Casara sulle mura dei castelli di Montecchio.


In quegli anni, Biasin non era solo. Insieme a Milo Navasa, Claudio Dal Bosco e Franco Baschera, formava la "stagione d'oro" dell’alpinismo scaligero. Navasa stesso lo considerava un vero fuoriclasse, un "torello", un "ciclone" per la forza bruta e la determinazione.
Eppure, tra i due "alpinisti super" di Verona, c’era una celata competizione, che con rammarico Milo si sarebbe portato dietro per sempre. Nonostante la stima reciproca, realizzarono poco insieme (se non le due Comici alle Tre Cime). Il motivo? Un paradosso tutto alpinistico: l'orgoglio. Entrambi volevano condurre da primi, entrambi volevano la responsabilità del capocordata. Solo anni dopo, con l’amarezza della maturità, Navasa avrebbe commentato in dialetto: "Seto..l’orgoglio..che mona". Sarebbe bastato poco ma la giovinezza spesso non conosce il compromesso.

Allenamento al Castello di Illasi

Le tracce di questa forza interiore si trovano nei suoi racconti, presenti sulla pubblicazione. Sulla Cima Ovest di Lavaredo, Biasin descrive la “notte più brutta della mia vita”: un temporale furibondo, un bivacco appesi ai chiodi, l’acqua gelida che scorre sotto i vestiti. Qui la forza non è l’assenza di paura, ma la capacità di attraversarla.
Poi, il contrasto: il Pizzo Badile raccontato come pura gioia. Il granito diventa liberazione e l’arrampicata una danza. Per arrivare a quella parete, Giancarlo dovette sconfinare in Svizzera senza documenti e, dopo essere stato inavvertitamente investito da un’auto, convinse i gendarmi elvetici a lasciarlo andare a fare “quella benedetta salita”. Era un uomo a cui era difficile dire di no. E non era “solo” una scalata: nelle sue parole la Badile diventa anche un riscatto, perché arrivava da un incidente sugli sci che lo aveva tenuto fermo a lungo.

La Biasin al Dente del Vioz

La tecnica di Biasin era eccezionale. Guido Mansoldo ricorda la sua freddezza sul Cimon della Pala; altri ricordano un volo nel vuoto trattenuto con una prontezza sovrumana. E, a margine dei “grandi” racconti, c’è anche l’alpinismo vissuto con gusto d’avventura e improvvisazione: Manzoldi descrive una partenza per lo Spigolo del Cimon nel 1956 così: “Tre o quattro con tre moto, altri due li avremmo rimorchiati per strada”. Proprio per questo, la sua fine appare ancora più inaccettabile.
Il 3 agosto 1964, a soli 33 anni, Giancarlo è all'apice. Accademico, consigliere comunale e una buona professione di avvocato, sta per sposarsi e ha appena terminato una nuova via sul Sass Maor con Samuele Scalet. Sta scendendo stanco e spensierato a difficoltà finita, la corda nello zaino. Ma il destino sceglie la via più stupida: una radice, un inciampo banale sul sentiero della Caccia, e il "ciclone" precipita nel vuoto. Scalet, nel suo racconto, lascia una frase che è un colpo secco: “Gian! Gian! È impossibile proprio qui!”. E un altro amico, Spiro Dalla Porta Xidias, lo dirà senza giri di parole: “Ma non è caduto sul difficile, è morto per un banale incidente”.

La sua ultima foto

Milo Navasa ricevette la notizia da Bartolo Fraccaroli. La sua reazione fu un’esplosione di umanità: una raffica di imprecazioni rabbiose che si sciolsero, immediatamente, in un pianto dirotto. “Talvolta gli uomini si vergognano a piangere...Non sempre”, scriverà poi Navasa.
In quel pianto c'era il dolore per l'amico perso e per tutte le scalate che il loro orgoglio non aveva permesso di compiere.

Cosa resta di Giancarlo Biasin oggi? Fino a pochi anni fa esisteva il Premio Biasin, tutto scaligero, anche se con amarezza al giorno d'oggi non viene più conferito. Fu istituito per premiare i giovani che portavano avanti il suo spirito. Ma resta soprattutto l'idea che l’alpinismo non sia solo una sfida alla gravità, ma un ponte tra persone. E in questo senso torna una frase che nelle testimonianze ricorre come una chiave: la montagna come “magnifico pretesto”.
Nei suoi diari non c’è mai solo lui e la montagna; ci sono sempre gli altri. Forse per Giancarlo la vetta era solo una scusa: la vera ricompensa era la cordata, anche quando l'orgoglio la rendeva difficile. Renzo Giuliani lo sintetizza così, senza retorica: “Amicizia: ecco ciò che ci stava a cuore”. E subito dopo inchioda il senso di un’epoca: la montagna era “un magnifico pretesto per rinsaldare un'amicizia”. La sua storia ci ricorda che la vera cima non è fatta di roccia, ma dei legami fragili e potenti che costruiamo lungo la via. Non è un caso che, quando nel 1959 rinuncia alla Bonatti al Grand Capucin, invece di incaponirsi si unisca agli amici della “Giovane Montagna” e proponga una salita condivisa al Dente del Gigante: la prestazione resta sullo sfondo, la compagnia diventa tutto.

Il Sass Maor

E fuori dalla roccia, le testimonianze completano il ritratto con dettagli che sembrano “minori” e invece sono rivelatori. Il professor Alberto Trabucchi parla di “due aspetti paralleli” della sua vita, alpinista e avvocato, tenuti insieme da un “profondo vigore morale”. Luigi Zummerle, che lo conobbe come amministratore, lo definisce “ottimo, serio, cosciente e deciso”, ma poi aggiunge un’immagine quasi domestica: all’alba Giancarlo si alzava presto per andare ad accudire i suoi colombi e i suoi uccellini.
E c’è un ultimo lampo di gioia, quasi infantile, che dice tutto sul suo modo di vivere: dopo il Pizzo Badile, tornati a valle, lui e il compagno si sentirono così pieni di energia da dirsi che avrebbero potuto rientrare a Verona a piedi. Trecento chilometri. Ovviamente un’iperbole, ma anche una radiografia della sua personalità.

La via Biasin (ora ferrata) alla Cengia di Pertica

In chiusura, rimane una domanda che Bertini scrive senza riuscire a chiuderla davvero: “Non saprei dire che cosa io abbia perduto, che cosa noi tutti abbiamo perduto”. Forse è questo il punto: la perdita non fu solo quella di un grande alpinista, ma di un compagno capace di portare equilibrio e gioia. E allora, nelle nostre scalate, sulle montagne vere o nelle giornate normali, vale la pena chiederselo: quanto del nostro impegno è rivolto alla conquista della cima e quanto, invece, alla cura della compagnia con cui condividiamo il cammino?


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(Una buona scansione del libretto su G.Biasin si trova qui e qui)



domenica 22 febbraio 2026

Monte Grappa, Dorsale del Monte Asolone (940 m, MS, 15 km)

Zona: Monte Grappa
Quota max: 1775 m
Sviluppo: 15 km
Tempo: 5 h
Esposizione: SW
Discesa: SW
Difficoltà: MS
Dislivello: 940 m

Itinerario poco conosciuto, pescato dalla guida di Rossetto "100 itinerari scialpinistici sulle Prealpi vicentine". È un giro più sci-escursionistico che “da discesone”: alterna numerosi sali-scendi e concentra i pendii più ripidi e interessanti nel tratto tra la cima del Monte Grappa e la SP 148, da attraversare sia all’andata sia al ritorno. Noi abbiamo trovato neve portante e ben trasformata fino in cima; al rientro, un bel firn. Neve pesante solo negli ultimi 100 metri di dislivello finale, a tre giorni dall’ultima nevicata importante. Non è l’itinerario adatto a chi cerca una discesa continua e senza interruzioni. Panorami assicurati su tutte le Prealpi Venete, dalla pianura alle Dolomiti fino al Triglav e Canin.

Accesso: parcheggiare in prossimità della Locanda al Lepre a quota 1200 m circa, ampio parcheggio e ottimi taglieri per il ritorno. Già visibile la dorsale brulla e martoriata dai colpi di granata della Grande Guerra, la si punta senza via obbligata e si superano in sequenza e con diversi sali-scendi i 5 dossi principali fino all'ossario (Asolone, Col delle Farine, Coston, Rivon, Monte Grappa).

Discesa: per l'itinerario di salita spingendo in alcuni punti con gli sci e ripellando tra il Coston e l'Asolone. 

La parte iniziale della salita

Ampi pendii

Traverso sotto alla cima


Il manto nevoso accentua i segni dei bombardamenti







lunedì 16 febbraio 2026

Meletta Davanti & Monte Fior (670 m, MS, 11.5 km)

Zona: Melette di Asiago
Quota max: 1824 m
Sviluppo: 11,5 km
Tempo: 4,5 h
Esposizione: SW
Discesa: W
Difficoltà: MS
Dislivello: 670 m


Giro classico, ma non eccessivamente affollato. Il suo punto debole è quasi sempre il vento: sul Monte Fior, negli ultimi anni, la dorsale di salita non trattiene neve con continuità, quindi conviene muoversi quando c’è fondo sufficiente. In compenso la logistica è comoda: la strada resta di norma aperta fino agli impianti delle Melette e permette di sfruttare al volo le finestre buone subito dopo una nevicata, quando si trova ancora polvere.
In risalita lungo le piste il tema valanghe è marginale; la prudenza vera serve invece in discesa dal Fior, dove serve neve ben assestata: la pendenza non è elevata ma critica. Durante la sciata attenzione ai buchi delle trincee, soprattutto con scarsa visibilità e luce piatta; e, se si imbocca la pala sud, occhio a una fascia di rocce di 6-7 m, poco leggibile dall’alto a seconda dell’innevamento.

Accesso: parcheggiare l'auto presso la Ski Area leMelette a Gallio (Asiago). Risalire, a lato nel bosco la pista rossa "Vallon" prima e la pista nera "Salto degli Alpini" poi fino ad un capanno sul crinale della Meletta Davanti. Da qui si può discendere in fuori pista direzione malga Slapeur (pendio breve da cui risaliremo poi). Oppure scendere la pista "Bosco 3 Pali" fino ad intercettare la forestale che porta a Malga Slapeur dove si ripella. Raggiunti i pressi della malga si rimonta la dorsale del Monte Fior fino alla cima.

Discesa: Si può scendere dall'itinerario di salita oppure dagli ampi pendii sud ed ovest in base alle condizioni della neve. Attenzione ai risalti sopra citati e alle trincee. Raggiunto il limite del bosco lo si taglia a destra fino a ritornare alla Malga dove si ripella. Risalire il pendio nuovamente fino al capanno della Meletta Davanti e scendere dalle piste rosse passando dalla Baita Relax & Gourmet oppure dal suo pendio sud (necessaria ulteriore ripellata per ritornare sulla pista Salto degli Alpini).

Il pendio della Meletta Davanti


La dolce forestale fino alla Malga 

Discesa sulla Pala sud del Fior

Ultima ripellata



lunedì 2 febbraio 2026

Quarry Ridge (180 m, III, 1 p. di VI-)

Sviluppo: 180 m (6L)
Esposizione: SE
Tempo: 1 h
Difficoltà: VI- 1 passo, il resto III
Materiale: singola, cordini.
Discesa: a piedi
Chiodatura: 3 chiodi.

Via didattica su cresta rocciosa affilata creata dall'attività estrattiva. Idealizzata come percorso propedeutico alla progressione a conserva media e corta. Sono stati lasciati soli 3 chiodi: 2 di sosta e uno di progressione sul tratto chiave, valutato di VI-. Il resto delle difficoltà si attestano sul III/III+. Presente qualche cordino di passaggio sulle numerose clessidre o per soste alternative. Percorsa da sud a nord con Nicolò Bolla ed Emma Yardley il 31/1/2026.  Si segnala che in un punto estremamente banale, dove quasi si cammina, sono stati rinvenuti 3-4 spit raggruppati, l'unica spiegazione è che siano serviti a qualcuno per esplorare la sottostante parete che si tuffa nel fiume. 

Nota bene: essendo terreno estrattivo privato, anche se in disuso, non condividerò ulteriori informazioni. 

Attacco

La zona con spit



Passo chiave



domenica 1 febbraio 2026

Armentarola, Colada dl Lech (70 m, 3+/4+)

Dislivello: 70 m
Difficoltà: WI3+/4+
Esposizione: SE
Quota: 2100 m
Pendenza: 85°/90°
Discesa: in doppia


Estetica e solare, questa colata se ne sta proprio di fronte alle affollate cascate del Sass Dlacia: in alto a sinistra rispetto al Rifugio Scotoni, sotto (o sopra) gli occhi di chiunque passi di lì. Fa quasi sorridere pensare che un flusso così evidente non sia mai stato salito. Più realisticamente, lo è probabilmente già stato, ma in assenza di informazioni certe gli appiccichiamo un nomignolo “di servizio”: un’etichetta identificativa, nel pieno rispetto della toponomastica e lingua locale e di eventuali veri primi salitori. Nota importante: vista l'esposizione le condizioni vanno lette sul posto: ghiaccio e pendio di accesso possono cambiare parecchio e meritano una valutazione attenta in loco.

Accesso: raggiunto il parcheggio (gratuito in inverno) della Capanna Alpina risalire le piste da sci ai lati come per raggiungere la parete ghiacciata di Sass Dlacia già in vista della nostra  colata in alto sulla sinistra della Cima del Lago. 100 m prima della falesia di ghiaccio prendere la traccia battuta con la slitta per il Rif. Scotoni sulla sinistra. Salire il sentiero fino al settimo tornante in prossimità del canale che scende dalla cascata, risalirlo quindi fino alla base senza traccia obbligata. 1 ora e 20. (46° 33′ 23.52″ N 11° 59′ 51.33″ E)

Descrizione:
L1. Salire il muro dove il ghiaccio è più consistente. Sulla destra difficoltà intorno al 3+, sulla candelina a sinistra 4+. 40 m
L2. Un altro breve risalto nell'ampio canale fino al termine della pendenza. 30 m WI2+

Discesa: con due doppie da abalakov.


La in basso la falesia di ghiaccio

L1


L2



Accesso